La verità vi prego, sulle pensioni di reversibilità

Nel testo del disegno di legge il governo ha inserito un grimaldello per scassinare una delle ultime cassaforti degli italiani

La verità vi prego, sulle pensioni di reversibilità
Giuliano Poletti, ministro del Welfare
di Luca Telese

"Anche previdenziali". Una riga sola, e due parolette strategiche dentro il testo del disegno di legge "per la lotta contro la povertà" (sic!). Due parolette come una chiave per aprire una porta (fino ad ora) chiusa, un grimaldello per scassinare una delle ultime cassaforti degli italiani: la reversibilità. Se vai a cercare nel testo del governo, anche in queste ore agitate, tra stop and go, smentite e accelerazioni, il cuore della contestatissima norma sulle pensioni di reversibilità, la norma che le rendendo aggredibili, è tutta lì.

Quelle due parolette sono come una pistola carica piazzata dal governo sul tavolo, come una potenzialità: se restano nel testo, per mettere insieme i fondi che servono a far quadrare i conti si potrà (anche) attingere alle cifre che oggi sono impegnate nella pensioni degli ex coniugi percepite, cioè, dai vedovi e dalle vedove. Si potranno, cioè, ridisegnare i criteri per ridurre le future erogazioni.

Come? Con il fatidico Isee, e con l'analisi dei redditi familiari. Per esempio: hai un figlio in casa? Hai un appartamento tuo? Allora non prendi più il 50-60%% della pensione di tuo marito (come accade oggi) ma molto meno, secondo tabelle che devono essere disegnate. Ancora ieri il ministro Poletti restava in silenzio su questo rovente fronte di dibattito, aperto quasi in maniera casuale, quando è arrivato in Commissione in testo del governo.

"Stralciamolo!", dice adesso il presidente di commissione Cesare Damiano, che non è certo un oppositore ma un uomo del centrosinistra. Eppure il silenzio del ministero, in queste ore, spiega meglio di qualsiasi altra cosa che la dialettica dentro la maggioranza è ancora aperta. "È solo una norma quadro" ci hanno spiegato in queste ore i tecnici, "scriverla non significa necessariamente farvi ricorso". Ma intanto prima non c'era e adesso c'è. Il che significa che prima a quei soldi non si poteva ricorrere, e adesso (se il testo non cambia) invece si.

E allora proviamo a capire, fuori dai cliché, perché questo articolato arriva proprio ora, e che cosa vuol dire tutto questo dibattito semi-clandestino sulla possibile sforbiciata alla reversibilità. La prima risposta è facile: la crescita ristagna, il Pil è depresso, la spending review viene considerata fallita (per ora) dai severi controllori europei. E allora servono, (anzi urgono) soldi per fare cassa e scongiurare una manovra correttiva. In questo scenario tutti i tecnici della ragioneria dello Stato e del Tesoro, quello che non cambiano mai (con qualsiasi governo), hanno in mente una idea fissa. Se c'è grasso da tagliare è proprio lì, nel tesoretto delle pensioni. Ci sono molti matrimoni "sospetti" tra coppie vicine alla terza età. E poi ci sono vedove e vedovi che sommano il loro trattamento previdenziale a quello del coniuge, con importi spesso non disprezzabili: cosa ci sarebbe di male - immaginano - a rimodulare, sforbiciare o abbattere quei trattamenti, quando i cumuli superano quelli di un buono stipendio?

Non voglio ovviamente banalizzare il punto focale di questo ragionamento, che a prima vista non sembra sbagliato, Eppure ci sono alcune risposte che vanno date. La prima: la reversibilità, prima ancora della pensione è un patto con lo Stato siglato, per giunta, con qualcuno che se n'è andato, convinto di aver messo in sicurezza i suoi cari. La seconda: se si vogliono toccare le pensioni , in qualsiasi forma, bisogna avere il coraggio di farlo apertamente e di cercarsi i voti in Parlamento, con un pubblico dibattito. Non si può certo farlo con operazioni di contrabbando, sperando che - magari - qualcuno non se ne accorga. Terzo: anche il relativo benessere può essere un diritto. Quei soldi non sono un regalo, ma il prodotto dei versamenti di una intera vita. Non ti sto togliendo un lusso, dunque, come immaginano gli economisti, ma qualcosa che hai pagato con i prelievi dalla tua busta paga. Quarto: la reversibilità non è il diritto di un singolo, ma il riconoscimento alla famiglia, come istituzione, di un patto di mutua assistenza in base al quale le persone hanno programmato le loro vite.

Sarebbe veramente curioso se si immaginasse di colpire le famiglie, e per di più gli anziani. Sesto: l'ultimo paradosso è proprio nel messaggio, apparentemente rassicurante, trasmesso dai sostenitori del ritocco: ma tanto - sostengono - questa modifica non riguarderebbe i trattamenti già in essere, casomai quelli futuri. Il che, dal mio punto di vista, è più grave, perché continua ad accrescere il burrone della disuguaglianza: da un lato i già garantiti che non si toccano perché altrimenti ci sarebbero le barricate nelle strade. Mente dall'altro si possono penalizzare quelli che - con l'attuale sistema - con il loro lavoro mantengono in piedi la baracca, a cui in prospettiva si può togliere tutto. A questo punto bisogna avere il coraggio di rispolverare un vecchio slogan novecentesco: o a tutti o a nessuno. Pensate che siamo diventati troppo ricchi e che lo stato sociale così come lo abbiamo conosciuto non possa esistere più? Spiegatecelo è convinceteci, altrimenti tacete. Una riforma si fa con il coraggio delle idee, non con due parolette di contrabbando.