[L'intervista] "Nostra incantevole Italia": viaggio a tappe nel Paese meraviglioso rimasto fermo a testa in giù

Cosa rivelano le macerie de L'Aquila? E ciò che avviene nella villa di Grillo? Perché Dagospia è diventato fondamentale? Torneranno i moderati e Prodi? Colloquio con Pino Corrias

Da sinistra: Grillo galleggia sulla folla al 'Vaffa Day', Pasolini, uno dei 'cafonal' di Dagospia, il corpo senza vita di Moro
Da sinistra: Grillo galleggia sulla folla al "Vaffa Day", Pasolini, uno dei "cafonal" di Dagospia, il corpo senza vita di Moro
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Ventuno tappe. Non una per ogni regione, che restano venti. Ma una per ogni luogo che ha segnato la storia recente e l'attualità dell'Italia. Il Paese della grande bellezza, dello stile, dell'arte e della cultura. Ma anche quello della mafia, della corruzione a livelli terminali, del malgoverno e della distanza fra istituzioni e persone avvertita con la rabbia che ha dato una sonora lezione ai politici lo scorso 4 marzo. Restituendo vincitori con numeri impossibili per governare. Stiamo a testa in giù. Non come il Duce in Piazzale Loreto. Piuttosto, come uno che abbia appena fatto bungee jumping: un grande salto e un grande "wooow" urlato al vento. E ora che penzoliamo lenti a testa sotto che si fa? Non sarebbe male ricordare come siamo arrivati fino a qui. Prova a farlo Pino Corrias, giornalista, scrittore, sceneggiatore, collaboratore di molte testate stampa prestigiose. Le ventuno tappe del suo viaggio nel Paese bellissimo e sospeso nell'incertezza sono dentro Nostra incantevole Italia, edito da Chiarelettere. Prima di aprire la conversazione con Corrias, riportiamo un passaggio fondamentale del suo libro. Quello che parte da un "eppure".

"Eppure andrebbe sempre ricordato da dove siamo partiti, cosa eravamo 70 anni fa, residui di un Paese fascista, razzista, analfabeta, distrutto dalla guerra costata mezzo milione di morti, e nutrito dai massacri compiuti dai nostri italiani brava gente in Albania, Grecia, Jugoslavia, Eritrea, Libia, dove abbiamo stuprato, impiccato, torturato. Per poi essere sconfitti dagli angloamericani, puniti, sottomessi, E poi salvati grazie al riscatto finale della Resistenza, e agli equilibri della Guerra Fredda. Che ci hanno consentito di entrare nel nuovo consorzio di nazioni europee uscite anche loro distrutte dalla guerra, dalle dittature, dalla Shoah, dall'orrore. Tutti Paesi in ginocchio, non solo noi e la Germania, gli sconfitti, ma anche l'Inghilterra e la Francia, i vincitori. Coi quali abbiamo imboccato l'unica via di rinascita possibile, quella dell'Europa unita. Imperfetta, burocratica, lenta, ma che ci ha garantito uno sviluppo economico e culturale mai visto prima. La copertura della moneta unica, il mercato senza frontiere. Oltre settant'anni di pace che ha voluto dire intelligenza non sprecata a ucciderci. Ha voluto dire democrazia, tolleranza, giustizia, emancipazione femminile, diritti delle minoranze, benessere sociale. Vantaggi che ci sembrano così naturali, dentro al nostro paesaggio di vita quotidiana, da non vederne più la lucentezza. Ipnotizzati dalla miserabile mistica delle piccole patrie, della piccola ricchezza conquistata lavorando dentro la complessità del mondo, dal quale crediamo di difenderci con la semplificazione dei muri. Senza neanche sospettare che i muri imprigionano più di quanto proteggano". Ed eccoci all'intervista.

Pino, partiamo dalla strage di Portella della Ginestra, con cui si apre il tuo viaggio. Era il 1 maggio 1947, il bandito Salvatore Giuliano e i suoi massacrarono quattordici persone e ne ferirono 27. Perché questa partenza?
"Perché spiega molto dell'anima oscura dell'Italia, giunta fino a noi camminando per qualche decennio. Considero quella strage una delle matrici dei tanti danni prodotti nel tempo. Eravamo appena usciti sconfitti dalla guerra, nonostante il parziale riscatto della Resistenza. In un Paese pieno di macerie, con 600 mila morti ancora freschi tra le rovine, la fame e la povertà, si fanno i conti tra gli anglo-americani e le famiglie mafiose che li hanno agevolati nello sbarco. Un patto indicibile che ci portiamo dietro fino ad oggi. Lo Stato stringe accordi con la mafia e niente deve turbare lo status quo che serve anche ai poteri internazionali. I lavoratori manifestano, Giuliano e i suoi banditi li massacrano. L'inchiesta viene depistata. C'è una connivenza tra latifondismo siciliano, apparati deviati dello Stato, la Dc e gli alleati (si sospetta che Giuliano venga finanziato anche con i soldi della Cia) che è la genesi della cosiddetta strategia della tensione".

Lasciamo la Sicilia e andiamo in Emilia: casa Prodi e la nascita dell'Ulivo. Questa sorta di centrosinistra molto moderato che manca a molti e di cui tanti auspicano il ritorno. Quando si parla di Prodi non ci sono vie di mezzo: per molti è l'apice dell'ultima Italia rispettata anche all'estero, per altri l'uomo che con l'ingresso forzato nell'euro e il malgoverno del passaggio di moneta ha gettato le basi per il disastro finanziario italiano.
"Credo che sia stato un ottimo punto di sintesi tra l'anima cattolica e quella social-comunista. Un leader unitario della sinistra, in mezzo ad altri che hanno sempre lavorato per la dissoluzione di quei vertici, a cominciare da D'Alema. Saranno lui e Bertinotti a dare il colpo di grazia al governo Prodi. E' stata l'ultima occasione per considerare la politica come qualcosa che serve a fare, a fare cose realistiche. Poi hanno avuto ampio spazio il populismo e la lite perpetua. Vedremo presto cosa sarà dell'esito delle nostre elezioni. Io penso che per sopravvivere potremmo solo integrarci ancora di più nell'Ue. C'è bisogno di più politica per evitare l'ulteriore impoverimento della classe media che genera tanta rabbia". 

