La verità sulla morte di Giulio Regeni dall’Egitto non arriverà mai

Il rozzo depistaggio della “banda criminale” è reso irreversibile dal ritrovamento dei documenti del ragazzo e al Sisi non ha la forza per imporre agli apparati di sicurezza di consegnare i veri assassini

di Giovanni Maria Bellu

Il governo egiziano giovedì sera riteneva di aver dato una svolta al caso Regeni. La notizia dell’uccisione dei cinque “sequestratori”, e del ritrovamento nell’abitazione della sorella di uno di loro dei documenti che il giovane ricercatore aveva con sé quando scomparve, è stata annunciata trionfalmente dal ministro dell’Interno e rilanciata dalla stampa governativa con l’enfasi che si dà a un evento risolutivo. La svolta, in effetti, c’è stata. Ma in una direzione opposta rispetto alle aspettative del Cairo e anche alle speranza del governo italiano.

Danno irreparabile all’inchiesta su Regeni

Non solo perché il depistaggio è di una tale grossolanità da apparire addirittura offensivo, ma soprattutto perché le azioni messe in atto per compierlo  hanno portato l’inchiesta egiziana a un punto di non ritorno. Questa volta sarà impossibile per il Cairo riparare il danno con smentite o precisazioni come è accaduto in questi due mesi.  Perché qualunque nuova versione diversa da quella diffusa ieri dovrà spiegare  in modo credibile chi ha portato i documenti di Regeni  nel luogo dove sono stati trovati.

Una foto tratta dal profilo Facebook di Irene Regeni, mostra i genitori e la sorella di Giulio

L’inverosimile storia della banda dei cinque finti poliziotti

Sul fatto che la storia della “banda di sequestratori di stranieri” o la “banda dei cinque finti poliziotti” sia inverosimile  in Italia tutti sono d’accordo:  dalla famiglia al governo, dalla procura di Roma al ministero degli Esteri, maggioranza e opposizione. I comunicati ufficiali diffusi nella serata di ieri hanno toni diversi, ma il giudizio è identico.

Famiglia Regeni: oltraggiosa messinscena

La famiglia l’ha espresso con parole durissime, fino ad affermare che questa “oltraggiosa messinscena  è costata la vita a cinque persone”;  la procura di Roma lo ha condiviso sottolineando la necessità che le indagini proseguano (un modo elegante per dire che la storia dei cinque finti poliziotti non vale nulla); il ministro Gentiloni ribadendo che l’Italia vuole conoscere la verità (e così chiarendo che quella proposta dal Cairo certamente non è la verità).

La collaborazione fra Italia ed Egitto è finita

Ma questo giudizio unanime, “formalizzato” dalle dichiarazioni diffuse nella serata di ieri, era maturato fin dalla mattina in una frenetica serie di consultazioni. E subito era apparso chiaro che la pantomima della “collaborazione tra i due governi amici” è finita. Mentre le consultazioni erano in corso, si è saputo che al Cairo, forse aiutati dalle reazioni sconcertate e addirittura irridenti che comparivano sugli stessi social media egiziani, avevano cominciato a rendersi conto che la “svolta risolutiva” si stava trasformando in un boomerang . E’ cominciata l’attesa di una nota ufficiale che avrebbe rimesso le cose a posto, o quasi.

Egitto fedele al rozzo depistaggio

Già, ma in che modo? Come in un disperato gioco di società, hanno cominciato a intrecciarsi le ipotesi sul possibile  contenuto di questa ennesima precisazione. E si è arrivati alla conclusione che dalla storia dei “cinque criminali”, o “finti poliziotti”, o comunque li si vorrà definire, gli “investigatori” egiziani non possono più uscire. Devono stare lì dentro, individuare elementi che la rendano verosimile. Impresa difficile, al limite dell’impossibile. Certamente non alla portata di menti che, pur avendo in mano tutte le carte (“carte” proprio nel senso di atti dell’inchiesta),  le hanno giocate in un modo così rozzo.

