[L’analisi] Francesco, il papa disarmato che vuole rovesciare la storia del Pianeta. E vi spiego come

A 5 anni dalla sua elezione una rivoluzione silenziosa è in atto. Ci sono stati momenti, parole e gesti che hanno svelato fin da subito chi è veramente questo papa e dove vuole portare la Chiesa cattolica. Tra i tanti gesti, e parole ce ne sono alcune rivelatrici del suo segreto e dell’affetto globale con cui è circondato. I suoi critici sono minoranze

[L’analisi] Francesco, il papa disarmato che vuole rovesciare la storia del Pianeta. E vi spiego come

Cinque anni per portare i poveri nel salotto buono della Chiesa, sui tavoli della politica e dell’economia internazionale che contano. Fino a quel 13 marzo 2013 i poveri erano oggetto di sollecitudine caritativa, erano i destinatari di buone opere specialmente sotto Natale con i cenoni e chi si occupava di loro subiva il riflesso dell’emarginazione sociale venendo catalogati tra gli irrilevanti della società. Neppure il fuoco delle rivoluzioni marxiste era riuscito negli anni a cancellare l’immagine dei poveri come degli esclusi perché non combattivi come la classe operaia. Con Francesco i poveri, quelli senza voce e senza organizzazione, i poveri qualunque e comunque poveri, bisognosi di aiuto, hanno trovato un avvocato deciso e puntiglioso, convinto che sarà la forza dei poveri a cambiare la storia. La storia dell’umanità non cambierà fino a quando non si troverà il modo di allargare il principio di uguaglianza e la piena dignità umana ai poveri della terra.

Questo risultato lo si deve a Francesco, un papa disarmato dentro e fuori la Chiesa cattolica.

Così almeno appare nel quinto anniversario della sua elezione attesa da nessuno, sperata da chi lo conosceva. Disarmato come apparve Giovanni XXIII che la curia pensava di ingoiarsi in un boccone. Ma nulla da allora è stato più duraturo del concilio voluto dal vecchio e santo pontefice. Il figlio di contadini salito sul trono di  Pietro è stato portatore di un progetto cristiano che ha rovesciato la storia.

Francesco figlio di immigrati vive e fa vivere alla Chiesa un cambiamento continuo e profondo perché – scrive la più antica rivista in italiano gestita dai gesuiti – è in cammino con la storia degli uomini, compagno inarrivabile dei più poveri e disperati tra loro. Dirlo adesso è più facile di prima che venisse Francesco. Tanti ora parlano di Francesco, ne studiano le mosse, ne esaminano le parole disegnandone profili di ogni specie. Forse nessuna parola per dirci chi è Francesco è la sua stessa parola  detta subito dopo la sua elezione o prima che finisse il primo anno. Si capirà a posteriore che “Francesco risponde al movimento impresso dal concilio Vaticano II, per cui i 5 anni trascorsi  sono un itinerario di riforme guidato dal discernimento spirituale, vero motore del pontificato.  Parola di gesuiti come lo è totalmente la stessa parola discernimento. Gesuita speciale che non gioca per sé, Francesco sa che ora come non mai prima deve giocare per la Chiesa e per Dio come aveva sognato Ignazio di Loyola. La storia dei poveri entrati ora nella Chiesa come a casa loro, è cominciata quando ancora non era finito lo spoglio dei voti dei cardinali in conclave.

Il racconto dei racconti sul primo papa latino americano comincia con il racconto dello stesso Francesco con il suo terzo discorso tenuto tre giorni dopo la sua elezione e precisamente il 16 marzo. Riservato ai giornalisti. In quella circostanza, al di là delle congetture, è lo stesso papa che spiega il senso del nome di Francesco scelto nella Cappella Sistina mentre i conteggio dei voti cardinalizi davano ormai scontata la fumata bianca.

“Alcuni – riferì ai giornalisti lo stesso papa che vale oggi rileggere perché ognuno si faccia un proprio ritratto fondato di Francesco - non sapevano perché il Vescovo di Roma ha voluto chiamarsi Francesco. Alcuni pensavano a Francesco Saverio, a Francesco di Sales, anche a Francesco d’Assisi. Io vi racconterò la storia. Nell’elezione, io avevo accanto a me l’arcivescovo emerito di San Paolo e anche prefetto emerito della Congregazione per il Clero, il cardinale Claudio Hummes: un grande amico, un grande amico! Quando la cosa diveniva un po’ pericolosa, lui mi confortava. E quando i voti sono saliti a due terzi, viene l’applauso consueto, perché è stato eletto il Papa. E lui mi abbracciò, mi baciò e mi disse: “Non dimenticarti dei poveri!”. E quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri. Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. E’ per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? E’ l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero … Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!” .

Allora poteva sembrare una storia edificante che si sarebbe sbiadita nel tempo; invece erano parole che riassumeva in tre parole il programma del papa ispirato a san Francesco: poveri, pace, ambiente che lui chiama creato. Le tre costanti grandi emergenze mondiali che segnano la sua azione di successore di Pietro.

