Allarme povertà in Italia, a rischiare soprattutto i giovani: per loro un futuro precario e pensioni da fame

Dopo la Banca d'Italia l'avvertimento arriva da Censis e Confcooperative. Molti giovani sono ormai rassegnati, non lavorano e non studiano (Neet). Una prospettiva di pensioni da fame

Giovane durante una manifestazione
Giovane durante una manifestazione
TiscaliNews

Ieri era stata la Banca d’Italia a lanciare l’allarme povertà sottolineando come nel nostro Paese una persona su quattro era a rischio povertà nel 2016. I dati dell’indagine sui bilanci familiari portano a dire che la quota degli individui con reddito equivalente o inferiore al 60 per cento di quello mediano (830 euro mensili) ha raggiunto il massimo storico del 23 per cento nel 2016, mentre nel 2006 era al 19,6 per cento.

Uno studio di Censis e Confcooperative si sofferma invece sul futuro poco esaltante che attende, se le cose non cambiano, i giovani. Il loro destino infatti potrebbe essere quello di diventare i poveri di domani. L’indagine pone l’attenzione su Millennials, lavoro povero e pensioni. Lo sguardo è rivolto a una moltitudine di 5,7 milioni di lavoratori condannati a occupazioni precarie, oppure di scarsa qualità e quantità o giovani ormai rassegnati a non lavorare o studiare e formarsi (Neet). A questo si aggiunga la prospettiva di pensioni da fame per le nuove generazioni.

Futuro non confortante

Da qualunque punto di vista lo si consideri il futuro non è confortante e le nuove povertà sono dietro l’angolo. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva che caratterizza molte attività lavorative rappresentano infatti “un pericoloso mix di fattori che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese, dove le condizioni di nuove povertà, determinate da pensioni basse, saranno aggravate, inoltre, dall’impossibilità, per molti lavoratori, di contare sulla previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico”.

La crescita della disuguaglianza

Il tutto in un quadro che ha visto – secondo Bankitalia - l'indice Gini del reddito equivalente, una misura sintetica di disuguaglianza che varia tra 0 e 1, salire al 33,5% (33% nel 2014 e 32% nel 2006), un livello simile a quello della seconda metà degli anni novanta dello scorso secolo. La crescita della disuguaglianza si è accompagnata quindi all'ulteriore aumento della fetta di individui a rischio povertà. In particolare, gli economisti di Bankitalia spiegano in particolare che l'incidenza di questa condizione è più elevata tra le famiglie con capofamiglia più giovane (per quelli fino ai 35 anni, ad esempio, si passa dal 22,6% del 2006 al 29,7% nel 2016 mentre per quelli tra i 35 e i 45 anni dal 18,9% al 30,3%), meno istruito, nato all'estero e per le famiglie residenti nel Mezzogiorno. In quest'ultimo caso, la situazione non è molto peggiorata ma resta comunque critica: nel 2016 era infatti a rischio povertà il 39,4% degli individui con capofamiglia residente al Sud (39,5% nel 2006).

Nei dieci anni precedenti, seguiti alla crisi finanziaria globale, il livello della disuguaglianza, misurato dall'indice di Gini, è aumentato di 1,5 punti percentuali riportandosi in prossimità dei livelli toccati alla fine degli anni novanta del secolo scorso (34,3%); per effetto della prolungata caduta dei redditi familiari, il rischio di povertà è più elevato rispetto a quel periodo, ma inferiore per i nuclei il cui capofamiglia ha più di 65 anni o è pensionato.

Anche la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è però aumentata e come in passato un'esigua elite di 'Paperoni' da sola continua a detenere una grossa fetta del patrimonio complessivo. E' un'indagine condotta dalla Banca d'Italia su oltre 7.000 nuclei familiari a delineare la panoramica sui bilanci delle famiglie italiane nel 2016. La disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è tornata in pratica ai livelli di fine anni '90 del secolo scorso.