Il problema dei documenti di Regeni ritrovati

Queste menti hanno infatti ideato un depistaggio che porta la firma dagli apparati di sicurezza, la loro. E – facendo ritrovare  il passaporto, la carta di credito e le tessere universitarie di Giulio Regeni – hanno fatto l’errore di rendere questo depistaggio irreversibile. I cinque pregiudicati uccisi “devono” essere anche i killer di Regeni. L’unico modo per prendere un’altra strada sarebbe “scoprire” che la banda era venuta in possesso di quei documenti per averli ritrovati casualmente per strada o perché gli erano stati venduti dai veri assassini. E’ quanto, a tarda sera, ha tentato di affermare il portavoce del ministero dell’Interno. Una pezza peggiore, e più grottesca, del buco. Gli investigatori egiziani non hanno alternative:  sono obbligati e trovare conferme del fatto che i cinque pregiudicati uccisi (o assassinati) sono coinvolti nell’omicidio. Devono, cioè, dimostrare che il 25 gennaio scorso, mentre la città era totalmente militarizzata per via dell’anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir, un commando di criminali comuni ha sequestrato un cittadino occidentale e però, anziché chiedere un riscatto, si è divertito a torturarlo  per circa una settimana. Riusciranno a provarlo in modo convincente? A giudicare dalle capacità fino a ora dimostrate, è ragionevole attendersi altre pezze maleodoranti lanciate a casaccio su buchi che diventano voragini.

Al Sisi licenzi il ministro dell’interno

 Se  gli investigatori egiziani non hanno alternative, ne ha una, invece, il presidente al Sisi. Se vuole mantenere la promessa di verità che ha rivolto all’Italia: deve convocare il ministro dell’Interno, obbligarlo a dimettersi e nominare un sostituto che abbia la forza di ordinare agli apparati di sicurezza di tirare fuori i colpevoli.  Al Sisi dovrebbe, cioè, decidere di fare quanto avrebbe dovuto fare due mesi fa, dopo il ritrovamento del corpo. E che invece non ha fatto. Probabilmente perché i fragili equilibri politici su cui si regge la dittatura non glielo consentivano e non glielo consentono. Basti pensare che dal recente rimpasto di governo è stato risparmiato proprio il ministro dell’Interno.

La fine delle indagini e lo sdegno della famiglia Regeni

 Il 25 marzo del 2016, a due mesi esatti dalla scomparsa, la svolta è  la fine di ogni residua speranza di conoscere la verità dall’Egitto.  E’ la fine del caso Regeni come vicenda giudiziaria e anche del tentativo di confinarlo in quell’ambito fatto due settimane fa con l’invio del procuratore capo di Roma al Cairo. Lo dicono tutte le circostanze. Lo conferma in modo drammatico il comunicato di una famiglia che in questi due mesi  e fino a ieri aveva  parlato pochissimo, aveva  assecondato tutte le iniziative istituzionali e aveva anche voluto dar credito – nonostante avesse tutte le ragioni e le giustificazioni per non farlo – alla promessa di al Sisi.  I Regeni affermano  non solo che si è in presenza di un depistaggio, ma che chi l’ha messo in atto è stato capace di ammazzare cinque persone per tentare di renderlo credibile. In definitiva, la famiglia Regeni per la prima volta accusa i servizi di sicurezza egiziani d’essere i killer di Giulio. In modo non esplicito, ma comunque chiarissimo.

 Il confronto fra procure

 Ma il passo più significativo della nota è un altro: “Siamo certi della fermezza con la quale saprà reagire il nostro governo a questa oltraggiosa messa in scena”. E’ proprio questo il corollario della “svolta” odierna:  il caso Regeni  è tornato nelle mani della politica. Non è detto che la politica ne prenda atto immediatamente. Ci sarà, probabilmente, un altro po’ di interlocuzione tra le due Procure. Ma è molto improbabile che il procuratore capo di Roma accetti di assecondare, in nome della ragion di Stato, il simulacro di una collaborazione giudiziaria. Nel suo comunicato lo fa intendere chiaramente quando afferma di rimanere “in attesa che la Procura generale del Cairo trasmetta le informazioni e gli atti, da tempo richiesti e sollecitati, e altri che verranno richiesti al più presto in relazione a quanto prospettato ai nostri investigatori".

Una patata bollente per il governo Renzi

In tempi brevi il caso Regeni tornerà a essere un problema del governo Renzi. Che dovrà trovare il modo per fare stare assieme due esigenze che oggi appaiono inconciliabili: quella di difendere la dignità del Paese pretendendo la verità sulla morte del nostro connazionale e quella di non rompere le relazioni con un partner molto importante, sia per i rapporti economici, sia per il suo ruolo nel devastato scenario africano e mediorientale.