"Io, il 'mostro' che diffondeva epidemie per vendere i suoi vaccini. Ora voglio giustizia"

Nel 2014 Ilaria Capua, scienziata e virologa di fama mondiale, fu trattata come una pericolosa criminale da condannare all'ergastolo. Innocente, ora vive e lavora in Florida e si batte per la sua piena riabilitazione

di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

In Italia va così, e quindi va malissimo. Fino a un certo giorno sei il fiore all'occhiello della ricerca scientifica del nostro Paese, apprezzata e rispettata in tutto il mondo, il giorno dopo diventi il mostro da sbattere in prima pagina. Accusata di spargere virus per innescare malattie su cui costruire il ricco business dei vaccini da te brevettati. Contro quel mostro, per mesi e mesi si scagliano in tanti, i giornalisti con le loro copertine e i titoloni, gli anti-casta sul Web e i social (dato che la persona in questione aveva anche una carica politica), i nemici dei vaccini e quelli secondo cui medicina e scienza sarebbero solo un mezzo di controllo e l'ennesimo potere deviato, quindi da dare alle fiamme. E' andata così a Ilaria Capua, virologa di fama internazionale messa sotto inchiesta e alla berlina come la peggiore dei criminali, poi assolta con formula piena. Nel mentre l'Italia dell'emergenza dei talenti che scappano, delle eccellenze che si deprimono e dei cervelli in fuga, l'ha persa. Dopo la proclamazione di innocenza è andata a vivere e lavorare negli Stati Uniti dove l'hanno accolta a braccia aperte. L'intera vicenda è rievocata nel libro scritto dalla Capua Io, trafficante di virus. E in questa intervista dove si parla di una voglia di giustizia che va oltre la sentenza già definitiva.

Dottoressa Capua, ha scritto il suo libro per rabbia, voglia di chiarezza o distacco dall'Italia? Lei nel 2014 fu accusata di commettere una pluralità di delitti da restare senza fiato: ricettazione, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica, corruzione e procurata epidemia. Per poi specularci su con la vendita dei vaccini. Reato, quest'ultimo, molto grave, per cui c'è la pena dell'ergastolo.
"Ho scritto questo libro prima di tutto per mia figlia, che aveva dieci anni ai tempi dei fatti di cui parliamo, e che ha dovuto attraversare un periodo difficile culminato nello sradicamento della famiglia e nel trasloco di tutti noi. Quando un giorno vorrà capire meglio cosa è successo, avrà tutti i dettagli a disposizione. L'ho fatto con altri due obiettivi: raccontare che in Italia si può fare ricerca di alto livello, ma anche dire quanto sia complicato farlo, e pieno di ostacoli. Ai ricercatori bisognerebbe cercare di spianare la strada. Poi ho voluto dare voce alle persone che, come me, si sono trovate coinvolte in una vicenda giudiziaria a cui erano estranee. La giustizia italiana ha tempi molto lunghi, durante i quali succede di tutto: fuga di notizie, fuga mediatica, e ti ritrovi con la vita stravolta".

Lei è stata prosciolta, ma il danno fatto nel mentre è enorme e c'è una causa per il risarcimento in corso.
"Eppure io non parlo di malagiustizia. Sono anche stata fortunata ad avere questa offerta di lavoro dall'estero, per cui ho deciso di andare via mentre ero ancora imputata, prima di essere prosciolta da tutte le accuse. Pur lavorando in Florida, io mi considero una scienziata made in Italy e invito i ragazzi e le ragazze a fare ricerca in Italia. Dove, se non fosse successo quel che mi è successo, starei ancora".

Prima di essere oggetto di accuse e titoli mediatici gravi, lei era uno dei fiori all'occhiello della nostra ricerca scientifica: prima donna a vincere il premio più prestigioso nella veterinaria, tra i 50 scienziati più importati del mondo secondo Scientific American. Nel 2006 ha codificato per prima la sequenza genetica del primo ceppo di virus dell'influenza aviaria, resa poi disponibile in modo gratuito e aperto agli altri centri di ricerca. E ha brevettato il protocollo di vaccinazione Diva, contro l'aviaria. Poi nell'aprile del 2014 arrivano i capi di imputazione.
"No, prima dei capi di imputazione arriva la telefonata di un noto giornalista de L'Espresso che mi fa tre domande sull'indagine che mi riguardava e di cui non sapevo nulla. Dopodiché esce questo servizio, strillato a tutta copertina, in cui vengo trattata da trafficante di virus, su cui avrei speculato d'accordo con le grandi case farmaceutiche. Le accuse erano basate su intercettazioni telefoniche, non era stata fatta alcuna attività investigativa. Capita che al telefono si dicano frasi che, se tolte dal contesto, possano essere stravolte nel loro significato".

