Il fiume rosso veleno che inquina la Sardegna

Il rio Irvi raccoglie l’acqua che trabocca dalle miniere di Montevecchio-Casargiu, attraversa l'oasi naturalistica di Piscinas e sfocia in mare con il suo carico di cadmio, piombo, arsenico, zinco, nichel e altri metalli pesanti

di Paolo Salvatore Orrù   -   Twitter: @OrruPaolo

Con l’arrivo delle piogge invernali, il rio Irvi si colora di rosso cadmio. Una fonte inesauribile di immagini per chi ama la fotografia, una calamità per chi, come il comune di Arbus (Sardegna), deve amministrare gli immensi arenili e le incantevoli dune pre desertiche dell’oasi naturalistica di Piscinas: quel rosso è la cartina tornasole di un’alta concentrazione di cadmio,  un veleno che - con arsenico, piombo, nichel, ferro, manganese e cobalto - rischia di alterare irreversibilmente una delle più belle e selvagge aree del Mediterraneo.

Solo il maestrale e le poderose onde invernali sono riuscite ad evitare, non permettendo il regolare afflusso delle acque del ruscello in mare, un dramma naturalistico senza precedenti. Il comune di Arbus vorrebbe metterci una pezza, ma sembra pressoché impotente di fronte alle stressanti dispute che da oltre 25 anni - l’ultimo pozzo è stato chiuso nel 1991 - hanno messo l’uno di fronte all’altro Regione, Igea, provincia di Cagliari e provincia del Medio Campidano (con l’Asl 6 impotente alla finestra).

Certo, le piene del rio Irvi sono solo una goccia di fronte ai più vasti problemi imposti dall’ex bacino minerario di Montevecchio-Ingurtosu.  Eppure, un decennio fa, la provincia di Cagliari qualcosa aveva deciso di fare, concedendo un finanziamento di oltre mezzo milione di euro, lievitati poi sino 800 mila, per costruire un depuratore capace di filtrare le acque reflue della galleria Fais, nel cantiere minerario di Casargiu, posto a pochissimi chilometri dalla spiaggia di Piscinas. Somme che nessuno utilizzò sino al 2006, quando l’allora neo (ora già ex) Provincia del Medio Campidano costruì il primo modulo dell’impianto, consegnandolo nel 2011 per la sua gestione all’Igea, la società in house della Regione che avrebbe dovuto amministrare l’ingente patrimonio immobiliare, i mezzi, le attrezzature e la professionalità delle maestranze dei siti minerari dismessi, non lo ha mai messo in funzione. "Meglio così - ha spiegato il vice sindaco Michele Schirru - secondo alcuni tecnici non avrebbe funzionato". 

Quel depuratore non è mai stato messo in funzione, così il fiume al cadmio ha continuato a vomitare, lo si può vedere anche nella documentazione video di tiscali.it, i suoi reflui velenosi. “Il caso del torrente al cadmio è solo uno, forse neanche il più drammatico, dei mille problemi che 150 anni di estrazioni minerarie – cessate di fatto nel 1991 – stanno avvelenando il nostro territorio”, ha spiegato il sindaco di Arbus Antonio Ecca. Di fronte a queste resistenze, Schirru ha organizzato, su delega del primo cittadino, un’assemblea pubblica: “La popolazione – ha spiegato – ha risposto in massa all'appello, evidentemente sente il peso di una situazione che si sta rivelando giorno dopo giorno sempre più ambigua”.

In effetti gli arburesi stanno chiedendo da tempo l’apertura di cantieri di bonifica. “Per molti cisoccupati – ha commentato l'architetto ed esperto minerario Carlo Vinci – si aprirebbero opportunità di lavoro, non soltanto nei cantieri di bonifica ma anche nel turismo”. Le esigue disponibilità di bilancio del comune non bastano a dare le risposte desiderate, per questo il sindaco ha chiesto alla Regione e allo Stato nuove risorse: “Non vogliamo più tollerare questa situazione, chi di competenza (Igea) ha il dovere e l’obbligo di risolvere il problema”.  Un problema che esiste da 25 anni.

(Foto Home Page italiainfoto.com)