[La storia] Abbiamo punito le mafie per il sangue versato. Ma non abbiamo salvato i loro figli perduti. Dobbiamo imparare da Antonio e Lucia

Con il nostro impegno abbiamo contribuito alla condanna di migliaia di mafiosi. Dopo le sentenze abbiamo considerato chiusa la partita con quegli imputati, del tutto indifferenti al loro destino carcerario, se non per invocare, spesso giustamente, una rigorosa applicazione del carcere duro. Ma è giusto considerare in questo modo esaurito il nostro impegno? Credo, al contrario, che proprio per rendere più efficaci le nostre battaglie abbiamo l’obbligo di occuparci anche di ciò che accade in carcere e come si realizzano i percorsi di rieducazione soprattutto quando i colpevoli sono minorenni

[La storia] Abbiamo punito le mafie per il sangue versato. Ma non abbiamo salvato i loro figli perduti. Dobbiamo imparare da Antonio e Lucia

L’antefatto (una tragedia). La notte tra il 3 e il 4 agosto del 2009, a piazza Mercato, nel centro di Napoli, viene ucciso con otto colpi di pistola Gaetano Montanino, metronotte della società "La Vigilante". Lascia una moglie e una figlia di 21 anni. A gennaio era stato ucciso un altro metronotte di 25 anni davanti a quello che fu il Palazzo di giustizia a Castelcapuano nel sempre inquieto quartiere di Forcella. Racconta la moglie Lucia Di Mauro: "Dopo l’uccisione di questo ragazzo si intensificano rapine, furti, devastazioni, sei mesi di escalation. Gaetano svolgeva la funzione di tutor dei giovani neoassunti. C’era bisogno di lui, della sua professionalità, per questo rientra dalle ferie in Cilento. Mio marito era stato sottufficiale della Finanza. Sceglie di tornare a Napoli e rifiuta il posto in banca per due volte. 'Voglio lavorare con la divisa', diceva sempre. Il 3 agosto lo chiamano e gli cambiano il turno. Quella notte mio marito non doveva esserci a Piazza Mercato. Probabilmente erano saltati gli equilibri criminali nella zona. L’omicidio è stato un avvertimento intimidatorio rivolto all'azienda?".

I dubbi di Lucia sull'omicidio del marito

Dopo tanti anni Lucia è rosa dal dubbio, continua a essere perplessa sulla tesi degli investigatori che obiettivo dell'agguato fosse la rapina della pistola. Otto colpi contro il corpo del marito su trenta sparati sono troppi per una rapina; e poi, una pistola si trova facilmente a Napoli, purtroppo, e non si uccide per così poco. "E’ stato un fisiologico incidente di lavoro, un dato statistico", riprende con rabbia Lucia: questo è stato pressappoco il commento dell’omicidio, incidente di lavoro come chi si sloga un braccio o una gamba.  Le indagini attraverso il ferimento di uno dei criminali risalgono ad altri tre che, nel frattempo, si erano trasferiti in Spagna. Tutti arrestati dopo una settimana, poi processo e sentenza di condanna. Il fatto (una storia di grande coraggio) e, per dirla con il filosofo, non è per stomaci deboli. Incontro Lucia, questa donna tanto decisa quanto pacificata, almeno in apparenza, per alcune ore nella sede della federazione antiracket; non mi vergogno di riconoscere che in più momenti è venuto meno quel distacco indispensabile per raccontare una storia o per analizzarla, folate emotive sempre in agguato. E come potrebbe essere diversamente in una storia come questa? Una storia che nasce dal contatto, dall’incontro, dal sentirsi di due persone: la vedova di un uomo ucciso a colpi di pistola e uno di quelli che hanno partecipato a quell'uccisione. Un incontrarsi che ha un esito per nulla prevedibile e, per dirla stavolta con il poeta, “scandaloso”.

"Antonio mi ha chiesto perdono"

Accade lo scorso 21 marzo a Nisida, al carcere minorile; Lucia con altri familiari di vittime di camorra era lì a celebrare il giorno della memoria promosso da Libera. "Mi immagino di incontrare il diavolo, un mostro, l’uomo più brutto del mondo… Vedo un ragazzino che piange, lo voglio subito abbracciare, sta per svenire nelle mie braccia… Non avevo mai visto tanto dolore… Antonio mi ha chiesto perdono, ho saputo dagli educatori che dal primo momento voleva conoscermi. Lui aveva 17 anni quella notte… Per otto anni è stato il mio tormento. Ci pensavo sempre. Però non mi sentivo ancora forte per incontrarlo. Dovevo decidermi,vederlo prima che lo trasferissero a Poggioreale. ‘Per quel giorno non ci possiamo fare più niente. Da oggi in poi io e te possiamo fare tante cose insieme. Devi aiutarmi a far cambiare altri ragazzi’- questo gli ho detto”.