Ma c’è un’altra data dello stesso anno 2013 che chiarisce meglio e in maniera definitiva il sogno di Francesco. Un’intervista al direttore della Civiltà Cattolica il 19 agosto, 5 mesi dopo la sua elezione. Lunga ampia impegnativa come può essere un’intervista della più importante rivista dei gesuiti. Qui Francesco svela il suo cuore e la sua mente anche dal punto di vista della visione di chiesa, di società, di fede che lo accompagna nel fare il papa. Si potrà disquisire in mille modi su Francesco, ma per restare nell’ambito del credibile e certo non si potrà prescindere da questa intervista e dal discorso ai giornalisti. I poveri e la chiesa come ospedale da campo per l’attuale umanità sofferente sono i due soggetti da incorniciare.

Attraverso queste due immagini si spiega tutto il resto che si è finora svolto non alla buona, ma con un chiaro e coerente disegno strategico radicato nei tre ambiti: poveri, chiesa ospedale da campo, il creato. Si potrebbe dire che Francesco ci mette del suo per riprendere la trama di un discorso conciliare con cui la Chiesa si apriva al mondo moderno senza tradire se stessa ma tornando alle origini evangeliche. E quindi impostando un discorso coraggioso e facendo una scelta di campo dalla parte dei poveri che sono la punta dell’iceberg di una condizione umana non facile, dove la maggior parte dell’umanità non gode della soglia minima di dignità, dove l’argomento più convincente e risolutivo rimane la guerra e dove la stessa sopravvivenza sulla terra è messa a rischio grave e incombente. Francesco è come la campana che nei circuiti della velocità dei ciclisti suona per indicare che si sta all’ultimo giro che richiede perciò uno sforzo coeso e totale per la vittoria. Lui, fondato sul vangelo, crede per sé e per gli altri nella vittoria, nella possibilità di rovesciare una storia distruttiva del Pianeta.

Sfrondata dai tanti elementi perfino gustosi, ma secondari, dall’intervista dalla Civiltà cattolica emergono alcuni punti strategici. Che non sono un capriccio, ma scelte che Francesco fa discendere dal Vangelo e dal concilio Vaticano II. Non reggono le accuse nei suoi confronti come quell’insistente allarmismo minoritario dei conservatori e tradizionalisti secondo cui Francesco in pochi anni ha messo seriamente a rischio la dottrina cattolica. In realtà sono rimasti imbalsamati in formule dimenticando il discernimento “per sentire le cose di Dio a partire dal suo punto di vista” che non è il nostro punto di vista. Per Francesco tutto è abbastanza semplice e coerente se si parte da Dio amore, misericordia. La Chiesa non può fare altro che rappresentare al meglio questo volto di Dio che ama e perdona per sua natura. Naturalmente l’uomo deve fare la sua parte ma è l’amore di Dio che salva. Questo modo di vedere lo lega strettamente a Giovanni XXIII, a Paolo VI a Ratzinger che sono vissuti per il concilio Vaticano II trasportando la Chiesa dal medio evo ai nostri giorni senza perdere di vista la centralità di Gesù, seguito leggendo i segni dei tempi.

Francesco non è un asceta, ma un mistico che vive i problemi concreti del “santo popolo fedele di Dio”. Il popolo con Francesco diventa soggetto e la Chiesa “è il popolo di Dio in cammino nella storia, con gioie e dolori”. Non si può sentire solo con la parte gerarchica ma con la totalità del popolo di Dio. E allora ecco il punto di vista alto da cui Francesco pensa che la Chiesa possa rispondere alla sua missione di testimonianza del Dio amore oggi. “Io vedo con chiarezza– afferma nella sua intervista alla Civiltà Cattolica – che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite e bisogna cominciare dal basso”.

Ecco allora il richiamo ragionevole ma fermo al clero in ogni suo grado. “Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme e strutturali e organizzative sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma è quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte con loro, nel loro buio senza perdersi. Il Popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I vescovi, particolarmente, devono essere  uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade”.

In queste parole c’è tutto Francesco: il suo modo disadorno e feriale di fare il papa, il suo stare dalla parte degli ultimi, degli esclusi, dei sofferenti che possono essere di volta in volta i migranti, i poveri, gli emarginati, i malati, i bambini, gli anziani, le donne. Il suo parlare dei poveri concreti piuttosto che della povertà in astratto, il suo chiedere alle istituzioni internazionali politiche per sanare le piaghe dei poveri che sono persone cui è stata rubata la dignità e la speranza. Il suo mettersi accanto agli esclusi nell’ambito della fede come i divorziati risposati, i falliti per cause le più diverse nella prova matrimoniale, finora esclusi e rinchiusi in recinti dove sembrava che neppure Dio potesse perdonare riaprendo il senso di dignità e la voglia di vivere per il bene.

Di qui le normative per combattere la pedofilia nella chiesa. Di qui il Giubileo della misericordia e le opere di misericordia rispolverate come via cristiana per eccellenza. Di qui realizzare e vivere la fraternità con i cristiani separati e con tutte le esperienza religiose. Di qui il dialogo ravvicinato con i preti e i giovani, la forza per sostenere la partecipazione dei cristiani alle politiche di liberazione e all’agire per l’ambiente. Categorie già elaborate da anni ma che lui invita a vivere in forma quotidiana, fraterna, gioiosa.

Il vento di Francesco potrebbe finalmente arrivare in poppa e la nave dell’umanità riprenderà la navigazione  con meno fatica perché il vento di Francesco, quello che Lui vuole far respirare è il vento dell’umanesimo alleato con Dio riscoperto come padre amorevole anziché competitore dell’uomo.