[L’analisi] La Libia è una macelleria, l'Onu accusa Ue e Italia di complicità nelle torture. Ma non è del tutto vero

È la terribile denuncia dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Raad Al Hussein:

[L’analisi] La Libia è una macelleria, l'Onu accusa Ue e Italia di complicità nelle torture. Ma non è del tutto vero

 Parole scioccanti. Che non possono essere messe in discussione. Anzi, trovano conferme. In video, testimonianze e “risultanze” investigative: la Libia è una macelleria dove si violano diritti umani e si coltivano umane sofferenze. È terribile la denuncia dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Zeid Raad Al Hussein: «La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza della umanità». Parole toccanti. Un atto di accusa (ingiusto) contro la Unione Europea e l’Italia. Come se le Nazioni Unite non fossero coinvolte anche loro nel tentativo di stabilizzare il Paese, di creare istituzioni per garantire uno Stato di diritto. Dando così una soluzione per un governo dei flussi migratori.

 Il libanese Gassman Salamé, inviato speciale in Libia per le Nazioni Unite, sta tentando di mettere d’accordo tutte le fazioni in lotta tra di loro per una soluzione di pace e una prospettiva di stabilizzazione del Paese. Entro la fine dell’anno, potrebbe giungere a capolinea l’esperienza del governo del Presidente Serraj, per far nascere il nuovo Consiglio Presidenziale composto solo da tre membri e un governo che possa affrontare le nuove sfide che la Libia dovrà affrontare. Ed è pronto a lasciare Tripoli anche il generale Paolo Serra, consigliere militare scelto dall’Onu per tentare di stabilizzare la Libia.

L’Alto commissario Onu Zeid Raad Al Hussein precisa che gli osservatori internazionali hanno potuto documentare l’esistenza di “migliaia di migranti denutriti e traumatizzati, di donne e bambini ammassati gli uni sugli altri e rinchiusi dentro capannoni». Non sapeva della presa di posizione dell’Alto commissario Onu, il procuratore di una città che sta svolgendo inchieste delicate sui traffici di clandestini (e non solo): «Queste ragazze sfortunate o anche gli uomini - spiega il procuratore a Tiscali.it - arrivano in Italia dopo essere stati detenuti in campi di concentramento».

Che barbarie. Ammassate nei capannoni. Lasciate digiune, violentate, morte annegate. Un popolo innocente di donne, uomini e minori, si ritrova all’inferno, in campi di concentramento senza sapere perché. Vittime delle mafie etniche, quella nigeriana è maggioritaria, e delle milizie. Però l’Alto commissario accusa l’Europa e l’Italia di complicità nelle torture. Perché prendersela con la Ue che nulla farebbe «per ridurre gli abusi perpetrati sui migranti?». Perché l’Italia non dovrebbe aiutare la Guardia Costiera libica «che intercetta i migranti?».

Sono sette anni che da Tripoli a Bengasi a Sebha comandano gruppi armati, le milizie. Diceva un diplomatico occidentale che «queste milizie ricordano le famiglie mafiose di Palermo. Ognuna comanda un pezzo di città, di territorio. Poi c’è il mandamento e basta. La cupola non esiste. Di volta in volta si trovano mediazioni, accordi tra i diversi interessi. Oppure ci si ammazza». E poi c’è la mafia nigeriana che trasferisce, attraverso la Libia, migliaia di donne e uomini vittime della tratta, destinate alle piazze del nostro Paese e dell’Europa.

Fa affari con la droga, l’accattonaggio, la prostituzione. Occupa territori che trasforma in Stati autonomi. L’Italia soccorre, accoglie, indaga, reprime i traffici di clandestini, la tratta di esseri umani, i traffici di droga, armi e prostituzione. Perché accusarci di complicità con le milizie o con le mafie etniche? Ed è il nostro obiettivo quello di cancellare l’esistenza in Libia dei campi di detenzione. È la Ue e l’Italia che finanziano i progetti dell’Oim o dell’Unhcr, agenzie delle Nazioni Unite, per i rientri assistiti nei paesi di origine dei migranti che si trovano in Niger o in Libia. O per assistere in Libia i migranti che si trovano nei centri di accoglienza (che oggi sono centri di detenzione).