"Il decreto che annulla il divieto di nuove trivelle: vi spiego quali sono i pericoli che corre Venezia"

Intervista con il costituzionalista Enzo Di Salvatore, padre del referendum sulle trivelle. "Il governo permette nuovi pozzi entro le 12 miglia aggirando il divieto"

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Un decreto riporta le trivelle al centro del Mediterraneo. Pubblicato in Gazzetta ufficiale all'inizio del mese, il testo introduce la norma che solo un anno fa Renzi negava di volere: le compagnie potranno modificare in corso d'opera il loro "programma di sviluppo". Cioè installare nuovi pozzi entro le 12 miglia, in barba ai proclami e senza autorizzazione ulteriore. Una boccata d'ossigeno per i proprietari (tra cui Eni) delle 135 piattaforme petrolifere che "arricchiscono" il paesaggio lungo le coste italiane. Quelle che, oggetto del referendum dello scorso aprile, sono oggi nuovamente al centro del dibattito politico. Ma non è tutto perché le norme contenute nel Decreto ministeriale del 7 dicembre 2016, in vigore dai primi di aprile, mettono a rischio anche la preziosa laguna che ospita una delle città più belle del mondo: Venezia. 

Ma partiamo dall'inizio. A rimettere le carte in tavola, rispetto alla norma emanata sotto il governo Monti che vietava nuove concessioni per la ricerca petrolifera entro le 12 miglia dalla costa, è il Dm con il quale si consente "la modifica del programma dei lavori presentato dalle società petrolifere al momento del rilascio delle concessioni", spiega il costituzionalista Enzo di Salvatore, estensore dei quesiti referendari dell'aprile del 2016 e docente dell'Università di Teramo, in un'intervista a tiscali.it. "Fare questo significa poter chiedere e ottenere, in potenza, la costruzione di nuovi pozzi e di nuove piattaforme petrolifere", afferma. 

Il Mise smentisce: nessun nuovo pozzo

Circostanza che il ministero dello Sviluppo economico respinge senza appello. In una nota pubblicata il 7 aprile scorso, chiarisce che il Dm "regolamenta solo le attività già consentite dalla legge nelle aree protette e nelle aree entro le 12 miglia marine funzionali a garantire esercizio e recupero delle riserve degli idrocarburi accertati per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e salvaguardia ambientale". Quindi: "Esclusi nuovi giacimenti". Il Mise precisa anche  che "possibili modifiche dei programmi di lavoro" sono consentite esclusivamente per "interventi di manutenzione e aggiornamento delle infrastrutture, che - al termine della coltivazione - per la chiusura mineraria dei pozzi e la rimozione delle piattaforme". 

Motivazioni che però per il costituzionalista "non sono convincenti". "Tutta questa materia, compreso il ripristino ambientale dello stato dei luoghi, già c’è - spiega Di Salvatore -. Se andiamo a leggere quel decreto famigerato - dice infatti -, nello stesso articolo in un comma si parla della possibilità di modificare il programma ai fini della coltivazione per recuperare le riserve accertate entro le 12 miglia, mentre si parla di quello che dice il governo negli altri commi, il 2 e il 3 che sono slegati. Quindi non si tratta assolutamente né di ripristino ambientale né di smantellamento delle piattaforme e neanche della mera esecuzione di un programma già approvato". 

Il depotenziamento del ruolo delle Regioni

E non è tutto: con questa norma si attua uno sbilanciamento tra i poteri dello Stato e quelli delle Regioni. "La verità è che la legge dice una cosa e il decreto ne dice un’altra, laddove il decreto dovrebbe essere emanato in attuazione della legge", spiega il professore. Quello che accade con il Dm del 3 aprile è che la decisione sulle concessioni viene rimandata alla conferenza dei servizi, organo tecnico, bypassando il passaggio dell'intesa tra Stato e Regione, cioè l'atto politico. "Nello 'Sblocca Italia' i due momenti sono autonomi. Nell'articolo 38 infatti si dice che le concessioni si rilasciano 'attraverso un procedimento unico in cui c’è la conferenza dei servizi' (lettera a) e 'con l’adozione di un decreto previa intesa con le Regioni' (lettera b)". In questi passaggi il decreto, secondo Di Salvatore, è "illegittimo" in quanto "non conforme a quanto stabilito dalla legge".

A questo punto è immaginabile che spuntino ricorsi da parte delle Regioni a tutela delle proprie competenze. Del resto, come dice il professore, "avrebbero tutte le ragioni per poterlo fare". E questo vale ancor di più per il Veneto che ha da tutelare un bene molto prezioso: Venezia. Cosa accade in Laguna? "Per la sola Regione Veneto si consente la realizzazione di progetti petroliferi sperimentali dentro il golfo di Venezia, per cinque anni prorogabili per altri cinque", afferma Di Salvatore. E questo nonostante sia "accertata l’esistenza dei rischi di subsidenza", il fenomeno per cui si verifica un lento e progressivo sprofondamento del fondo di un bacino marino. "Tra l'altro - aggiunge - in un punto nel golfo di Venezia dove in realtà ci sarebbe il divieto".

Possibili trivellazioni nel Golfo: Venezia a rischio

Anche qui il passaggio normativo è complesso. "La legge consente che il governo possa dare il via libera a questo tipo di progetto solo previa intesa con la Regione Veneto, stando a quanto dice una legge del 2008 - spiega -. Cosa fa lo Sblocca Italia? Prevede per questo tipo di progetti, senza citare il golfo di Venezia, l’acquisizione di un mero parere da parte delle Regioni interessate, in riferimento però alla piattaforma continentale (la terra ferma ndr)". Il decreto sulle trivelle però va oltre e approda nelle acque lagunari, stabilendo che "si possano realizzare questi progetti ma senza l’intesa con la Regione Veneto", invece prevista dalla legge. "L'amministrazione - ammonisce il professore - avrebbe a questo punto un buon motivo per ricorrere perché il decreto non è compatibile con quanto voluto dalla norma del Parlamento". 

Ce n'è abbastanza per scatenare le ire di ambientalisti e movimenti con varie tonalità di verde. "Sicuramente, ma non soltanto loro. Anche il mondo della politica - conclude Di Salvatore - mi pare che non sia così contento di questo decreto. Il malcontento è trasversale perché non è solo della sinistra o della destra, ma sto riscontrando che anche a una parte del Partito democratico non piace questo decreto".