Andiamo in Liguria: Sant'Ilario e villa Grillo, dove vive il comico fondatore del MoVimento 5 Stelle. Ne fai un ritratto molto rispettoso ma anche molto malinconico, con diversi punti di contatto tra lui e Berlusconi.
"La tua lettura del personaggio è perfetta. Grillo ha una ferita interiore che lo condiziona da sempre: l'incidente con l'auto di cui era alla guida, e in cui morirono tre persone. Da lì nasce un'irruenza malinconica e la predisposizione ad aggredire tipiche di Beppe Grillo. A me ha fatto spavento l'immagine di lui che scaglia soldi finti contro i giornalisti, e che poi dice loro "vi mangerei solo per potervi vomitare". La sua natura psicologica si è riversata nella natura del MoVimento 5 Stelle. Capisco che la rabbia popolare vada canalizzata, ma la poca trasparenza della gestione interna li fa somigliare a una setta. E io odio le sette perché sono autoritarie per definizione". 

Nella geografia dell'Italia in divenire hai incluso Dagospia. Sito odiato da molti, spiato da tutti, amato da molti altri.
"Dago unisce altissimo con bassissimo in modo affilato e sconcertante. Io ne sono un estimatore. E' uno dei luoghi in cui si è riverberato il cambiamento del Paese, attraverso la metamorfosi delle varie elite romane. Ne hanno fatto un buon racconto, molto più efficace dei vari giornali e tg. Gli anni dei mutamenti antropologici sotto Berlusconi, del cafonal al potere sono stati restituiti mirabilmente da D'Agostino. Che cattura i segnali con largo anticipo rispetto ad altri media, e perfino a certi social network. E' indispensabile visitarlo".

Siamo quasi alla fine, vediamo velocemente un paio di altre tappe. Mettiamo insieme la Milano di Berlusconi che fa nascere Forza Italia con il Molise da cui proviene Antonio Di Pietro, il simbolo dell'abbattimento della Prima Repubblica, che oggi richiamato a probabile azione politica risponde: "No, preferisco potare i miei ulivi".
"Quello spartiacque della storia d'Italia sta fra il Pio Albergo Trivulzio, dove nacque Tangentopoli, e il villone di Arcore, genesi del Berlusconi politico e della tv commerciale. La cosa che pochi ricordano è che i giornalisti poi al soldo di Berlusconi, come Feltri e Ferrara, furono i primi ad esaltare l'azione giustizialista di Di Pietro e il pool di Mani Pulite. E poi ci si accanirono contro con ferocia. E bisogna ricordare che venivamo tutti dalla caduta del Muro di Berlino, che fu la caduta del divieto degli americani di mandare al governo le forze di sinistra. C'era già stato il pentapartito e dentro quello la corruzione era esplosa. Mani Pulite fu la voragine che si è portata via un certo Paese. Quanto al pentimento di Di Pietro, di recente gli ho parlato: rivendica quanto fatto, nonostante gli errori (cinquemila arresti solo nei primi due anni di Tangentopoli). Cosa ci portiamo appresso fino ad oggi? Berlusconi, di cui Prodi diceva: 'E' come una pallina di gomma. Più la sbatti più si muove impazzita'. E rieccolo qui, infatti".

Due omicidi, due morti importanti che ci parlano: Aldo Moro, Pier Paolo Pasolini.
"Pasolini continua ad essere una delle grandi coscienze critiche di questo Paese, anche se aveva dei tratti reazionari. Era un grande poeta e saggista. Vedeva lontano. Era un personaggio rovente e scandaloso, l'omosessualità e le cacce notturne in periferia sono state anche troppo mitizzate. Si è parlato di chissà quali complotti. Io credo che abbia incrociato la gente sbagliata, e che sia stato vittima di fascisti che andavano a caccia di omosessuali. Quanto a Moro, è uno snodo fondamentale della nostra storia. Io penso che sia stato rapito, processato e ucciso dalle Br. Di questo sappiamo tutto. Non sappiamo invece quanto uso politico di quel rapimento sia stato fatto. Ci sono sospetti, ipotesi, complottismo, certamente i servizi segreti italiani, israeliani e americani hanno guardato con molta attenzione a quel sequestro. A quella morte che ha impedito a comunisti e democristiani di andare insieme al governo. Scoperchiando il doppio fondo dello Stato, dove c'erano Gladio e Stay Behind".

Gran finale nell'Italia che va a pezzi: terremoto de L'Aquila e ricostruzione ancora tutta da fare. Da cosa dipende questo cattivo rapporto tra gli italiani e il territorio che abitano?
"Dalla pessima politica. Il territorio è stato sempre inteso come conquista, mai come conservazione. E sul disastro dell'Aquila è stato fatto un uso politico esemplare della narrazione. Bertolaso e Berlusconi favoleggiavano di una ricostruzione a tempo record. Tutti ricordano le telefonate ciniche fra politici e imprenditori che si sfregavano le mani pregustando i denari dell'apertura dei cantieri. Questo siamo noi italiani: bravissimi nelle emergenze, disastrosi nelle premesse, che generano altre emergenze". 

Pino Corrias e la copertina del suo libro