Il tribunale di Bari nel palazzo di un imprenditore che prestava soldi ai clan. La sinistra al ministro della Giustizia: “Onestà! Onestà!”

Alessia Morani ha chiesto che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede riferisse sulla scelta della sede provvisoria del palagiustizia di Bari, caduta su un immobile che, secondo quanto scrive "La Repubblica", sarebbe di proprietà di un privato sospettato di aver prestato denaro ad organizzazioni criminali mafiose

Il tribunale di Bari nel palazzo di un imprenditore che prestava soldi ai clan. La sinistra al ministro della Giustizia: “Onestà! Onestà!”
di PSO

"Onestà! Onestà!": lo hanno urlato in coro nell'Aula della Camera i deputati della sinistra, con un refrain che nella passata legislatura era usato da quelli del M5S, dopo che Alessia Morani ha chiesto che il ministro della Giustizia pentastellato Alfonso Bonafede riferisse sulla scelta della sede provvisoria del palagiustizia di Bari, caduta su un immobile che, secondo quanto scrive "La Repubblica", sarebbe di proprietà di un privato, di Giuseppe Settanni (un amico “fidato” di Gianpi” Tarantini), un imprenditore sospettato di aver prestato denaro ad organizzazioni criminali mafiose.

Durissima la replica della presidente della commissione Giustizia Giulia Sarti (M5S). "Sono sicura che il ministro saprà assumere le sue decisioni con una assunzione di responsabilità diversa da chi fino ad ora se ne era sempre fregato", dice sostenendo che Bonafede "ha applicato la legge vigente". Un atteggiamento quello di Sarti, condannato da David Ermini (Pd): "Ha parlato l'avvocato difensore di Bonafede. Altro che presidente della Commissione. Vergognoso".

La bagarre in Aula è continuata quando il Pd, con Emanuele Fiano, ha chiesto la sospensione dell'esame sul decreto legge "per i gravi fatti denunciati da un quotidiano che inficiano il procedimento e la discussione di questo testo". "Chiediamo che il ministro Bonafede venga a riferire anche oggi", ha spiegato. La relatrice e la presidente della commissione Giustizia hanno reso parere contrario sulla richiesta, su cui deve esprimersi l'Aula.

Scandalo o errore di valutazione del pupillo di Maio o Settanni ancora una volta ha avuto fiuto per gli affari? Di sicuro sinora c’è che il palazzo era sfitto fino a pochi mesi fa. Ora quell’acquisto che sembrava un po’ così si è trasformato in un affare: il ministero dovrà pagare Settanni – spiega Repubblica - un affitto di un milione 200 mila euro all’anno per i prossimi sei anni (se il ministero della Giustizia non trova una soluzione migliore prima).

Si legge su Repubblica: “Settanni è amministratore della Sopraf srl, società di cui la sua famiglia è proprietaria al 50 per cento con l’imprenditore Roberto Patano. Sopraf è proprietaria dell’immobile appena scelto, al termine di una ricerca di mercato, dal ministero della Giustizia per ospitare gli uffici giudiziari penali di Bari che erano ospitati in tende da campo. Settanni. D’altronde, del grande fiuto per gli affari di Settanni era certo il suo grande amico Gianpaolo “Gianpi” Tarantini, l’imprenditore barese che scalò Palazzo Chigi nel 2011 presentando prostitute all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: «Io ho solo un amico di cui potermi fidare - raccontava Tarantini ai magistrati - Pino Settanni».

E per questo si spese con lui: attraverso Walter Lavitola, il re dei facilitatori italiani, cercò di procurare all’imprenditore, che all’epoca lavorava nel mondo di rifiuti, un contatto per un appalto con Eni. «Pino — diceva Tarantini — è così straricco che non ha bisogno. Mi diceva: “Se ti danno quello te la gestisci tu, ti faccio un contratto di direttore commerciale, ti prendi il compenso più alto e tu diventi completamente autonomo. Parliamo che potevo gestire cifre — almeno per quello che diceva lui — di 30, 40, 50mila euro al mese. E finalmente potevo svoltare». Quelle di Lavitola erano però, come spesso gli accadeva, soltanto parole al vento: «Mi ripeteva sempre: “Sì, sì ho parlato con Scaroni, lo stiamo facendo”. Questo Pino, che non è uno scemo, diceva: “Gianpaolo, vedi che ti stanno prendendo in giro”. Era vero.

Il nome di Settanni è tornata poi in un’altra indagine della procura di Bari, ma lui non è mai stato indagato: sentito come testimone, ha spiegato di aver prestato soldi a Michele Labellarte, imprenditore considerato il cassiere del clan Parisi.