[L'intervista] Montanari: “Troppa voglia di governo, di questo passo il M5S finirà in bocca al sistema. Ecco perché "

Il docente ed editorialista: “Il Pd abbandonato dai ceti popolari ora guardi al M5S. Ormai lo votano solo i benestanti. La posizione del MoVimento sulla guerra in Siria e il ruolo della Lega”

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

Secondo Tomaso Montanari, docente universitario, editorialista e presidente di Libertà e Giustizia, dovrebbe instaurarsi tra il M5S e il Pd un rapporto politico ma soprattutto culturale. Una convergenza auspicabile, a suo avviso, non solo per consentire un governo al Paese ma soprattutto nella prospettiva di un nuovo e proficuo assetto all’interno del sistema politico italiano. Raggiunto telefonicamente da Tiscali.it Montanari spiega con chiarezza non comune il suo punto di vista. “Un governo tra cinquestelle e Pd – sostiene - sarebbe la meno peggio delle soluzioni, e ciò produrrebbe effetti positivi anche nel partito democratico, richiamandolo all’osservanza di principi fondamentali che sembra aver dimenticato da tempo. Non per nulla milioni di suoi elettori hanno votato alle politiche soprattutto per il M5S”.

Il ragionamento del professore affonda le radici nella constatazione per cui il 4 marzo “è tornata a sbocciare la lotta di classe”. Un dato di fatto più che una scelta, perché “ciò scaturisce dal risultato elettorale senza averlo programmato”.

Tomaso Montanari

Il grido delle classi subalterne

Basta considerare chi ha votato in massa i cinquestelle per rendersene conto. Quei voti sono il grido di protesta delle classi subalterne e ne rappresentano le speranze, quelle “degli ultimi, dei sommersi, di coloro che galleggiano in questa società ingiusta, a cominciare dai giovani precari, i nuovi schiavi, per finire con gli studenti e gli operai”, osserva lo storico dell’arte. Nulla di strano, in un certo senso, in “un Paese con 18 milioni di cittadini a rischio povertà, uno su due nelle regioni del Mezzogiorno”.

In questo consiste soprattutto la sconfitta della sinistra tradizionale, nel non riuscire a rappresentare più quegli strati sociali. E infatti sia il Pd che Liberi e Uguali, alla fine, sono stati “votati dai relativamente sicuri, dai benestanti”.

La rinascita della sinistra

Nella presa di consapevolezza di tale stato di cose risiede la possibilità di rinascita della sinistra. Il Pd in particolare, “dovrebbe riconoscere che la sua ragione sociale non è più la difesa di quei ceti popolari e questi ormai non vi si riconoscono”. Lo dimostra il fatto che “il Pd vince nei centri residenziali, nei quartieri dove ci sono le classi più elevate”. In pratica come accade per Forza Italia. Il partito democratico deve allora decidere se ciò va bene, se non sia necessario un cambiamento totale. E “in sostanza ciò significa la fine del percorso rifomista, perché non basta più correggere la rotta: bisogna proprio cambiarla. Una parte importante del Paese, probabilmente maggioritaria, questa rotta la trova ormai insostenibile. Occorre dunque un cambiamento di sistema, quello che dicono cioè M5S e Lega, anche se il come farlo è ancora oscuro”.

La forza di cambiar rotta

I ceti popolari si sono riversati, in minor parte, anche verso la Lega e questo complica ulteriormente le cose. Anche sotto tale aspetto l’arroccamento del Pd rischia di compiere lo sfacelo: di “spingere i pentastellati tra le braccia di Salvini”.

Così facendo - osserva Montanari - “il Pd non obbedisce solo al puerile ricatto renziano o al retaggio dell’inciucio del Nazareno, ma risponde a una logica più profonda, quella (appunto) del blocco sociale che condivide con Forza Italia”. Resta solo da sperare che il Partito attualmente retto da Martina trovi la forza di cambiar rotta e di tornare a rappresentare i ceti più deboli, di recuperare le proprie radici e di rimettersi sul terreno di una vera sinistra.

Uno degli ambiti su cui provare a confrontarsi con i cinquestelle per riconquistare le ragioni forti del passato “è quello dell’attuazione della Costituzione e dei suoi principi.  Solo attraverso uno sforzo simile il Pd potrebbe trovare una sua rigenerazione, e il M5S rimanere fedele a se stesso”, afferma il professore.

