Kim ha vinto cinque volte. Ecco perché Trump si è piegato al negoziato con la Corea del Nord

E' stato lo stesso presidente Usa a definire il dittatore un giovane "talentuoso". Tatticismi o meno, i risultati sono arrivati. L'analisi di Caracciolo

Kim ha vinto cinque volte. Ecco perché Trump si è piegato al negoziato con la Corea del Nord

Quello che è accaduto in Corea del Nord qualche giorno fa riempirà pagine corpose nei libri di storia. Kim Jong-un è riuscito a raggiungere un risultato che né suo padre né suo nonno potevano sperare: la stretta di mano con il presidente Usa Donald Trump e l'accordo per la denuclearizzazione dell'area. Dopo gli insulti reciproci, anche via social, i due si sono incontrati a Singapore dove a ad andare ai punti è stato proprio lui, scrive Lucio Caracciolo su Repubblica, il giovane "talentuoso" (come l'ha definito lo statunitense) leader nordcoreano.

In cosa ha dimostrato "talento" il bizzarro leader? Innanzitutto nell'essere riuscito a portare al tavolo dei negoziati l'altrettanto bizzarro "The Donald", legittimando l'odiata Corea quale interlocutrice nel panorama geopolitico internazionale. Infatti la Cina si è già detta disponibile a allentare le relazioni contro il regime nordcoreano e Trump ha aperto la strada. Cosa cambia poi rispetto alla promessa di denuclearizzazione, già fatta e disattesa nel 2007 e nel 2010? Quello che può dare sostanza alla promessa odierna è che si discute da pari a pari. Infatti, nota il direttore di Limes, l'arsenale della Corea si è irrobustito notevolmente da allora, tanto da servire per costringere oggi il presidente degli Stati Uniti "all'umiliazione a trattare con un paese reietto, totalitario, incomparabilmente più debole sotto ogni profilo".

Inoltre - altra vittoria di Kim - l'accordo generale "è talmente vago da non andare oltre un impegno di principio che fra l'altro non riguarda solo la Corea del Nord, ma anche quella del Sud". I rapporti tra i due Stati fratelli sono destinati a cambiare: innanzitutto perché quello che era l'avamposto americano in funzione anti Pyongyang va a perdere sostanza. Formalmente gli armamenti nucleari Usa non sono più attivi mentre i razzi a lunga gittata di Kim puntano ancora su Seoul. E' proprio in questo incrocio di spade contrapposto che sta il senso dell'incontro tra gli Usa e la Corea del Nord.

Trump ha anche "adombrato" il ritiro dei quasi trentamila soldati attualmente schierati nella Corea del Sud, dichiarandosi disposto a rinunciare all'ultimo avamposto nell'estremo Oriente. Altra vittoria di Kim, da accreditare però alla Cina che da questo arretramento statunitense avrebbe da guadagnare non poco. E' chiaro che per ora siamo alle parole e che più d'uno avrà fatto notare a Trump l'immagine di debolezza che si proietterebbe sul mondo da parte degli Stati Uniti. Anche perché la promessa comprende la fine delle manovre militari "provocatorie" Usa-Sudcorea. Emblematico, nota Caracciolo, lo choc di Seoul che ridotto a un ruolo ancillare non ne era stato informato. 

La costruzione di un "regime di pace duraturo e robusto sulla penisola coreana", come recita la dichiarazione finale, è preludio, se non all'unificazione delle due Coree, almeno alla apertura della ferrovia pancoreana verso Cina e Russia - la "nuova via della seta" - tanto cara al presidente cinese. Ma forse nelle intenzioni di Donald c'è un'altra idea: quella di sottrarre Pyongyang all'influenza proprio del pesante vicino. Non a caso il vertice in questa fase si tiene a due e non a tre. In realtà, nota il direttore di Limes, non si sa che cosa realmente Kim e Donald si siano detti e quali accordi abbiano realmente siglato e cosa succederà in futuro, al di là del generico comunicato congiunto. L'unica cosa certa è che Kim ha costretto "la superpotenza a un negoziato a cui in teoria non dovrebbe piegarsi".