Il radicalismo nasce in famiglia nelle città europee tra chi non ha identità culturale

I terroristi sono spesso fratelli e vogliono solo uccidere. Non arrivano con i barconi ma sono nati nelle nostre città e vivono nell'emarginazione

Attentato terroristico all'aeroporto di Bruxelles
L'attentato terroristico all'aeroporto di Bruxelles
di I.D.   -   Facebook: I. Dessì   Twitter: @IgnazioDess

Molto spesso il radicalismo che porta al terrorismo islamico nasce in famiglia, o comunque entro cerchie ristrette di amici. In una interessante riflessione sul Corriere della Sera di oggi, Olivier Roy, professore all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, orientalista e politologo di origine francese, analizza l’identità dei profeti del terrore che preoccupano ormai tutti i Paesi del Vecchio Continente.

A suo avviso i protagonisti degli attentati di Bruxelles, come quelli di Parigi, presentano alcune caratteristiche comuni. In primo luogo sono sovente legati da vincoli di sangue. Spesso sono fratelli, come Khalid e Ibrahim el Bakraoui, oppure Salah e Brahim Abdeslam, e ancora i Kouachi dell’attacco a Charlie Hebdo. In ogni caso vivono nella stessa comunità e si conoscono fin da piccoli. E in quelle comunità trovano protezione.

(Olivier Roy)

In secondo luogo – spiega lo studioso nell’intervista a Lorenzo Cremonesi – “sono nichilisti puri”. In sostanza “non hanno nulla da costruire, non cercano di fare proseliti, vogliono semplicemente uccidere il massimo numero di persone con la massima pubblicità possibile. Tutti provengono dalla criminalità comune e si sono radicalizzati in modo estremamente rapido”. Un fenomeno che meriterebbe davvero maggior attenzione e analisi da parte degli esperti e dei media.

Abitano nelle nostre città

Questi terroristi abitano nelle nostre città, e non provengono dall’altra parte del mare. Vivono a Parigi o a Bruxelles o in altre capitali europee e viaggiano in auto o in metro, non sui barconi della disperazione.

“Sino a poco tempo fa non praticavano la loro religione – fa notare Roy – e sono passati in modo repentino dallo spacciare droga e compiere piccoli reati al militare con l’Isis”. Un salto triste e 'mortale' per lasciare una vita di marginalizzazione e anonimato e assurgere - dal loro punto di vista - alla notorietà mondiale, al sentirsi finalmente importanti. 

“Ma non si tratta di un fenomeno popolare e sociale – continua l'esperto - Anzi, la radicalizzazione si sviluppa appunto in ambito familiare e nei circoli delle amicizie intime. Loro rifiutano il modello offerto dai genitori e la stessa religione della loro moschea”. Nulla cambia quando si pensa ai ragazzini di Molembeek che tiravano sassi e bottiglie contro i poliziotti e i giornalisti. “Quelli avevano 14 o 15 anni e in quel tipo di quartieri i ragazzini hanno sempre fatto quelle cose. Anche prima di Isis. Sono i giornalisti, purtroppo, a scoprirlo solo adesso”, spiega Roy.

La perdita di identità culturale

I terroristi di cui discutiamo “crescono in genere in nuclei familiari originari del Maghreb,  sono elementi di seconda o terza generazione, vittime della massima perdita di identità culturale”. Non sono più marocchini, egiziani, algerini, tunisini e così via, e non si sentono nemmeno francesi, belgi, europei. “Sono sradicati totali e quindi più proni ad aprirsi alle ideologie più estremiste”.

“In genere siriani, turchi, egiziani ed altri immigrati islamici tendono a mantenere legami forti con i loro Paesi d’origine. Frequentano le moschee, guardano i ‘loro’ telegiornali e rientrano a casa per trovare parenti e amici. Nel caso del Maghreb tutto ciò non vale, o vale meno”, spiega Roy. In pratica spesso quei giovani “non parlano più la lingua dei padri, perdono l’abitudine di frequentare la moschea. In sostanza sono “deculturalizzati al massimo. E proprio questa totale perdita di identità originaria culturale, linguistica, comunitaria e religiosa li porta più facilmente di altri ad abbracciare risposte radicali e violente”.