Suicidio Prato, Manconi: "Punire subito chi lo ha trasferito da Regina Coeli"

Per il senatore Pd, il 31enne è stato portato a Velletri perché a Roma c'era una situazione "a lui troppo favorevole". "Argomentazione surreale e ignorante, la nostra Costituzione dice altro"

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E' con un post su facebook che Luigi Manconi, senatore Pd e attivista di associazioni che lottano per i diritti umani, denuncia "l'illegalità" nella quale è maturato il trasferimento di Marco Prato: la "traduzione" dal carcere di Regina Coeli a quello di Velletri potrebbe aver contribuito a maturare l'idea dell'insano gesto. Accusato insieme a Manuel Foffo dell'omicidio di Luca Varani, il trentunenne si è tolto la vita lasciando un biglietto per il padre e la madre. "La tragedia si somma alla tragedia", scrive Manconi dedicando un pensiero alla famiglia Prato. E la denuncia arriva subito dopo: il trasferimento è stato una scelta "terribilmente sbagliata", decisa perché "il trattamento verso il detenuto si stava rivelando 'troppo favorevole'". 

Senatore ci spieghi.
"Significa che funzionari dell’amministrazione penitenziaria hanno messo per iscritto, in una serie di messaggi in risposta alla sollecitazione da parte del garante nazionale dei diritti dei detenuti - che chiedeva loro che Marco Prato rimanesse a Regina Coeli perché qui l’assistenza complessiva e soprattutto psicologica sarebbe stata più efficace - hanno riposto che lì l'assistenza era 'troppo favorevole al detenuto'. E per evitare che Prato rimanesse in una condizione di favore, cioè utile a tutelarne la fragilità e aiutarlo nella ricostruzione della propria personalità, andava spostato in un luogo a lui meno favorevole, cioè il carcere di Velletri.

Carcere inteso come castigo.
"Penso che sia una argomentazione o surreale, cioè frutto di una fantasia malata, oppure segno di una totale ignoranza di quello che è lo scopo della detenzione in carcere. Che non può essere quella di creare un ambiente sfavorevole e di operare a svantaggio del detenuto. Il carcere non è questo per la nostra Costituzione".

Come può esistere un documento del genere?
"Esiste eccome, è un documento scritto, un documento di risposta al Garante nazionale delle persone private della libertà. In un articolo sul Manifesto ho chiesto che i responsabili che si trovano nella direzione del carcere, nel provveditorato regionale dell’amministrazione e nella direzione del carcere siano sospesi".

Quello di Prato era anche un caso "a rischio" perché aveva già tentato il suicidio.
"Sì è proprio così".

C’è qualcosa insomma che non ha funzionato?
"Di più: è stato interpretato in maniera illegale il ruolo del carcere".

Che è quello di risocializzare il detenuto oltre che fargli scontare una pena punitiva.
"Questo lo dice la Costituzione italiana all’articolo 27, non Luigi Manconi. Io poi credo che quell’articolo sia un pilastro del nostro Stato democratico, quindi ne condivido tutto fin nelle virgole".

I suicidi in carcere sono un grave problema: 45 nel 2016, già 23 nel 2017.
"Numero inaccettabile: sono numerosi multipli dei suicidi fuori dal carcere: 15, 16, 17 volte superiori ai numeri furoi dal carcere". 

Sintomo del fatto che il sistema carcerario non funzioni?
"Certo, questo segnala che il carcere è una macchina patogena che produce malattia e morte".

Qual è soluzione allora?
"Dico con prudenza ma anche con grave allarme che il piano di prevenzione dei suicidi, fatto dal ministro della Giustizia, non venga attuato. Credo che avvenga per responsabilità dell'inerzia dell'amministrazione. Viene attuato con troppo poca attenzione, con pochi mezzi e intelligenza. E di tutto ciò una dimostrazione particolarmente scellerata è quanto è successo a Marco Prato". 

Quali misure sarebbe necessario adottare?
"Da decenni chiedo che all'interno delle celle siano eliminati i fornelletti a gas. Che rappresenta il principale mezzo di autolesionismo. Si poggia il capo laddove dal fornelletto fuoriesce il gas, si copre la testa con un sacchetto di plastica e in pochi minuti si muore. L'esigenza di poter riscaldare i propri cibi si può risolvere con piastre elettriche da utilizzare ogni tre, quattro celle".

Esattamente com'è successo nel caso di Prato.
"Basterebbe poco per eliminare una delle principali macchine per suicidarsi in carcere. Le ho fatto l'esempio più concreto, materiale e pragmatico per dirle le mille cose che non si fanno".