I nuovi clani e le altre mafie, ecco le famiglie che stanno conquistando Roma

Funerali da Padrino del boss Casamonica
Funerali da Padrino del boss Casamonica
di pso

Sempre più ricchi e sempre più pericolosi. I sinti hanno cominciato a impadronirsi di vaste aree di Roma tra gli anni 60 e 70. Secondo le cronache dell’epoca, si occupavano esclusivamente di cavalli da corsa. Tuttavia, quasi subito alcuni di loro furono ingaggiati dalla banda della Magliana e dalla mafia come riscossori di crediti particolarmente difficili. Da allora, i nomadi hanno fatto un considerevole salto di qualità, mettendo radici nelle borgate romane, acquisendo un peso importante sul territorio grazie a vincoli parentali molto stretti. I legami di sangue sono per queste comunità un elemento molto prezioso. Inizialmente era stato chiesto loro di occuparsi di affari "marginali" della grande criminalità organizzata, come la riscossione e l’estorsione, ma anche della distribuzione di stupefacenti come l'eroina.

Le famiglie

(La Stampa)



Non bisogna fare di tutta un’erba un fascio, tuttavia la situazione con il passare degli anni si è incancrenita. Quanta responsabilità delle classi dirigenti e della cultura del nostro Paese in tutto ciò? Una domanda che meriterebbe una risposta. Perché i silenzi, gli errori e le omissioni che hanno accompagnato questo problema nel corso degli anni, hanno reso la Capitale (e delle sue borgate) invivibili. Con l’arrivo alla Procura di Roma del procuratore Giuseppe Pignatone e del coordinatore della Dda, il procuratore aggiunto Michele Prestipino, le indagini hanno fatto un salto di qualità, ma ha anche messo in rilievo che il problema, l’alleanza mafia-sinti, poteva essere affrontato prima, con la prevenzione e con un’attenta azione di polizia.  

I recenti fatti di Ostia, la testata di Roberto Spada al giornalista di Nemo (Rai 2) Daniele Piervincenzi, sono solo lo scampolo di uno scenario, di una cancrena, preoccupante. Le conseguenze di questa penetrazione criminale sono evidenziate anche nelle numerose statistiche ufficiali che fotografano una regione condizionata dalla presenza di “imprese” sinti ormai abbastanza simili a quelle mafiose.  Determinato, molto probabilmente, da “un perverso scambio di utilità criminali tra gruppi che si riconoscono e si rispettano reciprocamente”, si legge nel rapporto della Regione Lazio sulle infiltrazioni mafiose. 

La forza di queste vecchie e nuove mafie sta nella solitudine delle sue vittime. Grazie al lavoro di Pignatone, si può essere moderatamente ottimisti, “perché altre volte è stato dimostrato come la sinergia tra società civile e istituzioni possa rovesciare rapporti di forza immaginati come immodificabili ed aprire relazioni di fiducia affinché sempre più imprenditori denuncino estorsioni e usura di cui sono vittime”, si legge nel rapporto. Per combattere questo fenomeno, le forze di polizia hanno, sostanzialmente, disegnato la mappa dei clan e la loro suddivisione territoriale. Nel Lazio sono state contate almeno 378 infiltrazioni mafiose.

Con loro operano anche i Casamonica il cui territorio va dai Castelli romani, a Ostia, comprendendo soprattutto il litorale laziale e qualche insediamento nella periferia Est (Anagnina, Romanina, Tuscolano). “Si tratta, spiegano gli investigatori, di famiglie di sinti e rom stanziali che approdate a Roma negli anni Settanta si sono imparentate con le famiglie romane, creando vere e proprie dinastie criminali”, ha spiegato il quotidiano romano.  

Si sta ritagliando un suo spazio anche la ‘ndrangheta, molto attiva negli investimenti immobiliari, alberghieri e ristorazione. Oltre ovviamente al traffico di sostanze stupefacenti e al gioco d’azzardo, che in alcune zone le ’ndrine gestiscono assieme ai clan locali. Grandi interessi anche in due città laziali, Anzio e Nettuno, per i collegamenti portuali. Molto attive anche le famiglie siciliane dei Triassi degli Accardo. Quel che è più grave, le “famiglie” ormai si sono divise i territorio.  Altrimenti ci sarebbe già stato un bagno di sangue.

“I colpi di pistola sparati da due criminali nell’incrociare una pattuglia a Napoli, fotografano né più e né meno la stessa aberrante realtà testimoniata dalla testata di Roberto Spada a un giornalista a Ostia. Tutto questo è frutto di un problema gravissimo e non più trascurabile: la sempre più diffusa mentalità che in certe zone del territorio le regole dello Stato democratico non esistano, ma che si tratti piuttosto di una giungla in cui ci si deve comportare come vuole il prepotente e il violento di turno che detta il passo a proprio piacimento. E’ inutile fingere che non sia così e sbandierare risultati e numeri che distolgano l’attenzione da ciò che è sempre più drammaticamente evidente: ci sono parti di questo Paese che sono ‘realtà parallele’ e, in termini di mentalità diffusa su legalità e sicurezza, sono completamente fuori dalla realtà civile, democratica, libera che vogliamo assicurare ai cittadini", ha detto Domenico Pianese, Segretario Generale del Coisp, Sindacato Indipendente di Polizia.