[Il ritratto] Dal successo al disastro, addio a Ligresti, mister cinque per cento

Mai era successo che un’intera famiglia della finanza milanese finisse dietro le sbarre. Con Salvatore Ligresti se ne va uno degli ultimi protagonisti della finanza milanese degli anni Ottanta, quando sembrava che tutti potessero fare tutto

[Il ritratto] Dal successo al disastro, addio a Ligresti, mister cinque per cento

Se n’è andato, in una stanza dell’ospedale San Raffaele, Salvatore Ligresti, a 86 anni. Una vita da imprenditore di grande successo e ricchissimo, fino al disastro finale, quando lui e i suoi familiari finiscono in galera per pasticci vari con società da essi controllate. Era sopranominato “mister 5 per cento”, per la sua abitudine di prendere una piccola quota azionaria in moltissime società. In realtà, a lui non importava molto di queste aziende: stava solo eseguendo i desideri di Cuccia, suo garante e suo salvatore.

L’esperienza del carcere

Mai era successo che un’intera famiglia della finanza milanese finisse dietro le sbarre. Certo, in passato, soprattutto all’epoca di Mani Pulite, era capitato a molti, compreso lo stesso Salvatore Ligresti. Ma la cosa non aveva fatto molta impressione perché a quei tempi c’era una processione di imprenditori che entravano a San Vittore. Molti preparavano in anticipo una lettera da spedire ai dipendenti per spiegare che sarebbero tornati presto e di stare tranquilli.

E del resto lo stesso Ligresti parlava di quei giorni nel carcere milanese con voce tranquilla, magari mostrando l’orologio di plastica che (diceva) gli aveva regalato il suo accusatore, Antonio Di Pietro.

Anche i figli agli arresti

L’ultima volta è stato diverso, e non soltanto perché agli arresti finiscono anche le due figlie e il figlio Paolo. Le accuse sono molto pesanti: in sostanza sostengono che la Fonsai (una compagnia di assicurazioni) è stata in parte svuotata per continuare a distribuire dividendi a chi la controllava (cioè i Ligresti stessi).

Il siciliano innamorato di Milano

Strano destino quello di questo siciliano laureato in ingegneria a Padova e innamorato di Milano (uno dei suoi vezzi era quello di servire a amici e conoscenti un risotto fra i più buoni della città). Ligresti nasce come costruttore e è in quel settore che fa la sua fortuna (una delle più consistenti d’Italia). Alle assicurazioni arriva quasi per caso. Gli Agnelli avevano di fatto regalato (tanto andava male) la Sai (la loro compagnia dio assicurazioni) a Raffaele Ursini, uno dei protagonisti della petrolchimica degli anni Settanta. Ursini, poco tempo prima di scappare in Svizzera (inseguito da accuse pesanti) aveva passato il pacchetto di controllo all’amico Ligresti, anche se su quel passaggio ci sono state poi polemiche a non finire.

L’amicizia con Enrico Cuccia

Più tardi, quando si era trovato in difficoltà, a causa di una delle ricorrenti crisi dell’edilizia, Ligresti era stato salvato dal suo amico Enrico Cuccia. Un’amicizia, questa, che è sempre stata abbastanza inspiegabile per gli uomini della finanza milanese. Probabilmente a Cuccia piacevano di Ligresti la vitalità e il fatto che fosse siciliano come lui. E anche, probabilmente, perché era molto amico di Bettino Craxi, in quegli anni molto potente e quindi in un certo senso necessario a Cuccia.

Quella volta il patron di Mediobanca, che di bilanci se ne intendeva, impose a Ligresti una cura pesantissima: via gli alberghi, via i palazzi migliori, via le aree più pregiate. Ma non la Sai, la compagnia assicuratrice. In ogni caso, lo salvò.

Anzi, più tardi la stessa Sai si incorporò la Fondiaria, pregiata compagnia fiorentina per cui Cuccia aveva sempre avuto un amore totale (gliel’aveva portata via Schimberni quando si era auto-imposto come presidente “autonomo” della Montedison) e nacque la Fonsai.

Ligresti in tutti i C.d.a che contano

Ligresti, anche se alla fine lo si ritrovava in tutti i consigli di amministrazione che contano (dalla Rcs all’Unicredit), è sempre stato considerato estraneo alla finanza milanese vera e propria. Un po’ perché si era fatto in fretta e un po’ perché non era proprio lombardo, ma di Paternò. A spingerlo in avanti, come ho già detto, era stato Cuccia, negli anni in cui una sua parola era ancora determinante.  E nell’ultimo capitolo di questa saga (Cuccia scomparso da anni) ritroviamo ancora Mediobanca, che è la grande regista della fusione di Fonsai con la Unipol delle cooperative rosse per cercare di salvare almeno la compagnia assicuratrice. Ma il resto dell’impero ormai era sfasciato. E anche in malo modo, questo almeno hanno accertato i magistrati.

Con Totò finiscono gli anni ottanta

Con Salvatore Ligresti (Totò per gli amici) se ne va uno degli ultimi protagonisti della finanza milanese degli anni Ottanta, quando sembrava che tutti potessero fare tutto. E così, anche simbolicamente, finiscono gli anni Ottanta e la stagione in cui Cuccia mandava avanti i suoi “campioni” nel tentativo di costruire un capitalismo del Nord che fosse meno fragile e provvisorio di quello esistente.