[L'intervista] "La Germania riduce l'orario e aumenta i salari, l'Italia invece crea precari. Ma la soluzione ci sarebbe"

Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, boccia gli ultimi governi e a Confindustria dice: "Proprio dove c'è disoccupazione bisogna redistribuire il lavoro che c'è"

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In Germania si è raggiunta un'intesa "storica": la settimana lavorativa potrà essere di 28 ore. In casi precisi e a determinate condizioni i lavoratori potranno optare per l'orario ridotto per un minimo di sei mesi e fino a un massimo di quattro anni. In cambio, pur non ottenendo il conguaglio dell'intero stipendio, avranno diritto a un bonus pari a otto giornate di ferie aggiuntive. Una rivoluzione, se guardiamo alla realtà italiana dove le condizioni di lavoro stanno al palo e discutere di riduzioni di orario, anche solo per accudire i figli malati, appare quasi un'eresia. L'accordo siglato tra gli imprenditori tedeschi e il sindacato Ig Metall - che comprende anche un aumento salariale del 4,3 per cento - è lontano anni luce dalle nostre contrattazioni. "Non si tratta solo delle 28 ore - spiega a Tiscali News Francesca Re David, segretaria generale della Fiom-Cgil - c'è la libertà di scelta e la riduzione d'orario corrisponde a un principio di redistribuzione".

Cioè?
"Significa che a causa delle crisi o per la riorganizzazione dovuta all'innovazione tecnologica bisogna ridurre l'orario di lavoro e redistribuirlo piuttosto che lasciare la gente disoccupata o sruttandola al massimo".

Si è compiuto un passo importante.
"Certo, anche perché la riduzione di orario tiene conto anche delle esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori, delle loro richieste, e non solo - come avviene da noi - di quelle dell'azienda. Le aziende in Italia o ti utilizzano al massimo o ti mettono in cassa integrazione. Oppure ti usano come un lavoratore precario da prendere e togliere a piacimento".

Questo accordo sposta l'attenzione dal fattore retributivo al fattore tempo. E' positivo?
"Io però farei notare che i lavoratori hanno avuto un aumento salariale del 4,3 per cento, il triplo dell'inflazione. Quindi non è che non ci sia un'attenzione al fattore retributivo. C'è la possibilità di ridurre l'orario con dei salari che sono già molto più elevati dei nostri e che, mentre in Italia il salario se cresce, cresce dello zero virgola, lì cresce del 4% con una redditività che viene distribuita non azienda per azienda ma attraverso il contratto nazionale". 

La Germania fa da apripista in Europa: una riforma del genere è applicabile in Italia?
"L'Italia è il secondo paese manifatturiero dopo la Germania. Ma invece di concorrere sulla produttività, nel senso di qualità dei prodotti e quindi di maggior ricchezza, si concorre sul massimo ribasso del salario e della precarizzazione dei lavoratori giocando proprio sul costo del lavoro. E' chiaro che il modello che fa ripartire il mercato è la redistribuzione dell'orario e anche del salario".

Cosa si può fare allora in Italia?
"Le aziende italiane allo stato non ci ascoltano da questo punto di vista ma noi crediamo che quella sia la soluzione verso cui bisogna andare. Poi è chiaro che ognuno fa i conti con le sue problematiche: la Germania parte dalle 35 ore, non dalle 40 come noi. Quello è un altro mondo". 

Confindustria nota che però in Germania c'è piena occupazione mentre in Italia no. E parla di una "diversa produttività". Quindi?
"La Confindustria ci tiene semplicemente a scaricare i costi sociali all'esterno e le politiche di questi ultimi governi sono stati solo di incentivi alle imprese sulla riduzione del costo del lavoro e sulla precarizzazione. Invece proprio dove non c'è piena occupazione bisogna redistribuire il lavoro che c'è. E non si può pensare di affrontare la riorganizzazione collegata con l'innovazione tecnologica, quindi una maggiore ricchezza per le imprese, mandandola solo da una parte. In Italia c'è un impoverimento massiccio delle lavoratrici e dei lavoratori. Che non comprano più niente e non a caso siamo in una condizione di deflazione. Non c'è inflazione perché la gente non spende e non spende perché non ha salario e ha lavoro precario".

Crescita economica al palo.
"Questo è dovuto alla cecità delle imprese italiane e a governi che non hanno fatto politiche industriali mirate a sostenere l'innovazione. La scarsa produttività non significa che chi lavora, lavora poco e male. Significa che si fanno prodotti che hanno scarso valore aggiunto, prodotti più poveri. Perché fare una Panda o fare una Mercedes non ha lo stesso valore".

Siamo in campagna elettorale, secondo lei il lavoro è presente in maniera esaustiva nel dibattito politico?
"Nel dibattito politico mi piacerebbe che il lavoro fosse presente 365 giorni all'anno e non un mese ogni quattro anni. Ora è molto presente, ma molte delle cose dette non sono assolutamente condivisibili. Il problema è che non si può inneggiare a Marchionne che allo stato attuale non ha mantenuto nemmeno una delle promesse che aveva fatto nelle aziende di Fca, quando in alcune si utilizza ancora la cassa integrazione... e poi nel mese del voto ti svegli ti rendi conto che c'è un problema lavoro?".