Capire se questa esperienza può essere elevata a modello

Qui non siamo in un film, in una fiction. Qui agiscono sentimenti fortissimi, passioni, sangue e dolore. Qui potrebbe pure esserci qualcosa di inestricabile o di indefinibile, qualcosa che rimanda alla sacralità del mistero. Sicuramente c’è magia, e come negli incantesimi tutto appare irreale. Quindi, non è facile incamminarsi/comprendere. Eppure è necessario. Da un lato si vogliono conoscere quelle dinamiche, anche le più intime, che hanno reso Lucia così "disponibile", come è stato e perché, quali valori, quale idea di giustizia, di vita c’è alla base. Dall’altro, soprattutto, capire se questa esperienza può essere elevata a modello, a un nuovo paradigma di giustizia. Insomma, un capovolgimento di tante cose, di tanti luoghi comuni.

Il dialogo tra un ergastolano e il giudice

Quando ho chiamato Lucia per incontrarci, le ho suggerito la lettura di uno splendido libro scritto da un ex magistrato, Elvio Fassone (Fine pena: ora), che racconta la corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il giudice che lo ha condannato, all’epoca presidente della Corte d’Assise. Quando ci siamo visti stava finendo di leggerlo, “questo libro mi ha incantato: non bisogna mai dimenticare che dall’altro lato c’è sempre un essere umano; così come non deve sfuggire dove si nasce, dove si cresce, con chi si vive". C’è un filo, secondo me solidissimo, che lega la relazione epistolare del giudice con il “suo” condannato e quella tra Lucia e Antonio. Lo spiega lo stesso Fassone: "C’è una stagione, ignota agli altri ma vera, nella quale il detenuto ha maturato la convinzione di avere pagato il giusto. Sa che doveva ‘pagare’ […] e sente che quella quantità corrisponde al dovuto secondo la 'sua' idea di giustizia. Se siamo capaci di cogliere quel tempo, è salvo lui con tutto il percorso fatto, e siamo salvi noi. Se siamo sordi, è salvo solo lui”.

Lucia ha "salvato" tutti noi

Sicuramente Lucia non è stata sorda. Sicuramente la sua anima, sì l’anima perchè non penso che si possa parlare di fatti razionali, l’anima profonda, le viscere antiche hanno saputo intercettare quel “momento”, “cogliere quel tempo”. Così Lucia ha “salvato” tutti noi. Non importa quanto lungo sia il tempo della pena, l’importante è capire quando bisogna andare oltre, quando essa è solo inutile afflizione. Quel “ragazzino che piange” deve per forza tornare alla vita. “Dovevo dare un senso a questo sangue”, spiega Lucia parlando dell’omicidio del marito. “Mi sono detta che insieme ad Antonio potevamo impedire che altri ripetessero i suoi errori. Lui mi chiede sempre se ‘siamo in tempo per salvarne qualcuno’”. Dubbi? Ad anticipare una mia domanda dice: “Sono sicura che Antonio ci crede in quello che dice e fa”. Ma, allo stesso tempo, forse, per fugare ogni incertezza, prende il telefonino e chiama Antonio, vuole farmi sentire la sua voce. Mi chiama a testimone della verità del suo percorso. Lui adesso ha 26 anni, lavora in un bene confiscato a Pignataro Maggiore, una struttura dedicata al marito di Lucia, “Centomoggi”, Antonio fa le pulizie in un centro di accoglienza per rifugiati politici. Sulla parete all’ingresso si stende un grande murales che riprende l’ultima foto insieme: “Lui è in bicicletta, cinque giorni prima di morire, siamo nel Cilento, mi accompagna al mare; poi c’è lui che mi aiuta con i bimbi a Pompei dove facevo l’assistente sociale, siamo sotto un arco, quello di un’altra foto, un altro momento felice, una vacanza ad Hammamet, sotto l’arco del cimitero tunisino”. Alle 19,50 risponde Gabriella, la moglie, due figli, quella terribile notte d’agosto era incinta di una settimana, ci dice che il marito è in chiesa per il corso di cresima. Alle 20,20 è Antonio a richiamare. “Sembra una cosa che non è vera”, Lucia e Antonio. Nel centro di accoglienza ci sono 114 ragazzi tra i 19 e i 20 anni. “Sono bravi ragazzi”, arrivati in Italia con i barconi, vengono dalla Guinea, dal Senegal, dal Bangladesh. “Finchè una cosa dipende da me cerco di fare il massimo con loro”, spiega Antonio. “Penso che un membro a famiglia si sacrifichi a venire qui per aiutare chi resta là mandando denaro ogni mese”. Ma, è di un’altra precedente esperienza che Antonio vuole parlarmi, di quei “ragazzi speciali” con cui ha lavorato prima: “Ero in un centro per disabili a Bagnoli. Sono stato con ragazzi con mille difficoltà, li assistevo su tutto, davo a mangiare, li cambiavo. Mi hanno insegnato loro a me. Mi hanno fatto capire il valore della vita”. Conclude usando quasi le stesse parole di Lucia, “pure una sola persona è una vittoria”, togliere dalla strada, sottrarre alla camorra quella manovalanza che, come lui un tempo, è portatrice di morte e dolore, pur se se ne salva uno, quell’uno è tutti. E a noi viene da pensare, senza retorica, con parole asciutte: a cosa può servire “solo” il carcere ad un ragazzo come Antonio, sì la pena è necessaria, ma è la sola prospettiva? E poi e durante? Sì, magia e miracolo.

