[L'inchiesta] Addio spaghetti ai ricci: la "guerra" dei pescatori e le colpe dello sfruttamento intensivo

Le norme in vigore non bastano: dalla Sardegna alla Puglia, interi litorali marini spogli dei "paracentrotus lividus" nella taglia commerciale. Un progetto scientifico trova una soluzione, l'opinione dell'esperto

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"Il 15 novembre ricci no grazie: per un anno possiamo farne a meno". La campagna di sensibilizzazione per la difesa del riccio marino, specie in via d'estinzione, rivolta ai consumatori ma soprattutto ai ristoranti che servono i tradizionali spaghetti, è partita. Una pagina Facebook a cui si sono iscritte più di 2000 persone in due giorni prova a rompere il silenzio intorno alla pesca intensiva di paracentrotus lividus che, diventato un alimento irrinunciabile (e caro come il caviale) della tradizione gastronomica di molte regioni d'Italia, è ora a rischio di scomparsa. O meglio: lo sono i ricci "commerciali", quelli che hanno le caratteristiche giuste, cioè un diametro di 5 centimetri senza gli aculei, per finire sui piatti di milioni di italiani. I ristoratori di Cagliari - poco più di una decina per il momento - prendono l'impegno di non servire ai loro clienti i ricercatissimi echinodermi per almeno un anno e fare così la loro parte per permettere il ripopolamento nelle coste del Sud Sardegna, dove l'attenzione sulla sparizione dei ricci di mare si è focalizzata già da qualche anno.

La "guerra" dei ricciai

La "guerra" tra i ricciai dell'Oristanese e quelli del capoluogo sardo, questi ultimi costretti a "sconfinare" verso Est e verso Nord per la desertificazione del Golfo di Cagliari, ha indotto la Regione a correre ai ripari e stabilire delle nuove norme di sfruttamento del riccio, più restrittive. E questo proprio a ridosso dell'inizio della stagione di pesca. Nel tentativo di mediare tra le esigenze dei pescatori permettendo nel contempo ai ricci di rigenerarsi, l'assessore sardo decide che per il 2017-18 la pesca del riccio potrà essere praticata dal 15 novembre al 15 aprile. Ciascuna coppia di pescatori, dice la norma, potrà prelevare 4 mila esemplari (anziché 6 mila) al giorno oppure 1000 (anziché 1500) se si lavora in solitaria. La pesca sportiva invece consente il prelevamento di 50 ricci al giorno e solo per uso personale. Oltre il limite primaverile e per tutta l'estate vale il fermo biologico: divieto assoluto di pesca su tutto il territorio. 

L'emergenza e i consumi in aumento

"Non è sufficiente, ma è un punto di partenza", spiega a Tiscali.it, Piero Addis, biologo marino dell'Università di Cagliari. "La popolazione di ricci di mare nelle coste della Sardegna in dieci anni si è più che dimezzata passando dai 25-30 milioni di ricci pescati all'anno fino al 2009 ai circa 10-15 milioni dello scorso anno", sostiene. Due sono gli elementi da non sottovalutare: il fatto che il prelievo avvenga sempre durante il periodo riproduttivo - infatti ciò che si mangia sono le gonadi, le "generazioni future" - e la pesca intensiva che, specie quando è abusiva, non sottilizza sulle dimensioni del riccio. "Per raggiungere le dimensioni commerciabili di 5 cm - spiega infatti Addis - servono almeno cinque anni. Portando via tutti i riproduttori (di colore verde-violaceo sono chiamati infatti "ricci femmina") a lungo andare si mette a rischio la biomassa riproduttiva, gli esemplari in grado di produrre nuove reclute". 

La misura dell'emergenza è chiara, in particolare se rapportata ai consumi: si pensi che nella sola Sardegna vanno via tra i 900 grammi e 1 chilo all’anno per persona, cioè richieste superiori a quelle del Giappone.  

