[L’analisi] L’ex metalmeccanico dal paradiso all’inferno per colpa di un appartamento. La fine di Lula

Incarnava il sogno della giustizia sociale e dell’eguaglianza in un paese dove la sperequazione e la sofferenza dei poveri esprimono il massimo della loro contraddizione. Arriva una condanna a 9 anni di reclusione per la casa di Guaruja. Seguono sequestri di beni, immobili e denaro per milioni di euro. Ma non è finita qui

[L’analisi] L’ex metalmeccanico dal paradiso all’inferno per colpa di un appartamento. La fine di Lula

Lula, il calamaro. Con questo nomiglolo affettuoso è conosciuto da sempre Luis Ignacio da Silva, l’ex presidente brasiliano finito nei guai con la magistratura del suo paese che lo ha riconosciuto colpevole  di corruzione e lo ha condannato a 12 anni di carcere nell’ambito dell’inchiesta LavaJato. Si tratta di un intricato affare di tangenti, commesse e mattoni in cui il politico, già ricandidato alle presidenziali 2018, è rimasto incastrato al punto da dover rinunciare alla corsa, prima dell’arresto. Ex operaio metalmeccanico, sindacalista di spicco e fra i fondatori del Partidodos Trabalhadores, di ispirazione progressista e di sinistra, Lula incarnava il sogno della giustizia sociale e dell’eguaglianza in un paese dove la sperequazione e la sofferenza dei poveri esprimono il massimo della loro contraddizione.

E’ per questo che il suo arresto, e la conseguente fine della sua carriera politica, hanno destato così scalpore in Brasile ed in tutto il Sud America. Ora un reportage del Fatto Quotidiano  ricostruisce i particolari dell’inchiesta, che lo vede coinvolto in prima persona a causa di un prestigioso attico nella località balneare di Guaruja, ristrutturato coi denari della ditta di costruzioni Oas, in cambio di una corsia preferenziale nella concessione di cospicui appalti pubblici intorno al colosso statale Petrobras. 

L’Operazione Lava Jato, ricostruisce il Fatto, inizia in sordina nel 2014 come un’indagine sul riciclaggio di denaro sporco, ma si allarga presto alla compagnia petrolifera statale Petrobras, i cui dirigenti avrebbero accettato tangenti in cambio di aggiudicazioni di contratti a imprese edili a prezzi gonfiati.  I dirigenti della compagnia petrolifera avrebbero gonfiato gli importi delle commesse per la costruzione di infrastrutture petrolifere guadagnando almeno 800 milioni di dollari, che sarebbero stati utilizzati in parte per finanziare la campagna elettorale del Partito dei Lavoratori, il partito di Lula, al potere dal 2003.

Ma andiamo per ordine. Nel 2014 il fondatore di  Wikileaks JulianAssange rivela che l’allora presidentessa brasiliana Dilma Roussefe il suo staff sono spiati dalla NSA statunitense, per questioni legate al petrolio brasiliano. Spunta fuori un faccendiere, Alberto Youssef, già conosciuto alle forze dell’ordine per lo scandalo  “Mensalao”, che inizia a parlare con la polizia. L’inchiesta inizia a prendere corpo quando un senatore del Pt, Delcidio Amaral, racconta come funzionava il “sistema Petrobras”, coinvolgendo la Roussef ed anche Lula. Nel 2016 la polizia indaga l’ex presidente per “traffico d’influenze”.

Lula viene accusato di riciclaggio e patrimoni non dichiarati: fra questi, un prestigioso appartamento in riva al mare nella località turistica di Guaruja.  Per cercare di difendere Lula da un possibile arresto, la Roussef lo nomina ministro, ma  il Supremo Tribunale Federale sospende immediatamente la nomina e rimanda l’ex presidente al giudizio di Sergio Moro, coordinatore dell’inchiesta Lava Jato. Subito dopo la stessa Roussef cade sotto la scure dell’impeachment. Moro nel frattempo va avanti con Lula, accusandolo di aver ricevuto 3,7 milioni di reais dalla società di costruzioni Oas, denaro che sarebbe stato utilizzato per la ristrutturazione del prestigioso appartamento di Guaruja. Siamo a settembre del 2016, ma da qui alla fine dell’anno Lula colleziona altre 5 denunce, fra cui l’accusa di traffico d’influenze ed arricchimento indebito per la mediazione durante la vendita di 36 jet della svedese Saab alle forze armate brasiliane.

Finisce contemporaneamente in manette anche Antonio Paolocci, ex ministro delle finanze di Lula, accusato di passare tangenti all’ex presidente. Il colpo di grazia per Lula arriva però qualche mese più tardi, quando l’imprenditore Marcelo Odebrecht rivela ai magistrati l’esistenza di un consolidato  sistema illecito di rapporti fra politica ed imprenditoria, che investe in pieno il Partido dos Trabalhadores, oltre che gli altri partiti. E’ l’inizio della fine della parabola lulista nel paese: il 9 maggio 2017 arriva per l’ex presidente una prima condanna a 9 anni di reclusione per la casa di Guaruja. Seguono sequestri di beni, immobili e denaro per milioni di euro.

Ma non è finita qui: il 12 settembre parte una nuova denuncia del pool Lava Jato contro Lula, proprio mentre il politico, già in campagna presidenziale, raggiunge il massimo del gradimento nelle intenzioni di voto: 45%.  A fine gennaio 2018, la Corte d’Appello conferma la condanna, aumentandola da 9 a 12 anni. Il 7 aprile, infine, Lula si consegna alla polizia, rinunciando alla corsa presidenziale e alla libertà . E’ la fine del sogno.