Di Liddo (Ce.Si): "Sicurezza e interessi economici: in Libia dobbiamo intervenire, ma con l'Onu"

L’instabilità libica è in grado di destabilizzare Stati distanti solo poche centinaia di chilometri dalle nostre coste. Che, a loro volta, possono diventare nuovi focolai

Di Liddo (Ce.Si): 'Sicurezza e interessi economici: in Libia dobbiamo intervenire, ma con l'Onu'

Le bandiere nere dell’Isis sventolano nel cielo di Tripoli. La vecchia capitale è occupata dalle milizie filo-islamiche di Fajr Libya, che hanno imposto un governo "parallelo" guidato da al Hassi, un personaggio molto vicino ai Fratelli musulmani. Per questo, la nostra ambasciata a Tripoli è stata chiusa "per il deteriorarsi della situazione” e, sempre per questo, centinaia di italiani residenti in Libia hanno preferito tornare in Patria. “La Libia è un Paese che si affaccia sul Mediterraneo, e il Mare Nostrum è per l’noi uno spazio strategico fondamentale”, spiega Marco Di Liddo, responsabile del Desk Africa e  ex-URSS presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.)

Di Liddo, il Ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, ha lanciato un messaggio chiaro, l’Italia deve intervenire in Libia. Lei è d’accordo?
“Senza dubbio, dobbiamo monitorare quell’area. L’instabilità libica è in grado di destabilizzare Stati distanti solo poche centinaia di chilometri dalle nostre coste. Che, a loro volta, possono diventare nuovi focolai per chi vuole instaurare un regime islamico legato allo jihadismo e, in particolare, all’Isis. Intorno al quale prolificano commerci di droga, armi e esseri umani. La pacificazione della Libia è essenziale per gli interessi italiani”.

L’Italia potrebbe essere costretta a difendere i suoi confini, ma deve difendere solo questo?
“Oltre alla sicurezza, dobbiamo difendere anche gli interessi economici legati all’energia: si pensi ai pozzi petroliferi gestiti dall’Eni, in particolare al Pozzo Elefant, uno dei più grandi gestiti dalla nostra società di idrocarburi, la cui perdita potrebbe creare un danno incalcolabile per la sicurezza energetica di tutto il Paese, oltre che per gli interessi della società che li gestisce.

Quali sono i Paesi confinanti con la Libia che potrebbero essere invasi dai jihadisti?
“L’Isis è un pericolo per tutta l’Europa. Perché la Libia potrebbe diventare un punto di riferimento importante per tutti i terroristi del Sud Africa, soprattutto se dovessero riuscire a ottenere anche l’aiuto di Siria e Iraq. Si costituirebbe così un fronte del jihad capace di attirare miliziani locali e stranieri, divenendo così una fabbrica ideologica e tattica di terroristi che operano armati a due passi dall’Europa. La Libia è molto vicina a Siria e Iraq, quindi se si crea una retorica narrativa del jihad anche in quel Paese, tantissimi foreign fighters potrebbero arrivare nell’ex Paese di Gheddafi. Insomma, la Libia potrebbe diventare la base del terrorismo islamico internazionale”.

Un rischio che l’Italia non vuol correre, dobbiamo aspettarci un nostro intervento armato?
“Intervento è una parola molto forte. Al Cesi si preferisce dire che tutto il comparto politico e militare che si occupa di questa materia sta agendo in pieno coordinamento con i partner europei e con l’Onu. Ovviamente, in situazioni come queste occorre operare con i piedi di piombo, con cautela, con garbo. Certo, c’è stata una presa di posizione politica: il nostro Paese vuol avere un ruolo di guida nella stabilizzazione della Libia. Le forme, le modalità e i tempi sono però ancora in divenire”.

I nostri corpi d’élite hanno, comunque, intensificato l’addestramento.
“In queste situazioni di estrema aleatorietà può succedere di tutto. Come analisti, dunque, fin quando non siamo in grado di confrontarci con i dati empirici, preferiamo essere estremamente cauti. E’ vero che c’è stata l’ammissione di una volontà politica, ma prima occorre costruire un consenso internazionale e avere una strategia certa. Del resto, senza un accordo preventivo con qualche gruppo libico cosa ci starebbero in nostri uomini in quel suolo? E che autorità avrebbero in quel contesto? Insomma, ci sono tante di quelle variabili … calma e sangue freddo”.

Calmi? Il ministro della Difesa Pinotti ha già detto che l’Italia ha 5000 uomini pronti all’azione.
“Al di là di questo, al di là dei numeri, non è pensabile che nel 2015 un Paese si assuma da solo l’onere di una missione armata in suolo straniero. La prassi non è questa, si pensi alla Francia in Mali, per essere lì il paese d’Oltralpe ha dovuto consultarsi con l’Unione Europea, con le Nazioni Unite e con l’Unione Africana. Mettendosi così, anche a livello economico, in condizione di operare in un contesto di coalizione. Solo gli Stati Uniti possono permettersi di spendere miliardi di dollari per un’operazione di quella portata”.

Lei ha detto che l’Italia ha bisogno di una “spalla” armata in Libia. Potrebbe essere il generale Khalifa Belqasim Haftar?

“Haftar è uno dei tanti attori che in queste ore stano agendo in Libia, è un generale con formazione nasseriana, un laico che più volte ha teso la mano all’Occidente per neutralizzare la minaccia islamista. Ma quanto potere ha Haftar in quel terreno? In Libia non si può parlare di gruppi monolitici, siamo di fronte a realtà magmatiche, ad alleanze dinamiche che cambiano in continuazione. Nessuno, in questo momento, è in grado di sopraffare l’altro. Certo, Haftar ha la simpatia di alcuni Paesi Europei e, sicuramente, dell’Egitto. Ed è visto da noi come “considerabile”, non, però, come un uomo della provvidenza”.

Per i nostri soldati, un’altra missione di pace? Anche perché di mantenimento della pace, viste le premesse, non è possibile parlare.
“Tema intricatissimo. L’Italia ha firmato le carte delle Nazioni Unite, quindi se dovesse svolgere una missione di mantenimento o stabilizzazione della pace dovrebbe comunque farlo nel rispetto di quei principi. La forza può essere utilizzata solo per ristabilire la pace. Siamo all’inizio di una riflessione, ci vuole molta molta prudenza”.