Le norme di tutela

Quel che serve, allora, sono leggi coraggiose che proteggano una specie pregiata tutelata anche dalle norme internazionali. Come quelle incluse nell'Annesso III del Protocollo SPAMI della Convenzione di Barcellona (lo strumento giuridico e operativo del Piano d'Azione delle Nazioni Unite per la difesa del Mediterraneo, che parla di "specie che necessita di una gestione oculata") e confermate da un decreto emanato nel 1995. La norma sarda (1994) è tra le più conservative d'Italia, tenendo conto che le altre due Regioni ad essersi dotate di una legge specifica sono Puglia e Sicilia anche se in tempi più recenti. Non a caso sono queste le tre aree che mantengono intatta una importante tradizione culinaria legata al riccio.

E allora: sette mesi di divieto di pesca nell'isola al centro del Mediterraneo, contro i due mesi (maggio e giugno) di fermo biologico nelle due regioni del Sud Italia sono abbastanza? Per capire se i periodi di riposo previsti siano o meno sufficienti, basta scorrere le rassegne stampa e sommare i vari allarmi lanciati di volta in volta contro la desertificazione dei fondali marini per intuire la gravità del fenomeno. Ma indicativo è anche il numero di azioni repressive delle frodi messe in campo dalle Capitanerie di porto e dalle forze dell'ordine.

Il contrasto alle frodi: i numeri

Nei primi sei mesi del 2017 la Guardia di finanza ha sequestrato nel litorale antistante la Campania - comprese le aree marine protette - 190 kg di ricci e 100 persone sono state segnalate all'autorità marittima. Nello stesso periodo 12 pescatori sono stati denunciati perché colti in flagranza di reato: le multe comminate ammontano a circa 200 mila euro. La pesca abusiva campana e laziale, secondo gli inquirenti, è destinata alla Puglia (anche il trasporto è fuori legge). Nei litorali a Nord di Bari, infatti, i ricci sono praticamente scomparsi mentre si mantiene vivo un consumo locale nel Salento. Tra gennaio e giugno sono stati ributtati in mare 11 mila esemplari sequestrati, mentre si contano 24 denunce ai danni di altrettanti pescatori. A questo si aggiunga l'aumento della richiesta sulle tavole dei ristoranti che da qualche anno impazza anche a Napoli e dintorni.

Come si salvano i ricci?

Ma la colpa del graduale depauperamento dei fondali marini è soprattutto della pesca intensiva, di cui gli abusi rappresentano solo un aggravio. "Fondamentalmente la colpa è dell'eccessiva pesca, regolamentata male già dagli a '90", spiega il ricercatore cagliaritano che da oltre 15 anni sta portando avanti un progetto sperimentale finalizzato a favorire l'allevamento dei ricci di mare. "E' ovvio che dopo vent’anni se non si sono rispettati, volta per volta, i tempi di recupero, la risorsa diminuisce. Tolgo e reimmetto nello stock sfruttato: così dovrebbe essere - afferma -. Ma se non si rispettano i tempi giusti per il riequilibrio, si verifica la sovra-pesca".

Esattamente quello a cui assistiamo in questi anni, cioè "la diminuzione costante dello stock nelle aree di pesca e la scomparsa di ricci commerciali in zone storicamente votate a questo tipo di pesca, come per esempio il golfo di Cagliari". E allora se le leggi che restringono il campo di sfruttamento dei fondali non sono sufficienti, cos'altro si può fare? "Difficile dirlo ora - spiega -: sarebbe necessario fare un monitoraggio e verficare a fine periodo i risultati ottenuti". Quindi agire di conseguenza.

Nel frattempo il progetto portato avanti dal Dipartimento di Scienza della vita e dell'ambiente dall'Università di Cagliari insieme a quella di Genova, con finanziamenti europei, ha messo a punto un sistema per migliorare "le metodologie di allevamento del riccio, cosa che già avveniva in maniera sperimentale in altri paesi membri", spiega Addis. Attraverso quindi "l'ottimizzazione delle diete artificiali e delle tecnologie di allevamento" sugli 8 mila ricci ospitati nelle vasche dei ricercatori universitari, si è ottenuta una "migliore capacità di sviluppo". Quindi l'estinzione della taglia commerciale si può arginare? "Aspettiamo solo che imprese private o enti, gli uni interessati ai fini commerciali e gli altri al ripopolamento delle aree deturpate, si facciano avanti".