[La storia] La povertà con 110 e lode. “Vivo con poco ma resto a casa mia”

La nuova scelta dei giovani laureati del Sud. ha moglie (e figlio). Anche lei laureata. Anche lei precaria. Fa supplenze nelle scuole, come capita. Una sostituzione alle Poste. In due – confessano – arrivano scarsi a mille euro al mese. Se va bene hanno qualche mese di respiro. Se va male si va in crisi. Ma insieme ce la fanno, provano a farcela. E’ la povertà degli illustri, l’indigenza dei laureati, la dignitosa vita con pochi soldi di chi ha studiato, si è formato, poteva avere di più ma impara a farsi bastare quello che ha, e non si perde di coraggio

[La storia] La povertà con 110 e lode. “Vivo con poco ma resto a casa mia”

E’ una storia di resistenza ma senza eroismo. E’ la storia di uno ma anche di centomila. Una storia silenziosa che si fa strada nelle famiglie, nelle vite minime. E’ una storia di ritorni e di mancate partenze. Una storia che fa i conti col mondo nuovo e chiede alla persone di costruire una nuova economia personale, e di riscrivere il proprio sistema di valori. E’ la storia di Marco Miggiano, un ragazzo di Caserta, che diventa simbolo di una nuova tendenza.

La storia

Miggiano ha 34 anni, una laurea con 110 e lode e menzione accademica in Relazioni internazionali. Come tutti quelli della sua generazione, avrebbe dovuto fare la valigia e lasciare Caserta, la Campania, il Sud. Andare a Milano oppure all’estero. A cercare lavoro, un reddito, una opportunità all’altezza dei suoi studi, delle sue capacità. Lo poteva fare, ne aveva le possibilità. Invece, Miggiano che fa? Lo racconta Raffaele Sardo, su Repubblica. 

Senza orizzonte

Miggiano, si sarebbe detto un tempo, si accontenta. Resta a Caserta. Fa l’operatore sociale. Precario. Lo pagano come viene. Ci si attiva su progetti. Finanziamenti esterni. Quando gli enti pagano, arrivano gli stipendi. Altrimenti, no. A pizzichi e a mozzichi, si sarebbe detto a Roma. Un precario di lusso, con competenze alte e possibilità di impiego, ma ostinato a restare. Più che precario, anzi. Senza alcun orizzonte che non sia il fare e poi sperare.

La povertà degli illustri

Il ragazzo ha moglie (e figlio). Anche lei laureata. Anche lei precaria. Fa supplenze nelle scuole, come capita. Una sostituzione alle Poste. In due – confessano – arrivano scarsi a mille euro al mese. Se va bene hanno qualche mese di respiro. Se va male si va in crisi. Ma insieme ce la fanno, provano a farcela. E’ la povertà degli illustri, l’indigenza dei laureati, la dignitosa vita con pochi soldi di chi ha studiato, si è formato, poteva avere di più ma impara a farsi bastare quello che ha, e non si perde di coraggio.

Senza eroismo

I due ragazzi di Caserta hanno scelto di non andare via. Avrebbero potuto farlo, come tanti. Ma restano. Senza eroismo, però. Non si sentono migliori degli altri. E’ un calcolo dei costi e dei benefici. “Meglio essere poveri a casa propria che comunque precari e a basso reddito in città come Milano e Roma, dove la vita costa anche di più”. La scelta del ragazzo di Caserta, in realtà, si allarga, diventa un esempio. Sono tanti i giovani, per esempio, che stanno tornando. Il destino di un lavoro precario e sottopagato li ha accompagnati anche nell’emigrazione. E allora perché pagare il prezzo della lontananza se non serve nemmeno a stare meglio?

Welfare familiare

“Qui con il welfare familiare – raccontano i due a Repubblica -, con il welfare degli amici, sbarchiamo il lunario. Anche se con mille difficoltà”. Altrove non avrebbero avuto punti di appoggio, e avrebbero trovato affitti più cari, vita più cara. Le famiglie di origine fanno rete, le comunità si stringono, le radici scaldano, i luoghi proteggono. Finisce il mito dell’emigrazione che ti salva la vita. Torna, invece, il sentimento di stare insieme, nei luoghi della sicurezza.

Una nuova visione

Se sia un bene o un male, si vedrà. Ma così le città del Sud si ripopolano. Si rivedono giovani e famiglie, si tornano a tessere le trame lacerate delle origini. Certo, si vive di poco e si impara a fare a meno di molto.  Ma chissà che questa crisi, che ha rotto i vecchi ideali di successo legati a lavoro e denaro, e ha riscritto gli obiettivi delle generazioni, non sia anche una opportunità per ridisegnare il perimetro dei consumi. Si può vivere con meno, si può perfino vivere meglio nei propri luoghi, dentro il proprio destino. Dalla crisi, una opportunità. Dall’indigenza, una nuova visione.