La Popolare di Vicenza cerca di evitare il crac ma l'ex presidente Zonin può brindare

La Banca di cui è stato a lungo il numero uno naviga in cattive acque ma l'azienda vitivinicola Zonin va a gonfie vele

Gianni Zonin
Gianni Zonin
Redazione Tiscali

La Popolare di Vicenza cerca di uscire dalle acque burrascose in cui è caduta, per la seconda volta negli ultimi tempi, ma considerando i risultati della sua azienda vitivinicola, l’ex patriarca della Banca, Gianni Zonin, si prepara a stappare il classico Champagne. Ad essere più precisi – come sottolinea Fabio Pavesi sul Sole 24 Ore – i festeggiamenti dovrebbero riguardare i tre figli perché sono loro a tenere le redini della storica azienda di famiglia dopo che lui si è spogliato di ogni bene.

Gli obiettivi

In ogni caso attualmente gli Zonin si preparano a volare in Cile, dove vorrebbero produrre 600mila bottiglie nel triennio da distribuire in un centinaio di Paesi. Ma il fatto che l’azienda Zonin non debba lamentarsi per l’andamento, emerge anche dal bilancio 2016, se è vero che “l'anno scorso il fatturato a livello di Spa è salito a 151 milioni”. Ed anche “la redditività è di tutto rispetto, con il margine industriale sui ricavi passato dal 4,5% del 2014 al 7% della chiusura del 2016. L'utile netto ha chiuso l'anno scorso a 3,8 milioni dai 2 milioni del 2015”.

Per quanto riguarda l’avventura nel settore bancario - spiega Il Sole 24 Ore - su Gianni Zonin, “indagato dalla Procura e inseguito da un'azione di responsabilità che ha chiesto ai vecchi vertici un miliardo e mezzo di danni, è ormai tempesta fitta da quando, nel novembre del 2015, fu costretto ad abbandonare la poltrona di regia della banca da lui governata per un ventennio”.

La difesa

Lui però contrattacca su tutto il fronte. “Per i crediti concessi a chi non era nella condizione di restituirli lui non c’entra. C'era la direzione crediti a deliberare”. Ed anche per quanto concerne “la svalutazione del titolo fino ad azzerarlo” la colpa è della “severità della Bce”.

Ma – ad avviso del quotidiano di Confindustria – resta la sostanza di un “crac colossale che ha visto coinvolta la banca”. Quello di un “istituto crollato bruciando 6 miliardi di valore azionario in un falò che ha coinvolto oltre 100mila soci e che lascia come eredità un grave malato salvato una prima volta dal Fondo Atlante e ora prossimo all'ingresso dello Stato nel capitale. Che nonostante oltre 3 miliardi di perdite in meno di tre anni viaggia ancora con un cumulo di prestiti a rischio di rientro che valgono tuttora quasi 5 miliardi, il 22% dell'intero portafoglio”.

Ma zonin insiste. Lui – dice – ha “operato in tutti questi anni con dedizione, correttezza e onestà e .. con la distribuzione ai soci per 17 anni sotto la mia presidenza di consistenti utili”.

Le perdite

Ma il Sole fa notare che “è un peccato però che le perdite per oltre 3 miliardi abbiano vanificato del tutto i mirabolanti utili, dato che valgono da soli più del doppio dei profitti fatti in 17 anni”. In buona parte le perdite si sono verificate sotto la nuova gestione, potrebbe contrapporre Zonin, ma “se ciò è vero sotto l’aspetto formale – continua il Sole 24 Ore - la sostanza dice che quelle perdite sono il frutto della pulizia delle sofferenze e degli incagli tenuti per anni (sotto la sua presidenza) in bonis quando erano invece da svalutare”.

E' singolare poi - a leggere il Sole - che “pochi mesi dopo la sua uscita dalla banca le sue quote di capitale nell'accomandita di famiglia sono state girate ai tre figli”. In definitiva “l'ex dominus della banca vicentina, non ha più beni patrimoniali, anche se si dovessero accertare responsabilità e danni da rimborsare non ci sarà niente da recuperare”, fa presente il quotidiano economico. E conclude con una considerazione: “Forse era meglio continuare a fare solo vino. Lì Zonin non ha sbagliato un colpo”.