La professoressa Donata Levi: "Vi spiego perché rischiamo di perdere le opere di Guttuso, De Chirico, Morlotti e altri"

La nota critica d'arte e direttrice della Scuola Superiore dell'Università di Udine, tra i primi firmatari dell'appello contro la nuova norma sulla esportazione di opere d'arte, spiega a Tiscali quali sono i rischi e cosa bisognerebbe fare. No all'eliminazione dei criteri oggettivi e dei controlli

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di Ignazio Dessì   -   Facebook: I. Dessì

La nuova norma sul tentativo di “semplificazione della circolazione internazionale dei beni culturali ha suscitato la levata di scudi di molte associazioni e di nomi illustri della cultura. Con un articolo frutto di un emendamento al ddl n. 2085 sul mercato e la concorrenza in Commissione Industria del Senato vengono infatti introdotte novità che creano più di una preoccupazione e mettono perfino in dubbio il rispetto delle previsioni della nostra Costituzione.

Abbiamo chiesto un approfondimento alla professoressa Donata Levi, attuale direttore della Scuola Superiore dell’Università degli Studi di Udine e noto critico d’arte, tra i primi firmatari dell’appello.

Professoressa Levi lei ha firmato - insieme ad associazioni come Italia Nostra e ad altri prestigiosi esponenti del mondo dell’arte e dell’archeologia come Tomaso Montanari o Salvatore Settis - un appello contro la nuova norma sull’esportazione delle opere d’arte. Perché?
“Perché questo articolo, da approvare in un decreto che non riguarda assolutamente il patrimonio artistico, mette a grave rischio il nostro patrimonio nazionale e costituisce anche un attacco in un certo senso all’articolo 9 della Costituzione”.

Guttuso, Lamento per la morte di Picasso

Quali sono gli elementi più pericolosi che lei ravvisa in questa nuova normativa?
“In primo luogo l’innalzamento della soglia di anzianità per l’esportazione senza richiesta di autorizzazione, portata dai 50 ai 70 anni, con la conseguenza di rendere tranquillamente esportabili tutte le opere prodotte a partire dagli anni ’50. Poi altre situazioni connesse a questo, iniziando dal fatto che le opere d’arte non dovranno più essere controllate singolarmente dall’Ufficio Esportazione e dai funzionari della Soprintendenza perché basterà una semplice autocertificazione. Come dire che sarà probabilmente sufficiente una fotografia inviata via mail e dunque facilmente manipolabile nei casi peggiori come il dolo. E sarà prevista un’autocertificazione anche per quanto riguarda il valore economico dell’opera”.

Una cosa grave?
“A parte il valore economico è proprio il fatto di inserire questo aspetto nell’ambito del codice dei beni culturali che è pericoloso. Sappiamo tutti quanto il valore delle opere – legato anche a singoli momenti, alla fortuna dell’artista e alla tipologia – sia mutevole. Si tratta insomma di un valore che prescinde dal mercato perché è fluttuante e non è un dato oggettivo. Come non è un dato oggettivo l’inserimento dell’’eccezionale valore’, cosa su cui gli storici dell’arte hanno spesso dibattuto anche in passato. E’ difficile infatti distinguere tra ‘valore alto’ e ‘valore eccezionale’ trattandosi di declinazioni di qualità che confliggono con l’obiettività che una legge dovrebbe avere”.

Quando parliamo di opere d’arte liberamente esportabili sotto i ’70 anni dalla realizzazione, quali sono quelle che rischiano di varcare i confini nazionali?  Ci può fare un esempio?
“Teniamo presente che ci riferiamo a tutte le opere successive al 1947 e sono dunque tanti i nomi illustri dell’arte italiana coinvolti, da Guttuso a De Chirico, da Fontana a Morlotti, per citarne solo alcuni. Tutta una serie di artisti che ormai costituiscono la fisionomia del nostro patrimonio nazionale, le cui opere si piazzano negli anni ’50, ’60 e ’70, e che non siamo abituati a storicizzare abbastanza, mentre invece fanno parte del panorama culturale della nostra nazione”.

De Chirico, Piazze d'Italia, 1953

Più facile pensare ad opere più antiche?
“Sì, è più facile pensare agli artisti dell’800, alle opere storiche. Tuttavia quanto è accaduto in Italia dopo gli anni ’50 e fino all’altro ieri, rappresenta comunque un grande patrimonio da tutelare. Ovviamente senza imbalsamarlo. Tutelarlo non significa infatti negare in toto le necessità e le esigenze del mercato. Certamente però occorre un occhio vigile  che possa appunto decidere se alcune opere fanno parte di un patrimonio nazionale, in quanto opere determinanti la fisionomia di un’epoca o di una vicenda artistica, ed altre possono invece essere vendute. Penso per esempio a opere multiple come le incisioni. Non è certo interesse di alcuno chiudere su tutti i fronti la possibilità di mercato, tuttavia è indispensabile operare un controllo. Questo assolutamente sì”.

Cosa andrebbe fatto per tutelare al meglio le opere d’arte italiane? So che la risposta non è semplice.
“E’ molto difficile dirlo perché quando si tratta di patrimonio italiano si deve parlare sia di quello mobile - dunque esportabile - che di quello immobiliare. Io credo ci sia bisogno di una riforma e – dall’altro – di un potenziamento delle Soprintendenze, ovvero degli organismi locali. L’idea iniziale di molti nel ministero dei Beni culturali era quella di un ministero molto agile che poi potesse far riferimento a uffici periferici in grado di curare il territorio”.  

Attualmente manca tale cura del territorio?
“Un grosso problema è quello della disseminazione delle opere, cosa che comporta la necessità anche dei presidi locali. Attualmente questi sono estremamente indeboliti, sia per la mancanza di personale che di mezzi e finanziamenti. Serve dunque un potenziamento, da mandare avanti di pari passo con una riforma degli organismi e del funzionamento, in modo da snellire le procedure e – in particolare – gli intoppi burocratici”.