Lei raccontò e nel libro scrive di non aver avuto la possibilità di parlare col procuratore di Roma, Capaldo, per fornire la sua versione dei fatti. Questo confronto poi c'è stato?
"No, per il semplice motivo che io sono stata sentita da Capaldo nel 2007, dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per contraffazione di sigilli, ma non aveva a che fare con farmaci. Lui non mi parlò di altri reati, poi non ne seppi più nulla. Nessuno mi parlò di procurata epidemia, corruzione o altre cose del genere, di cui scrisse poi L''Espresso". 

Che titolò durissimo: Trafficanti di virus, accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini e arricchirsi. L'inchiesta sul grande affare delle epidemie. Quel titolo impattò su un'opinione pubblica già molto divisa su questi temi: vaccini sì o no, i grandi gruppi farmaceutici che vendono come necessari prodotti che forse non lo sono e guadagnano miliardi. Gli anti-vaccinisti in campo, i complottisti convinti che i medici siano espressione di lobby e che non abbiano niente a che vedere con l'evitare flagelli che possano colpire l'umanità. Quando lei è stata prosciolta, ci sono stati grandi giornalisti italiani che parlavano della necessità che ci si scusasse con lei. Queste scuse sono poi arrivate?
"No. Nè in pubblico né in privato. Ora c'è una causa in corso, contro chi ha scritto di me certe cose. Io ho chiesto di incontrare il giornalista de L'Espresso che mi aveva raggiunta al telefono, facendomi un paio di domande frettolose, senza poi darmi l'occasione di spiegare il mio punto di vista e di mostrargli le carte in base alle quali il giudice mi ha poi prosciolta. Peggio, quel giornalista dopo la sentenza che mi riabilitava, ha scritto che il business farmacologico c'era comunque e che io ero coinvolta". 

Mi hanno trattata come un serial killer. Se ero così pericolosa perché nessuno per anni è intervenuto?

Sarebbe il business dei reagenti, affare che le avrebbe reso 700 mila euro l'anno, parallelamente alla sua attività di ricerca pubblica. Come si legge in quell'articolo. Dove si parla anche delle sue insistenze per far accettare il protocollo di vaccinazione Diva, da lei ideato.
"E' vero che il mio laboratorio ha venduto reagenti per 700 mila euro l'anno, ma io con quei soldi ho pagato ricercatori, materiali di consumo e attività di ricerca. L'errore di fondo nasce dal modo in cui gli investigatori hanno interpretato le mie frasi al telefono mentre ero intercettata. Il giornalista si è fidato della loro interpretazione e non ha voluto dare credito alla mia versione dei fatti. Ed è vero che io insistevo perché il mio sistema di vaccinazione venisse brevettato. L'avevo inventato io, ne ero orgogliosa. L'ho brevettato e mi sono battuta perché venisse commercializzato".

Un grande scandalo finito in una bolla di sapone. Lei riabilitata, nessuna epidemia, nessuna speculazione con il mercato dei vaccini. Cosa fa oggi Ilaria Capua in Florida?
"Lavoro al progetto One Health, dirigo un centro di eccellenza che mescola il meglio della sanità umana, dedicata agli animali e alla preservazione dell'ambiente per trovare delle aree di studio che ragionino in termini di sistema. Non basta studiare una malattia che si sviluppa in Africa, i virus viaggiano, ma si propagano attraverso un dato rapporto delle persone con gli animali e l'ecosistema che li ospita. Condizionato dallo sconvolgimento climatico. Cerchiamo i punti di crisi di questo sistema, per tutelare una salute totale".

Chiudiamo con la domandaccia: al tempo in cui venne fuori l'inchiesta e il massacro mediatico in cui veniva trattata alla stregua di un mostro che diffondeva pericolose malattie per guadagnare soldi, lei era impegnata in politica e al governo con Scelta Civica, dell'allora premier Mario Monti. Le è mai venuto il sospetto che quell'attacco mediatico fosse un attacco politico?
"I fatti raccontati da L'Espresso risalgono agli anni 1999-2007. Questa indagine è rimasta dentro un cassetto fino al 2014 ed è venuta fuori quando io ero in Parlamento. Se gli inquirenti avessero realmente pensato che io fossi stata una criminale di quel livello, mi avrebbero dovuto fermare nel 2006, quando il mio telefono era sotto controllo. Mi hanno trattata come un serial killer. Allora perché hanno aspettato otto anni a intervenire?".