I rischi per il M5S

Montanari tuttavia confessa di non essere al momento molto ottimista: l’ansia di governare di Di Maio rischia infatti di modificare il MoVimento fondato da Grillo, buttandolo dentro le fauci del sistema. Il M5S “ha fatto una campagna elettorale lanciando temi che hanno conquistato l’elettorato e consentito un gran risultato, ora però sta cercando in qualche modo di accreditarsi con l’establishment. Io credo che l’establishment li voti molto poco ancora, ma la stessa iconografia di Luigi Di Maio, il suo modo di vestire, di porsi, di parlare, denuncia una tendenza verso contenuti moderati e paradossalmente verso un omaggio al sistema”. Ne sono dimostrazione - sostiene il docente - “le dichiarazioni di stima verso l’operato di alcuni ministri Pd come Franceschini, quando nella scorsa legislatura il M5S si è invece opposto fieramente alle politiche di quel ministro e si sono svolte perfino manifestazioni di piazza". Senza contare la condivisione delle parole di Maurizio Martina sui fatti della Siria che denunciano i rischi di appiattimento.

Martina, Di Maio e Salvini

"Utilizzare le parole di Martina"

Alla fine i pentastellati “hanno usato le stesse parole scelte dal segretario reggente del Pd”. In quel “siamo fedeli all’alleanza atlantica” starebbe l’essenza della vicinanza al baratro. In pratica se Trump chiedesse all’Italia le basi per un ulteriore atto di guerra, quelle basi anche il M5S le concederebbe. E questo “alla faccia dell’articolo 11 della nostra Costituzione”, chiosa il professore.

“Per qualche tempo si è parlato di Fake news, alludendo a quelle messe in giro dal mondo vicino ai grillini, ed ora i “cinquestelle – osserva Montanari – non rispondono adeguatamente con una critica alle prove ventilate sull’utilizzo dei gas in Siria e accettate supinamente dalla quasi totalità dei media”.

Montanari

In pochi mettono in risalto - incalza l’intellettuale - quanto sostenuto da certi canali della Chiesa cattolica su quel Paese martoriato. Ovvero “quell’altra verità riassunta, per esempio, in un tweet dell’ex priore di Bose Enzo Bianchi, che ha detto di essere in contatto telefonico con monaci e vescovi ortodossi in Siria”. Il priore ha scritto: “L’attacco degli Usa e dei francesi e l’ipocrisia del governo italiano mi rattrista e mi indigna. Menzogne e menzogne per continuare una guerra che vuole umiliare il medio oriente arabo”. La situazione non è sicuramente semplice, e ci sono molte variabili da considerare, ma “certamente –osserva Montanari – non si può accettare senza colpo ferire una guerra senza verificare le giustificazioni che si danno”.

La posizione della Lega di Salvini

Dall’altra parte il leader del Carroccio invece prende posizione e parla di “follia delle armi” e “sicuramente la posizione salviniana incontra la condivisione di metà degli italiani che non sopportano più un sistema globale iniquo, pieno di storture economiche e sociali”. E dentro questa gran fetta di pensiero critico ci sono “coloro che hanno firmato l’appello della Rete della Pace contro la guerra in atto”.

Da questo punto di vista c’è da riflettere. “In tale opposizione al sistema, la Lega capisce: non c’è soltanto un problema economico ma generale. Quello per esempio delle alleanze atlantiche e dell’orizzonte capitalistico. Insomma è tutto da rimettere in discussione - afferma Montanari - Io non lo farei mai come lo vuol fare il Carroccio, ma una cosa è certa: se la Lega rimane l’unica a interpretare i sentimenti della maggioranza del Paese in una fase così cruciale, esiste un problema enorme. Sarebbe un disastro. Spero che il M5S non faccia questo errore”.

Una posizione alla Corbyn

Il pensiero di Montanari sui rapporti tra Pd e M5S allora si riassume in questa asserzione:  “Speriamo che il Pd vada verso le attuali posizioni del M5S e non il contrario”. Una posizione di cambiamento dell’esistente, da sinistra radicale, “tipo quella del Labour Party inglese (alla Corbyn per intenderci) e non di certi movimenti rivoluzionari sudamericani”. Insomma “nulla di eccezionale”.