[Il retroscena] Massacrata e uccisa a 16 anni, il fidanzato di Noemi confessa: “L’ho accoltellata”. Il suo assassino poteva essere fermato

La magistratura è rimasta inerme di fronte alla violenza già subita da una donna, fino al suo tragico e inevitabile epilogo. La cosa scandalosa è che nessuno paga mai per questi errori

[Il retroscena] Massacrata e uccisa a 16 anni, il fidanzato di Noemi confessa: “L’ho accoltellata”. Il suo assassino poteva essere fermato

Noemi Durini, 16 anni, da Specchia, Lecce, è stata ammazzata, sfigurata a pietrate e poi sepolta con i sassi di un muretto a secco nelle campagne dietro gli ulivi e i lecci di San Giuseppe di Castrignano del Capo, vicino a Santa Maria di Leuca, dal suo fidanzato di un anno più vecchio. Lui è accusato di omicidio volontario. Suo padre, invece, è indagato per concorso, perché l’avrebbe aiutato a nascondere il corpo e occultare le prove. Ma non c’è solo questo a farci orrore e colpire le nostre coscienze, questo quadro raccapricciante di ferocia animalesca e di miseria umana. Come tantissime vittime di femminicidio, il suo assassino poteva essere fermato, e come quasi tutte le volte la magistratura è rimasta inerme di fronte alla violenza già subita da una donna, fino al suo tragico e inevitabile epilogo. La cosa scandalosa è che nessuno paga mai per questi errori. Forse ci sarebbe bisogno di una legge che obblighi le Procure a intervenire con più decisione in questi casi. Purtroppo non accadrà mai, nonostante il femminicidio sia nel nostro Paese una vera e propria emergenza sociale: 774 casi negli ultimi cinque anni, che vuol dire 150 all’anno e cioé una donna che viene uccisa praticamente ogni due giorni da un amore malato. Oggi, Vito Rizzo, il padre di Noemi, può solo piangerci sopra: «Bisognava intervenire prima, rinchiuderlo in una casa di cura». Perché, come ha raccontato la mamma, Imma Rizzo, qualche settimana fa loro erano corsi in Procura per denunciare il fidanzato per il suo carattere violento: «Abbiamo paura che possa accadere qualcosa di molto grave. Dovete intervenire, fare qualcosa per fermarlo». Agli atti, è rimasta solo la loro denuncia per violenza privata.

Niente, ancora una volta, è stato fatto

Pochi giorni prima del delitto. Noemi aveva postato su facebook quasi l’ultimo grido di aiuto. Sotto il volto tumefatto di una ragazza alla quale la mano di un uomo tappa la bocca, aveva scritto «Non è amore se ti fa male». E di seguito l’aveva anche disperatamente spiegato: «Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore se ti picchia. Non è amore se ti umilia. Non è amore se mente costantemente, non è amore se ti sminuisce, se ti fa sentire piccola. E tu meriti l’amore. C’è vita fuori da una relazione abusiva». Noemi si era anche confidata con le sue amiche, e quasi tutte erano a conoscenza dei maltrattamenti che subiva. Al suo paese, Alessano, adesso dicono che lo sapevano tutti che lui era un ragazzo molto violento. La magistratura aveva prove e testimoni per fermare il suo carnefice. Agli inizi, invece, come capita quasi inspiegabilmente a molte delle vittime, lei aveva cercato di difenderlo con i suoi genitori, che le avevano chiesto di interrompere un rapporto pericoloso, «con quello lì che è un poco di buono». C’è voluto un mucchio di tempo perché lei si convincesse. Prima, erano state liti anche dure: Noemi era persino andata via di casa qualche giorno, minacciando di non farci più ritorno. L’amore malato è come una prigione che ti ha tolto il cuore.

Da poco più di un mese, però, aveva deciso anche lei di mollarlo

Per questo i genitori erano andati in Procura: le violenze e le umiliazioni del fidanzato erano diventate ormai sistematiche. All’alba del 3 settembre, il giovane è andato a prenderla a un appuntamento per portarla a casa, come ha raccontato ai carabinieri, quando gli hanno fatto vedere un video che li inquadrava su un’auto, insieme, a quell’ora. Noemi è scomparsa da quel momento, anche se la denuncia dei genitori è di qualche giorno dopo, del 6 settembre: «Abbiamo aspettato perché pensavamo che potesse essere successo come le prime volte, quando lei andava via qualche giorno per punire la nostra ostilità nei confronti del suo ragazzo». Pure se adesso non era più cosi: «No, non era più così, ma l’abbiamo pensato lo stesso». Il giorno che sono andati a denunciare la scomparsa hanno subito detto agli inquirenti che se era successo qualcosa, era stato lui. In realtà, sin dall’inizio i carabinieri avevano già capito da soli che quella era l’unica pista valida: il giovane era caduto in più di una contraddizione nei suoi interrogatori, e il giorno che gli avevano notificato l’avviso di garanzia per omicidio volontario, si era fatto beccare da una telecamera di Rete4 mentre sfasciava a colpi di spranga l’auto di un signore che si era permesso di dirgli qualcosa a proposito del suo carattere poco incline alla mitezza e del suo rapporto con Noemi.

La svolta delle indagini

La svolta delle indagini, però, sarebbe venuta soltanto dopo il sequestro dell’auto della famiglia che lui aveva guidato per andare a prendere la fidanzata. A quel punto gli interrogatori si sono fatti più stringenti e lui è crollato. Dieci giorni dopo averla uccisa, ha confessato e ha accompagnato i carabinieri sul luogo dove aveva sepolto sotto un cumulo di sassi il corpo martoriato di Noemi, guardando la scena con la freddezza di un assassino senza alcun senso di colpa. E’ un’altra caratteristica dei femminicidi, studiati e raccontati dall’Istat per conto del Ministero della Giustizia: dal modus operandi di questi tipi di omicidi, emerge un quadro brutale e primitivo, in cui l’assassino sfoga una rabbia inaudita. L’arma più utilizzata è il coltello, e le donne vengono colpite sempre ripetutamente, quasi con ossessione. Con le altre armi, un martello, un oggetto pesante, una pietra, gli omicidi si accaniscono fino a sfigurare il corpo e il volto della vittima.

Il movente è quasi sempre lo stesso, gelosia e possessione

La maggior parte degli assassini appartiene a una fascia di età compresa tra i 31 e i 40 anni, seguita da quella tra i 41 e i 50. Le vittime invece sono più giovani, per lo più tra i 18 e i 30 anni. Solo il 22 per cento è straniera, in genere dei Paesi dell’Est. Il carnefice è quasi sempre italiano: il 73 per cento delle volte. Ma dietro a questo ritratto orribile, ce n’è un altro ancora più allucinante, perché, come testimonia ancora l’Istat, sette milioni di donne hanno subito una forma di violenza, dallo stalking allo stupro, nella loro vita. E questi numeri si riferiscono solo ai dati venuti alla luce. Chissà quanti ce ne sono mai denunciati. E’ davvero così difficile essere donna in questo Paese? Maria Archetta, una bella signora bruna piena di vita, aveva paura ma era convinta di no. «Amare una donna vuol dire amare la sua libertà», aveva scritto a caratteri maiuscoli su uno di quei post gialli che si appiccicano in cucina. Pochi giorni dopo il marito l’aveva massacrata. E’ morta così.