Si può essere conviventi senza abitare sotto lo stesso tetto: la sentenza della Corte di cassazione

I giudici hanno accolto il ricorso di una donna alla quale l’assicurazione aveva negato l’indennizzo per la morte del compagno in quanto quest’ultimo aveva mantenuto la residenza in un altro Comune

Si può essere conviventi senza abitare sotto lo stesso tetto: la sentenza della Corte di cassazione
Redazione Tiscali

Qual è la condizione che consente a una coppia di fatto di esser equiparata giuridicamente a una coppia sposata? La questione è stata analizzata dalla Corte di cassazione che di recente, con la sentenza 9178, ha accolto il ricorso di una donna alla quale l’assicurazione aveva negato l’indennizzo per la morte del compagno in quanto quest’ultimo aveva mantenuto la residenza in un altro Comune. La Corte d’Appello, pur dando atto dell’esistenza di un solido rapporto tra i due, aveva inizialmente considerato corretto il diniego a seguito della mancanza della prova della coabitazione. La Suprema corte ha ora annullato quel verdetto, rinviando nuovamente la causa ai giudici di Appello, così che gli stessi tengano conto di una serie di elementi indicativi del profondo e assiduo rapporto tra i due.

Si può essere conviventi senza abitare sotto lo stesso tetto

La coppia, infatti, usufruiva del medesimo conto corrente e si serviva dell’assistenza dello stesso medico di base. La Corte, precisano i giudici, dovrà poi non sottovalutare il cambio di costumi. “È necessario prendere atto del mutato assetto della società - scrivono i giudici - collegato alle conseguenze di una prolungata crisi economica ma non originato soltanto da queste dal quale emerge che ai fini della configurabilità di una convivenza di fatto, il fattore coabitazione è destinato ad assumere ormai un rilievo recessivo rispetto al passato”. I giudici “moderni” devono esserne consapevoli e non appiattirsi sul concetto di coabitazione.

- la scelta del luogo di abitazione talvolta non può essere conforme alle preferenze delle persone o alle loro scelte affettive ma può essere necessitata dalle circostanze economiche o di altro tipo;

- l’impossibilità dello Stato di mantenere tutte le provvidenze dello stato sociale porta talora i cittadini a doversi attivare, in assenza del supporto assistenziale mancante, e a sostenere degli spostamenti o a scegliere il luogo di abitazione per accudire i familiari che ne abbiano bisogno (si pensi a una persona che deve stare a casa della madre per assisterla perché invalida) o comunque privilegiando le necessità di accudimento piuttosto che le esigenze della vita affettiva;

- il mercato del lavoro non garantisce una regolare coincidenza del luogo di svolgimento del rapporto lavorativo con il luogo di abitazione familiare, imponendo spesso ai partner di vivere in città differenti o in luoghi della città distinti (succede nelle grandi metropoli);

- la ricerca della miglior collocazione lavorativa porta a prescindere dalla provenienza geografica e a spostarsi con maggiore facilità in un luogo diverso da quello di provenienza o anche da quello ove si ha il proprio centro affettivo, per migliori prospettive di carriera o per realizzare un progetto che, nella propria città o nel proprio paese, sarebbe impossibile realizzare.

Vivere sotto lo stesso tetto non è pertanto condizione sufficiente a creare una differenza concreta tra le due tipologie di nucleo famigliare. Ciò che conta, evidenziano i giudici, è che fra le parti vi sia una relazione stabile e duratura, e che sussista un progetto di vita comune. Alla luce di tutti questi elementi non si possono quindi negare le tutele previste per le coppie sposate.