Chi riscatterà la fanciullezza perduta dei bimbi della 'ndrangheta? La battaglia del presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria

Il magistrato Roberto Di Bella è impegnato in una drammatica battaglia contro la ‘‘ndrangheta, ma anche per favorire il riscatto dei loro figli, altrimenti destinati a diventare mafiosi e killer

Un video investigativo ha immortalato una ragazza napoletana di 17 anni impegnata a consegnare droga a domicilio con la collaborazione della sorellina di appena 7 anni: stavano portando avanti l’attività di spaccio avviata dalla loro mamma, arrestata lo scorso gennaio per traffico di stupefacenti. Chi riscatterà la fanciullezza perduta di questa giovanissima donna e chi darà un futuro decoroso a questa bimba?  Una domanda che, secondo Roberto Di Bella, il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, merita una risposta: il magistrato è impegnato da tempo, in pool con altri colleghi e con l’associazione Libera di don Ciotti, in una drammatica battaglia contro gli uomini e le donne della ‘‘ndrangheta, ma è anche in prima linea per favorire il riscatto dei loro figli, altrimenti destinati a diventare mafiosi e killer.  “Non facciamo nulla di particolare” ha affermato il magistrato, “in casi come questi applichiamo soltanto le norme previste dalla legge italiana e dai trattati internazionali”.

Ed è vero, ma è altrettanto vero che non tutti i tribunali dei minori (il cui futuro è incerto) del nostro Paese adottano, salve le eccezioni di Napoli e Catania, gli stessi criteri. I minori, secondo la legge, dovrebbero sempre restare con le loro famiglie, ma il diritto non è assoluto: deve essere bilanciato con “il diritto di ricevere una educazione responsabile”, spiega Di Bella. Per evitare al minore i rischi connessi alle attività illecite, i magistrati hanno quindi, quando se ne ravvisa la necessità, l’obbligo giuridico ad intervenire. “Non conosco nei particolari la vicenda di Napoli, so però che anche in alcuni tribunali campani si agisce - come in Calabria - nell’interesse di bambini e adolescenti”. Quando le mamme percepiscono che “i nostri interventi non sono punitivi e che stiamo aiutando i loro figli a uscire da percorsi criminali obbligati, cambiano atteggiamento nei nostri confronti”, chiarisce il magistrato calabrese.

In un primo momento, le donne stanno sul chi va là, i rapporti con gli organi dello Stato diventano spesso aspri: temono di perdere la patria potestà dei loro bambini, quando però capiscono che la molla che muove i magistrati, gli assistenti sociali e le associazioni è quello di allontanarli dalle carceri, dalla morte, dai lutti e dalla sofferenza, collaborano. E allora il loro impegno diventa di vitale importanza, perché “i nostri provvedimenti le sollevano dalle responsabilità di prendere scelte spesso laceranti”, rileva ancora il magistrato.  Del resto, queste decisioni vengono prese in un contesto molto degradato. Queste donne, per amore dei loro figli, cominciano a collaborare con la giustizia. Altre ancora, “quando escono da lunghe carcerazioni ci chiedono di essere loro stesse allontanate dalla Calabria, o di allontanare i loro figli da quell’ambiente”.

E questo il tribunale di Reggio Calabria lo sta facendo in casi sempre più numerosi con l’ausilio dell’associazione Libera: “Noi abbiamo in don Ciotti e nell’avvocato Enza Rando, una delle responsabili dell’ufficio legale di Libera, un supporto validissimo”, spiega il magistrato. Negli ultimi anni il sistema Di Bella ha isolato in altre regioni interi gruppi familiari. “Cerchiamo alleanze con i genitori, con le persone più dure. Con i detenuti in 41 bis, per esempio, creiamo canali di relazioni controllate”. I segnali sono positivi anche da parte di qualche padre detenuto. “In realtà, per ora c’è stato uno solo caso: ci ha scritto ringraziandoci per quello che abbiamo fatto per suo figlio; ha detto che se avesse anche lui avuto l’opportunità di vivere in un altro contesto, forse non si sarebbe forse trovato dov’è adesso”. E' già una vittoria.

I bambini, dagli otto ai dieci anni, sono spesso andati via con le madri, in altri casi “abbiamo dovuto fare degli affidamenti in comunità e in altre famiglie, ed è questa la soluzione che privilegiamo”. Le più felici sono le ragazze: “Quando si rendono conto di poter vivere in un mondo normale, senza traffici strani, senza violenza, senza morti ammazzati, senza carcere e senza violenza, rinascono. E al compimento dei 18 anni di età ci chiedono di restare fuori da una realtà che non ritengono più di essere la loro”. Forse anche per loro ci sarà un futuro.