Latouche: "Usano la paura per tenerci sotto controllo. Ma possiamo reagire alla crisi e vivere meglio"

Impossibile pretendere crescita economica senza limiti secondo il grande antropologo ed economista. Tra disoccupati, migranti ed inquinamento, siamo arrivati al limite di un sistema economico che riempie la gente di ansia e stress. C'è un alternativa praticabile e richiede vero impegno da tutti

Serge Latouche, economista ed antropologo francese
Serge Latouche, economista ed antropologo francese
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Sono passati esattamente dieci anni dalla pubblicazione del Breve trattato sulla decrescita serena. Poco più di cento pagine per scatenare l'immaginario globale sulla possibilità di una vita meno schiava di numeri dell'alta finanza, precarietà continua, perdita del lavoro, paura sociale, una paura da cui nascono rabbia, disagio emotivo e mentale, odio. Senso di tradimento, di fregatura. Il successo del saggio di Serge Latouche è stato enorme, segno che colpisce molti nervi sensibili del nostro sentire, in uno scenario di crescita che stenta nelle società occidentali, di pretese sovranazionali, come quelle dell'Unione europea che minaccia la sopravvivenza dei governi nazionali a suon di "fate i compiti a casa" e di missioni punitive della trojka a rifare i conti di interi Paesi, scavalcandone i capi di governo. Di paura dell'altro che somiglia sempre più a una caccia al migrante. Il saggio di Latouche prefigura, appunto un altrove. E nel corso degli anni la riflessione dell'economista e filosofo francese, ribattezzata decrescita felice è stata tirata per la barba (la sua) in ogni direzione: verso l'indipendentismo locale, l'anticapitalismo spiccio, in una sorta di giardino dell'Eden che rischia di essere anche troppo favoleggiato. Una visione peraltro criticata da altri economisti che la trovano impraticabile e incline a generare recessione. Proprio la parolaccia economica che terrorizza tutti. Quel che segue è un "corpo a corpo" con Latouche, realizzato durante il festival L'Isola delle Storie, a Gavoi. 

Professor Latouche, il suo saggio sulla decrescita si basa su otto punti: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riusare, Riciclare. La pratica parte da concetti condivisi. Comincerei da qui: che significa riconcettualizzare?
"Intanto voglio precisare che il termine decrescita felice io non l'ho mai usato, è frutto di una interpretazione dell'amico Maurizio Pallante. Poi il mio saggio non ha niente a che fare con il concetto di sviluppo sostenibile, che continua a insistere sull'approccio secondo cui le nostre società devono continuare a crescere in Prodotto interno lordo all'infinito. Non ha niente a che fare con questo, semplicemente perché una crescita infinita, illimitata, è impossibile. Di più: danneggia gravemente il pianeta in cui viviamo, e le conseguenze le vediamo tutti. Riconcettualizzare significa uscire dal modello capitalista globalizzato, e governato da multinazionali e finanza speculativa, e capire che possiamo stare meglio tutti. Ma in modo diverso da come ci viene predicato ora".

E quale sarebbe?
Intanto mettere in discussione l'organizzazione dell'economia come ce l'hanno fatta studiare e accettare. Il modello capitalistico del diciottesimo secolo. Ormai ha mostrato tutti i suoi limiti, e i danni che produce, in cambio di un po' di comodità materiali. Ma restituisce paura, incertezza, sfruttamento e distruzione ecologica. L'illusione del progresso ci ha dato la società dei consumi. Hanno promesso al contadino che scavava con le mani e all'allevatore che mungeva una mucca per volta di emanciparsi da tutto questo. Avrai tutto, sarai più comodo. Da un certo punto di vista è stato così, ma questo modello secondo cui produrre e consumare è una fenomeno che non debba avere limiti ci ha messo a bordo di una macchina lanciata a tutta velocità contro un muro. Ora vediamo questi limiti e bisogna cambiare strada". 

Come si fa a cambiare strada di fronte a un sistema finanziario che oggi appare onnipotente e soprattutto lontanissimo dalla quotidianità della gente? Le persone comuni, ma anche i governanti, non riescono a contrastare i grandi centri di potere economico.
"Non possiamo contrastarlo direttamente, ma dobbiamo prepararci alla sua fine. La grande crisi cominciata nel 2007 è stata un avviso di quello che dovrà accadere. Quella crisi non è servita a niente perché abbiamo ricominciato a fare le stesse identiche cose di prima. Ne arriverà un'altra, ancora più forte. ll potere finanziario è gigantesco e anonimo, usa come burattini i nostri governanti. Nessuno è in grado di capire cosa viene detto alle riunioni chiuse del Club Bilderberg. E' un potere arroccato, che si nasconde dalla gente. Dobbiamo aspettarci che esploderà. E dobbiamo prepararci a prendere in mano il nostro futuro".

