[L'intervista] "I jihadisti inseguono Al Andalus, ma la Spagna non è l'unico obiettivo. Vi spiego perché l'Isis non morirà"

L'inviato del Sole 24 Ore ed esperto di Medioriente, Alberto Negri, in un'intervista a Tiscali.it avverte: "I pericoli sono destinati a moltiplicarsi"

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Quella di Barcellona ha il sapore di una strage annunciata. Tanti elementi facevano presagire che l'attentato alla stazione di Atocha nel 2004 non sarebbe rimasto un episodio ormai archiviato nella memoria. Jihadismi di ieri e di oggi che si intrecciano, mortalmente. Alberto Negri, inviato del Sole 24 Ore e autore di molti libri su temi mediorientali, trova il senso di quanto accaduto in "elementi di cronaca, culturali, storici e geopolitici" che convergono su un unico punto. Dai fatti di Madrid ad oggi, dice il giornalista - che a settembre riceverà a Cagliari il "Globo per il giornalismo" nell'ambito del Festival internazionale della letteratura di viaggio - "la Spagna non era stata direttamente colpita ma è anche vero che ci sono stati più di 600 arresti, di cui 150 negli ultimi tre o quattro anni. L'80 per cento a danno di militanti dell'Isis, il resto Al Qaeda". 

E non è tutto. "In primavera c'è stato il fermo di due jihadisti presenti a Bruxelles durante gli attentati del 2016 all'aeroporto e alla metropolitana. Poco dopo sono stati arrestati membri di una cellula che pianificava un attentato a Palma di Majorca, luogo altamente turistico. Costoro erano in possesso di molto materiale dell'Isis a cui i militanti potevano accedere attraverso un canale con 12 mila sottoscrittori". In uno di questi video, continua il giornalista, "si rivendicava l'esistenza di Al Andalus, cioè la dominazione musulmana della Penisola iberica che è durata dall'Ottavo secolo fino al 15esimo, quando nel 1492 vennero espulsi musulmani ed ebrei dalla Spagna". Negri osserva che "questi otto secoli sono stati quelli gloriosi della civiltà araba e musulmana e i jihadisti ne rivendicano la reconquista".

La "contiguità" con il Marocco

C'è anche il fattore geopolitico da non sottovalutare. La contiguità con il Marocco, separati solo da un braccio di mare e le due enclave di Ceuta e Melilla. "Da tempo i marocchini si alimentano anche dell'instabilità del Maghreb e del Sahel, quelli che costituiscono l'origine etnica nazionale più importante tra i militanti del jihadismo. Tutti questi elementi in fila dovevano far capire che la Spagna non era certamente esente dal mirino dei terroristi".

Tanto più, aggiunge Negri, che "Madrid è impegnata nelle operazioni di antiterrosimo, è andata in Iraq nel 2003 e ci è tornata recentemente per l'addestramento delle truppe curde e della polizia di Baghdad, ha un contingente in Libano ed è stata impegnata in Afghanistan. Insomma, gli spagnoli - conclude - sono anche loro ben collocati in quella fascia di instabilità del Mediterraneo che in qualche modo sta investendo con la sua destabilizzazione tutta l'Europa meridionale ma anche quella settentrionale". 

Il tutto sembra prescindere dai rapporti reali tra Spagna e Marocco. Anche perché "al di là della solidarietà espressa dal re Mohammed, i marocchini sono ben felici di liberarsi dei loro jihadisi. Guardando al passato - sostiene Negri - il legame più lungo che si può ricordare è quello tra l'Italia e l'Algeria che risale agli anni '90. Quando dopo il colpo di Stato dei generali del '92 ci fu l'inizio del famoso decennio degli anni di piombo con migliaia di morti. All'epoca Italia e Algeria collaboravano sul piano dell'individuazione delle basi logistiche dei gruppi jihadisti. La Spagna - precisa - certamente ha bisogno della collaborazione del Marocco o dell'Algeria perché essa può essere il ponte d'ingresso dal Sahel, un'area ad altissima instabilità". 

Resta drammaticamente certo che la Spagna non ha saputo proteggersi. I jihadisti si sono organizzati e solo per un caso fortuito non hanno portato a termine un piano ben più spaventoso, ripiegando sul camion che precipita sulla folla ignara delle Ramblas. "Tutti sono vulnerabili, non solo la Spagna - è la convinzione del giornalista -. Anche noi italiani, che per fortuna o per abilità o per combinazione di tutti e due i fattori siamo stati risparmiati dagli attacchi terroristici. E' evidente che sono tutti vulnerabili in Europa".

La sconfitta del Califfato e i nuovi marchi

Un eventuale sconfitta del Califfato in Siria e Iraq riuscirà a mettere fine all'escalation di violenza? "Probabilmente no - osserva Negri - perché non determinerà la fine dell'ideologia jihadista". Si è visto con Al Qaeda combattuta fin dal 2001 e fino al 2010, anno della morte del suo capo Bin Laden: "Il il qaedismo ha trovato altri santuari e non è certamente svanito. In un certo senso si è pure rinvigorito. Lo stesso potrebbe accadere con il Califfato. Che una volta sconfitto militarmente cercherà nuove collocazioni dentro la stessa Siria o in territori come lo Yemen o il Sinai".

Insomma, conclude l'inviato, "dovremo fare i conti con un fenomeno forse diverso con nuovi marchi. Esempio: nella città di Idlib, provincia settentrionale della Siria, ci sono già tremila militanti che fanno capo a un altro fronte islamista". Nuove organizzazioni già pronte a far sentire la loro voce. "Con il ritorno dei foreign fighters, inoltre, si moltiplicherà il pericolo per tutti i paesi. Per la Francia in primo luogo che è stata il paese più colpito da attentati di matrice islamica, ma anche per la Gran Bretagna, la Germania e così via".