L’Egitto "confessa" la volontà di insabbiare il caso Regeni: al Cairo è vietato dire "tortura"

La questione della tortura è trattata dai vertici egiziani alla stregua di una malevola insinuazione della stampa italiana e internazionale

Giulio Regeni, foto Facebook
di Giovanni Maria Bellu   -   Twitter: @GMBellu

Le autorità egiziane hanno “confessato”. Hanno, cioè, affermato in modo inequivocabile di non aver alcuna intenzione di far luce sul sequestro-omicidio di Giulio Regeni. Incredibile? Niente affatto. E’ sufficiente esaminare quanto è successo nelle ore immediatamente successive al lancio – da parte dell’agenzia inglese Reuters – delle notizie sui risultati delle indagini medico-legali effettuate al Cairo sul corpo del giovane ricercatore italiano.

Le notizie diffuse dalla Reuters sono – dopo i tanti ambigui rumors giunti in questi trenta giorni dall’Egitto – finalmente precise e circostanziate. Non è un caso che l’autorevole agenzia britannica le abbia lanciate come “servizio esclusivo”. Con esse, per la prima volta, è arrivata dall’Egitto la conferma del fatto che Regeni è stato torturato. Ed è arrivata – secondo quanto due fonti della procura di Giza hanno riferito all’agenzia britannica – nientemeno che dal direttore del Dipartimento di Medicina legale, Hisham Abdel Hamid. Questi, convocato la scorsa settimana dal procuratore, cioè dal magistrato titolare dell’indagine sul sequestro-omicidio, si è presentato all’appuntamento assieme a due collaboratori e ha appunto riferito che Regeni è stato torturato per non meno di cinque, forse per sette giorni, prima di essere ucciso.

Avevamo dato questa notizia giovedì scorso. Con un titolo – Regeni torturato per una settimana, la verità svelata dall’autopsia – pressoché identico a quello che oggi, su molti quotidiani, accompagna gli articoli dedicati al lancio della Reuters. Con una differenza fondamentale: la notizia dello scorso 26 febbraio si fondava su anticipazioni relative all’autopsia effettuata in Italia.  La novità non era che il ragazzo fosse stato sottoposto a feroci torture (questo in Italia l’abbiamo capito subito: è stato sufficiente vedere il corpo) ma il fatto che le analisi medico-legali avevano rivelato che queste torture si erano protratte a lungo e che Regeni non era morto prima del 31 gennaio.

E’ molto importante avere ben chiara la differenza del punto di vista italiano e di quello egiziano per comprendere l’importanza dello scoop della Reuters. In Egitto, infatti, ancora non è stato riconosciuto ufficialmente che Regeni è stato torturato. Quello che noi diamo per scontato, per le autorità del Cairo è ancora da dimostrare. Ecco perché l’esclusiva ha avuto in Egitto un effetto tanto devastante.

Erano passate poche ore dalla sua diffusione, quando è arrivata la smentita ufficiale. Il governo l’ha affidata a Shaaban Al-Shami, indicato come “assistant to the justice minister on forensic medical affairs”. In pratica un “sottosegretario alla Giustizia con delega alla medicina legale”. Perché, a quanto pare, nel governo egiziano esiste questo ruolo specifico.

Shaaban Al-Shami ha definito la notizia “priva di qualunque fondamento”. E ha anche avvertito: “Chi pubblicherà queste informazioni ne risponderà davanti alla legge”. L’avvertimento è stato convincente. Se oggi si va a cercarlo sui siti d’informazione egiziani in lingua inglese, non si trova alcuna traccia del lancio della Reuters. D’altra parte, sui media egiziani il nome di Regeni in queste settimane è stato associato a “feste” “amicizie”, “relazioni”, “intelligence”, persino a un incidente stradale. La questione della tortura è trattata alla stregua di una malevola insinuazione della stampa italiana e internazionale.

Ma attenzione. Quando il “sottosegretario alla medicina legale” Shaaban Al-Shami ha definito “prive di qualunque fondamento” le notizie diffuse dalla Reuters, non si riferiva solo alla questione della tortura. La smentita riguardava anche il fatto che il direttore del Dipartimento di Medicina legale fosse stato convocato dal magistrato inquirente. Ed è esattamente questa la confessione. Il governo egiziano, infatti, ci sta dicendo che il titolare dell’inchiesta, quando è passato un mese dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, non ha avuto ancora il tempo di sentire il responsabile del centro dove è stata effettuata l’autopsia. Anzi, forse nemmeno il medico (o i medici) che l’hanno effettuata materialmente.  Chi altri potevano essere quei “due collaboratori” che, secondo la Reuters, erano assieme al direttore Hisham Abdel Hamid?

 Questi non è un personaggio di secondo piano in Egitto. Nei siti locali il suo nome non compare mai associato a quello di Giulio Regeni. Ma è presente in numerose notizie. Una, curiosamente, è datata 3 febbraio del 2016, proprio il giorno del ritrovamento del corpo del ricercatore italiano. La riporta “The Cairo Post”.  Riguarda l’avvio di un corso sulla gestione di eventi catastrofici e situazioni di crisi riservato a 50 medici legali egiziani. Parla di una collaborazione - sancita in un incontro tra il primo segretario della sede diplomatica Usa Wesley Robertson e il “sottosegretario alla medicina legale” Shaaban Al-Shami - per attrezzare una nuova struttura in grado di ospitare fino a mille corpi di recente realizzata a Badr City, a nord-est del Cairo. Struttura a capo della quale è stato nominato proprio Hisham Abdel Hamid.

 Il quale, interpellato dalla Reuters a proposito della sua convocazione da parte del magistrato inquirente, non ha voluto fare alcun commento. Ma non ha nemmeno smentito. E in effetti sarebbe davvero strano se una delle massime autorità egiziane in questo campo non fosse stata sentita sul caso giudiziario più delicato che l’Egitto si trova ad affrontare. Eppure è proprio questo che il governo di al-Sisi ha affermato in modo perentorio e addirittura minaccioso: vietato associare la parola tortura al nome di Giulio Regeni. Vietato indagare, insomma. Peccato, perché le persone competenti non mancano. Khaled Shalaby, l'ufficiale cui è stato assegnato il caso di Giulio Regeni, è un’autorità in materia. Come ha rivelato l’attivista egiziana Mona Seif appena si è saputo che gli era stato affidato il caso, Shalaby nel 2004 è stato condannato dal Tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un poveretto che era capitato tra le sue mani.