Come?
"Con una pratica di vita diversa. La gran parte dei nostri consumi non l'abbiamo scelta, siamo stati manipolati dalla propaganda pubblicitaria. Ma questi consumi non ci rendono felici. Certo, quando arriva un blackout e la televisione resta spenta e il cellulare si scarica, ci sentiamo a disagio. Ma poi riscopriamo il piacere di una camminata all'aria aperta, più attenti a quel che ci sta attorno. Ritroviamo il piacere della chiacchierata, del contatto umano. Del vicinato".

Siamo stati manipolati a credere in questa economia. Ora dobbiamo cominciare a prendere in mano il nostro destino

Quello di vicinato è anche un concetto antropologico: cioè, io individuo agisco con persone vicine a me per portare avanti un progetto, una protesta, un interesse condiviso. Ma i social network e Internet (e lo dice anche l'antropologo indiano Arjun Appadurai) hanno modificato questo concetto. Le chiedo: se io non sono più felice di questo modo di vivere, posso "fare vicinato" e immaginare una vita diversa, e azioni di protesta, attraverso interessi comuni con persone lontanissime che magari contatto con Facebook, Twitter e Skype?
"La comunità non esiste più, questa è una tragedia. Questi mezzi social e video solo in parte possono sostituire le azioni di vicinato. Io non uso Skype, preferisco lo scritto, la mail. In generale non voglio diventare tossicodipendente da social. Queste meraviglie tecnologiche tendono a renderci schiavi, non padroni. I social possono far aumentare o diminuire la capacità di discussione, ma molto dipende dal modo in cui li si usa. Dipende se questo confronto sulla Rete poi produce azione. Una comunità fa, non si limita a sfogarsi su Facebook. Un periodo, quando si lottava per ottenere diritti, si firmava una carta che denunciava una situazione e poi c'era una protesta. Succedeva due, tre volte l'anno. Oggi ricevo decine di petizioni da firmare al giorno. Ho deciso di non aderire a nessuna. Non ha senso, perché non ha effetto. Su Internet non costa niente".

Abbiamo accettato di smettere di essere comunità locale per diventare cittadini di uno Stato nazionale. Poi abbiamo accettato di considerare la nostra nazionalità meno importante del far parte di qualcosa di sovranazionale, come l'Unione europea. Oggi l'Ue non piace a nessuno, tranne forse alla Germania. C'è stata la Brexit, si parla di possibile uscita anche di altri Paesi, tra l'altro già divisi da questioni economiche e di gestione dei migranti. Come si affronta questo disastro creando un alternativa?
"Il sistema in cui viviamo è bloccato, ma non a caso. E' stato fatto così, perché non si potessero cambiare le cose. L'Europa nel mentre è arrivata ad avere 28 Paesi membri. L'unanimità è impossibile. Il progetto dell'Ue nasce anche dalle pressioni degli Stati Uniti e serve proprio a creare un blocco di Paesi. Poi c'è il problema della Germania che impone a tutti la sua ortodossia finanziaria. Non vedo la possibilità della Grecia di cavarsela restando dentro l'Unione europea, e questo sarà anche un problema dell'Italia anche se voi al momento state molto meglio. Ma serve una rifondazione dell'Ue, o avremo l'uscita di altri Paesi". 

Il grosso tema dei nostri giorni è la paura: perdere il lavoro, subire il default, perdere quel che si è conquistato, paura di uscire da un sistema monetario integrato e tornare alle monete nazionali perchè questo porterebbe all'impoverimento. Un intellettuale sardo, Francesco Cicitu Masala, parlando con Placido Cerchi ed Eliseo Spiga scrisse: "A che serve che ci consideriamo ancora disoccupati, e cioè, privi di lavoro ma in attesa di lavoro che però tarda a venire, che è sempre più in ritardo, che probabilmente non arriverà mai o che se arriverà sarà difficile riconoscere come lavoro, occupazione?". Le chiedo: c'è un antidoto alla paura del futuro, che blocca la capacità di ragionare e porta a reazioni violente come attentati e razzismo?
"La paura è creata dai media, pensiamo alla paura del fallimento, del cosiddetto default. Ma il default esiste da sempre, si chiamava bancarotta. Oggi fa paura. Ma tutti i nostri re, i nostri governanti, hanno fatto bancarotta. Carlo V lo fece due volte, lo sanno bene i banchieri genovesi. Era necessario per rimettere a posto i conti dello Stato, oggi è vietato. Oggi creare la paura dell'altro è la più grande riuscita del sistema capitalistico. Così hanno creato la guerra tra i poveri. Prima si combatteva tra classi sociali diverse. Ora, come dice il miliardario americano Warren Buffet: "La mia classe ha vinto". I poveri si massacrano tra loro, e i ricchi stanno tranquilli".

