Gerusalemme capitale di Israele è una mossa disperata di Trump per salvarsi e vi spiego perché

Il presidente è in difficoltà, dentro e fuori. All’estero gli Usa hanno perso la guerra di Siria contro Assad e devono venire a patti con la Russia che ha dalla sua parte Iran e Turchia. In Corea del Nord Trump non può fare la guerra a Pyongyang perché avrebbe contro Pechino e Mosca. All’interno ha cambiato in un anno una pletora di ministri e deve affrontare il Russiagate. Non gli resta che appoggiarsi al suo influente elettorato filo-israeliano mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale

L'annuncio di Donald Trump su Gerusalemme capitale di Israele avrà l’effetto di compattare il mondo arabo-musulmano. Se finora in Medio Oriente l’obiettivo degli alleati arabi degli americani, come i sauditi, le monarchie del Golfo e i giordani, era fermare l’influenza iraniana della regione, adesso l’attenzione si sposterà di nuovo, almeno per qualche tempo, al cuore della questione palestinese.

La stessa reazione adirata del leader turco Tayyip Erdogan - che ha minacciato di congelare le relazioni diplomatiche con Israele - è il sintomo di quanto siano tesi i rapporti di Washington con alcuni dei suoi alleati. Ankara è da oltre 60 anni un membro della Nato ma ormai si è buttata nella braccia di Putin e degli ayatollah iraniani quando ha visto la mala parata della guerra in Siria e l’appoggio militare fornito dagli americani ai curdi siriani.

Se la repubblica islamica dell’Iran fa passi avanti, anno dopo anno, questo è dovuto soprattutto agli errori dei suoi avversari, come avvenne nel 2003 con l’invasione americana dell’Iraq di Saddam Hussein - che regalò a Teheran uno stato sciita alleato - e nel 2011 quando gli arabi e i turchi con il sostegno occidentale tentarono di abbattere il regime di Bashar Assad in Siria. Per non parlare della Libia di Gheddafi. I risultati devastanti della politica americana (e non solo) sono sotto gli occhi di tutti.

Gli iraniani sanno che questa decisione Usa potrebbe avvantaggiarli ma non sono certamente degli sprovveduti. La casa reale dei Saud, già impantanata nella guerra in Yemen, e quella giordana Hashemita potrebbero vacillare e questa, nonostante le apparenze, anche per Teheran non è una buona notizia. La caduta dei regimi mediorientali, come dimostra il recente passato, non porta stabilità ma ad altre guerre e migrazioni forzate.

In Medio Oriente i regimi lottano per la sopravvivenza, non per vincere esangui tornate elettorali. Non è detto che gli effetti negativi li vedremo oggi o domani ma forse ci vorranno mesi. La casa reale saudita è custode dei luoghi sacri all’Islam di Mecca e Medina, Gerusalemme, dove è asceso al cielo Maometto, è la terza città santa dei musulmani: Riad non può permettersi di cedere troppo perché la religione, nella sua versione più pura e dura del wahabismo, è la legittimazione del suo potere temporale. Re Salam e il figlio, il principe ereditario Mohammed, portabandiera delle riforme e pure così popolare nei sondaggi della rivista americana Time, potrebbero accusare il colpo. I Saud sono una monarchia assoluta, non dimentichiamolo. Lo stesso vale per la Giordania: re Abdallah, per quanto filo-occidentale e modernista, è l’erede degli Hashemiti, gli antichi custodi della Mecca prima dei Saud, e ha la supervisione della spianata delle Moschee di Gerusalemme. Anche il suo prestigio potrebbe essere intaccato.

La foto di Al Aqsa si trova nelle case, nei negozi, negli uffici, di un mondo che conta 1,2 miliardi di musulmani: è un simbolo che non rimanda solo ai palestinesi o agli arabi ma a un universo ancora più vasto. Per quale motivo Trump, proprio in questo momento, fa la mossa di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele contro ogni accordo internazionale, umiliando le rivendicazioni palestinesi sulla parte orientale della città?

Il presidente è in difficoltà, dentro e fuori. All’estero gli Usa hanno perso la guerra di Siria contro Assad e devono venire a patti con la Russia che ha dalla sua parte Iran e Turchia. In Corea del Nord Trump non può fare la guerra a Pyongyang perché avrebbe contro Pechino e Mosca. All’interno ha cambiato in un anno una pletora di ministri e deve affrontare il Russiagate. Non gli resta che appoggiarsi al suo influente elettorato filo-israeliano mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale.

La decisione di Trump mette in difficoltà l’Europa e la Nato, che appaiono entità quasi inesistenti, se si fa eccezione per l’iperattivo presidente francese Emmanuel Macron. Ma anche lo stesso presidente russo Vladimir Putin potrebbe sentirsi sotto pressione.  Finora Putin è stato tra gli interlocutori privilegiati del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Mosca dovrà bilanciare i suoi interessi nel mondo arabo e allo stesso tempo avere Israele dalla sua parte: dal 1967 lo stato ebraico occupa in Siria le alture del Golan e può colpire quando vuole le istallazioni militari, cosa che del resto ha fatto anche nei giorni scorsi.

Ma la decisione avrà effetti anche nel quadrante dell'Asia centrale, dal Pakistan all'Afghanistan dove gli Usa hanno ancora migliaia di uomini schierati a sostegno delle deboli forze armate di Kabul impegnate contro i talebani e il Califfato mentre diventeranno ancora più tesi i rapporti con il governo di Islamabad. In Nordafrica e nel Sahael, altro teatro della guerra contro Al Qaeda e Isis, dove gli americani sono presenti con le loro basi, ci potrebbe essere una reazione che darà spazio all'islamismo radicale mettendo in difficoltà regimi locali assai fragili e dipendenti per la loro sicurezza dagli Stati Uniti.

Non è un caso forse che recentemente Netanyahu sia stato in Kenya per partecipare all'insediamento del contestato presidente Uhuru Kenyatta: Israele sta mettendo in sicurezza i suoi rapporti nel Corno d'Africa con Uganda, Kenya ed Eritrea. Una cosa però bisogna dirla. Vista dalle mura di Gerusalemme la decisione di Trump, per quanto inopportuna e detestabile, alza il velo dell’ipocrisia sulla possibile capitale di un futuro stato rivendicato dai palestinesi mentre lo sguardo si volge lontano, verso Est e Ovest: all'orizzonte c'è ancora la polvere degli Imperi defunti come quello Ottomano, dei potentati e delle dittature contemporanee di stati in disfacimento.