[L’analisi] Il rais Erdogan, il guardiano di 3 milioni di migranti, traballa e l’Europa ha paura 

Dove va la Turchia è una domanda che si fanno gli Stati Uniti e la Nato, un’alleanza che in cui Erdogan si trova sempre più stretto, al punto che sulla Siria è arrivato da accordi con la Russia di Putin e l’Iran degli ayatollah, i due avversari degli americani. La stessa Unione europea, che ha deciso di fare di Erdogan il guardiano di tre milioni di rifugiati siriani per 6 miliardi di euro, deve stare molto attenta: già lacerata dalla gestione dei flussi migratori non può permettersi un cedimento sul fianco orientale del Mediterraneo. Sarebbe la fine

[L’analisi] Il rais Erdogan, il guardiano di 3 milioni di migranti, traballa e l’Europa ha paura 

Osservando oggi le file ai seggi elettorali di Istanbul si ha già una prima certezza: che queste saranno votazioni storiche, non solo perché lo Stato fondato da Ataturk diventerà una repubblica presidenziale ma soprattutto perché è rinata, almeno nelle piazze, l’opposizione dopo 16 anni di predominio del partito islamico e tradizionalista Akp e del suo leader incontrastato Tayyip Erdogan.

Al comizio finale del candidato del partito repubblicano del Chp, Muharrem Ince, hanno partecipato secondo stime della stessa polizia, oltre sei milioni di persone. Il segnale inequivocabile che c’è una palpabile mobilitazione popolare: se questo si tradurrà oggi in un risultato altrettanto eccezionale è tutto da vedere, anzi non bisogna farsi forse troppe illusione. Erdogan e l’Akp, soprattutto dopo il fallito colpo di stato del luglio 2016, controllano tutti i gangli del potere, dalle forze di sicurezza ai mass media, e possono influenzare  pesantemente l’andamento del voto come avvenne già l’anno scorso con il referendum che modificava la costituzione assegnando al presidente poteri speciali.

Gli ultimi sondaggi davano l’Akp intorno al 42% mentre i suoi alleati, in nazionalisti dell’Mhp, sono intorno al 6-8%. Il Chp di Ince è dato al 25%, l’Iyi Parti, alleato dei repubblicani, guidato della signora Aksender è intorno all’8% dei consensi.

Ma il vero fattore decisivo è il partito filo-curdo Hdp, il cui leader Salahettin Demirtas si trova in carcere: se supera la soglia di sbarramento del 10% per entrare in Parlamento è possibile che l’Akp perda la maggioranza dei seggi. Per questo Erdogan ha lanciato un’offensiva militare e mediatica senza precedenti nelle zone curde ai confini con la Turchia, associando l’Hdp al partito della guerriglia e terroristico Pkk per screditarlo.

Quanto alla presidenziali le previsioni anche qui sono incerte: Erdogan sarebbe sotto il 50%, soglia per cui si dovrebbe andare al ballottaggio l’8 luglio, il che già rappresenterebbe per lui una sorta di sconfitta di immagine notevole. Se dovesse accadere e allo stesso tempo perdesse la maggioranza in Parlamento si aprirebbero scenari inediti di “coabitazione con l’opposizione”, evocati dallo stesso Erdogan durante la campagna elettorale.

Ma è pronto il Reis a spartire il potere con gli altri, lui che lo ha sempre voluto monopolizzare? Non bisogna dimenticare che con la riforma costituzionale del 2017 il presidente ha poteri speciali: è capo dello stato e del governo, nomina l’esecutivo e può emanare decreti senza passare neppure dal Parlamento.

La terza certezza è che questa tornata elettorale anticipata per le legislative e le presidenziali darà al Paese un volto ancora più polarizzato, una sensazione che mi trasmette anche il turco più famoso in Italia, il grande regista Ferzan Ozpetek. “La Turchia penso che sia a una svolta: non è solo una questione di voti e di numeri ma la mia percezione che è questa volta arriveranno segnali importanti, anzi sono già arrivati attraverso la partecipazione popolare” dice l’autore di “Napoli Velata”, osservatore attento sia della vita politica e sociale turca che di quella italiana. “Ai festival _ sottolinea _ mi presentano come regista turco, in realtà la mia cultura cinematografica e i miei film sono profondamente italiani”.

Queste elezioni in Turchia saranno attentamente monitorate da fuori: questo è Paese è essenziale per gli equilibri mediorientali e e di tutta la regione. Dove va la Turchia è una domanda che si fanno gli Stati Uniti e la Nato, un’alleanza che in cui Erdogan si trova sempre più stretto, al punto che sulla Siria è arrivato da accordi con la Russia di Putin e l’Iran degli ayatollah, i due avversari degli americani. La stessa Unione europea, che ha deciso di fare di Erdogan il guardiano di tre milioni di rifugiati siriani per 6 miliardi di euro, deve stare molto attenta: già lacerata dalla gestione dei flussi migratori non può permettersi un cedimento sul fianco orientale del Mediterraneo. Sarebbe la fine.