[L’esclusiva] Incontro ravvicinato con Limonov: “Ecco chi comanda in Russia dietro Putin”

Teppista, mendicante, scrittore, poeta, intellettuale, dissidente, Tigre di Arkan e poi fondatore del Partito Nazional Bolscevico. Limonov è anche un simbolo e soprattutto un personaggio letterario. La sua vita è stata narrata da Emmanuel Carrère nel libro che porta il suo nome

Alberto Negri con Eduard Limonov
Alberto Negri con Eduard Limonov

L’originale - non quello descritto da Carrère che avete letto in “Limonov” - appare come da una quinta di Cecov: la sua ombra nera attraversa un roseto su una terrazza-giardino magnifica sotto le stelle romane. Lo attende una piccola compagnia eterogenea ma subito affiata, grazie alle ospiti, Delfina e Valentina Parlato, che per tutta la sera ci daranno da mangiare e bere con grande gentilezza, tollerando nubi di fumo denso come se il padrone di casa, Valentino, fosse improvvisamente ricomparso qui, questa sera, aspirando nicotina dall’eterna sigaretta tra le labbra. 

Eduard Limonov è magro, non alto, appare quasi esile, delicato. Lo avevo immaginato, leggendo le imprese descritte da Carrère, di notevole statura, quasi nerboruto, persino la voce è quasi un sussurro. Parla francese anche se Marc Innaro, grande inviato della Rai, e il suo editore Sandro Teti lo incalzano in russo. Anche l’età, seppure ben conosciuta, è quasi indefinibile: certo è anziano ma non vecchio, è vigile, attento ed estremamente educato. Non c’è quasi niente del narciso che immaginavo, anzi. È schivo. Lascia la scena della conversazione a Luciana Castellina che racconta dei funerali di Togliatti, quando lei si perse Breznev tra una folla di un milione di persone mentre tutti correvano a piedi dietro alla bara con Dolores Ibarruri in testa al corteo. E lei, Luciana, era terrorizzata di non ritrovare nel bailamme uno dei capi del Pcus.

Però c’è una cosa di Limonov che lo rende “Limonov l’Originale”: il fascino del profeta delle periferie, di quello nato quasi povero, in un mondo duro, aspro, e che è finito di nuovo al centro del mondo: “E’ vero Carrère ha molto romanzato e forse mitizzato la mia storia ma a lui devo anche il ritorno di interesse per le mie opere”.

E’ qui in Italia per presentare la sua autobiografia, “Zona Industriale”, che in russo ha un altro titolo “Siry”: “Sono andato ad abitare nella zona industriale di Syry a Mosca dopo il carcere. Lasciare la prigione è stato bello. Nonostante avessi 60 anni potevo ricominciare da capo. L’uomo è fatto così, levagli il pane ma lasciagli la possibilità di rifarsi una vita. In prigione sono diventato saggio”.

In questa frase breve e secca affiora il Limonov che pensiamo di conoscere, quello che non si arrende ai rovesci della sorte, alle dormite da ubriaco sulle panchine di New York, alle soffitte di Parigi, ai bassifondi e al fondo dell’esistenza: “No, Carrere su certi dettagli intimi della mia vita non ha mentito”, dice. “Neppure sulla mia vita di combattente in Bosnia con i serbi”.

Limonov

Abbiamo ben poco in comune ma la guerra in Jugoslavia sì. Gli chiedo di Radovan Karazdzic, che avevo conosciuto quando spadroneggiava all’Holiday Inn di Sarajevo. “Ne hanno esagerato il ruolo, come poeta non era granché e forse come capo politico era pure riluttante. Nonostante le pose da condottiero erano altri che dirigevano le danze”. E parla anche di Putin: “Non è solo a comandare come credete qui, deve farlo con le grandi famiglie, con i clan, con quelli che contano nell’industria e nella finanza”.

Torna a parlare di Syry. “Era un quartiere polveroso dove il sole riscaldava temibili cani randagi, c’erano forse più guardiani che operai nei cantieri. Di notte il buio era impenetrabile, si sentivano stormire le foglie e fischiare i treni: a volte da lontano arrivava l’eco di risse tra abbruttiti dall’alcol e senzatetto. Tutto questo accadeva a cinque minuti dalla civiltà e dai centri commerciali scintillanti”. 

Poi poco a poco è cambiato tutto. Sono comparsi i primi portoni di metallo e i citofoni mentre i discendenti degli operai si resero conto che la posizione centrale dei loro appartamenti poteva farli vivere di rendita. “E’ così che sono arrivati i nuovi ricchi, attraverso il recupero della zona industriale, un processo cui avevo già assistito prima a New York e poi a Parigi: la civiltà cominciava a conquistare Syry scacciandone i fantasmi”. Qui ha vissuto Limonov per alcuni anni dopo il carcere, in un fatiscente appartamento in cui si sono avvicendati in visita donne, politici, scrittori. “Per la prima volta in questo posto respingente ho portato anche mia moglie, la futura madre dei miei figli”. L’Attrice, come la chiama lui senza nominarla, di trent’anni più giovane. 

La società consumistica intanto avanzava inesorabilmente sul quartiere, inghiottiva Syry e la vita di Limonov. Che, eccolo qui, ci regala quello che lui definisce non autobiografia ma un “romanzo moderno”. Volete la verità sui lui? Chiedetela alla letteratura o viaggiate con Limonov, a vostro rischio, pericolo e divertimento. Fino in fondo, come deve essere la vita.