La decrescita, di cui lei parla con successo da anni, significa ritorno alle produzioni locali, al consumo responsabile (non avere tutto, le ultime novità, ma avere quel che serve e accontentarsi), al riutilizzo e al riciclo di materiali. Ma oggi il mercato è governato da multinazionali. Come si fa a scardinarne il potere?
"Ripeto: preparandosi alla loro crisi, che arriverà. Questo sistema è costruito su un insieme di flussi che però ora non funzionano più. Il petrolio sta finendo, non durerà per sempre. Siamo arrivati al punto di desiderare che con il surriscaldamento climatico, i ghiacci dell'Antartico si assottiglino così da trovare più facilmente altro greggio. Assurdità. L'impero romano all'apice del suo splendore aveva un milione di abitanti che erano nutriti soprattutto dal grano egiziano. Insostenibile, infatti la popolazione si ridusse a trentamile persone. Poi, la fine di quel sistema".

Nel suo saggio insiste molto sull'impossibilità di continuare a considerare il Prodotto interno lordo come indicatore del benessere delle persone. Con cosa lo sostituiamo?
"Esistono altri indicatori di felicità. Ad esempio l'Happy Planet Index della New Economics Foundation mescola altri indicatori: ricadute ecologiche, senso si benessere percepito soprattutto rispetto ai parenti della precedente generazione, aspettativa di vita, indice di disuguaglianza più o meno alto. Leggendo i dati e i relativi indicatori, si scopre ad esempio che il piccolo Stato di Vanuatu si percepisce più felice e soddisfatto della società americana (Vanuatu vive di agricoltura e allevamento, ma è anche un paradiso fiscale oggetto di indagini, ndr), così come Costa Rica e Colombia. Eppure la Colombia ha i suoi problemi, non parliamo di paradisi ideali e di questi indici si può discutere. Ma di comunità da analizzare secondo altri parametri, più utili del Pil che non misura il benessere delle persone, semmai il grado di mercificazione delle loro vite".

Abbiamo distrutto la loro capacità di immaginare il futuro. La Merkel fa la simpatica con i migranti, non con i greci

Veniamo alla questione dei migranti, che sta distruggendo l'Unione europea e mettendo i Paesi membri gli uni contro gli altri.
"Sono stato per tutta la mia vita professionale un africanista. Gli africani non migrano per piacere, noi abbiamo distrutto il senso della loro vita. Il Prodotto interno lordo dell'Africa rappresenta meno del 2% del Pil mondiale, eppure un tempo vivevano nelle loro terre e riuscivano a farsi bastare le loro risorse. Parliamo di ottocento milioni di persone. Poi è arrivata la globalizzazione, la tv, il cellulare. Perciò da un lato abbiamo preso le loro risorse, dall'altro facciamo vedere loro l'illusione del benessere. Il risultato è che la comunità africana è distrutta, non riescono più a immaginare un futuro sostenibile, cosa che ancora facevano fino a trent'anni fa. Ora si sono arresi. Vogliono scappare e andare in Europa, arrivano in Occidente e lavorano in fabbrica o nelle terre a prezzi molto inferiori ai nostri lavoratori. C'è un sacco di gente, e parlo di capitalisti multinazionali, che fa un sacco di soldi con questo fenomeno. La Merkel fa la simpatica con i migranti ma lo è molto meno con i Greci". 

Per concludere: cosa risponde a chi la accusa, con la proposta della decrescita, di diffondere un modo di vita che provocherebbe la recessione economica?
"Che non hanno capito niente. Il fatto è che noi siamo in recessione, siamo ormai ad un sistema economico di crescita senza crescita. Che società è quella in cui un giovane su due non ha lavoro?". 

Il faccia a faccia tra Latouche e l'inviato di Tiscali Notizie