"Ragazzi come Antonio vanno sostenuti durante la libertà vigilata"

L’anima si trasforma in ragione, ciò che all’inizio è stato sentimento, istintivo, immediato, sicuro assume la calcolata freddezza dei ragionamenti. I filosofi del diritto parlano di “giustizia riparativa”, da un lato si dà voce alle vittime dei reati e se ne riconosce il ruolo, dall’altro si prova ad aprire canali di comunicazione tra autore e vittima; insomma, una prospettiva innovativa con un ruolo centrale attribuito a chi ha subito la violenza criminale. Lucia parla di “istituto di riconciliazione”, forse questa è un’espressione più pregnante. "Senza uno Stato che ci creda fino in fondo non si può sostenere nessun percorso di riconciliazione. Ragazzi come Antonio vanno sostenuti durante la libertà vigilata, è necessario aiutarli a rispettare gli obblighi, primo tra tutti quello di non frequentare pregiudicati e, certo, in una città come Napoli è tutt’altro che facile. Serve offrire un lavoro soprattutto, è impossibile riuscire stando in mezzo alla strada senza far nulla. Anche se può apparire presuntuoso, mi sto sostituendo in tutto, faccio quello che le istituzioni dovrebbero fare. Ad esempio, io ho accompagnato Antonio dal giudice di sorveglianza per sbloccare ciò che la burocrazia impediva da tre mesi”.

"Chi ha ucciso è una vittima come me"

Due cose tengono ancora in tensione Lucia. “L’omicidio di mio marito è stato all’apparenza semplice. Ma quante porte si sarebbero potute aprire sul mondo della vigilanza privata? Le cose sono più grandi, non tutto ad oggi mi è chiaro”- con riferimento al movente. "Questi ragazzi che hanno ucciso sono vittime come me. Perché dietro c’è qualcosa di potente. L’azienda a poco a poco ha preso le distanze da me e dalla mia famiglia”. Poi, l’altra tensione,Lucia mi offre alcune foto: lui, Mimmo come lei lo chiama (è il suo secondo nome), volontario carabiniere al santuario di Pompei, alle sei di mattina di un freddo febbraio; la foto a 18 anni (lei fidanzata a 16 anni), occhi azzurri che ti fissano in profondità, capelli biondi, “era un principe”: “Ancora oggi ne sono innamorata, non riesco a vedermi con un’altra persona. Non ci siamo lasciati, ci hanno allontanato che è cosa diversa. Mannaggia che brutta cosa. Che dobbiamo fare. Non doveva morire così, morto a 45 anni, bello come il sole”. Ed eccoci a quello che può apparire il paradosso estremo: la storia con Antonio è un’altra storia d’amore, “questo mio nuovo amore per Antonio fa vivere, vivifica il mio amore per Mimmo. Per me è come dare vita a Mimmo attraverso Antonio”. Siamo giunti a qualcosa di primordiale, a quel bivio che precede qualunque civiltà, in un luogo in cui sentimenti e passioni sono cruda materia da plasmare, è un amore primordiale, è una giustizia primordiale come è stata narrata nelle tragedie greche, qualcosa che viene prima delle leggi degli uomini. Questa è una storia d’amore e di giustizia. Chiedo a bruciapelo, cos’è la giustizia per te? “Far sentire l’indignazione agli altri come la sento io. Solo così si può essere persone oneste”.

La concreta prospettiva di liberazione dalle mafie

Infine, Lucia si muove come un acrobata. La corda su cui si muove è assai sottile e incerta, il cammino diventa suscettibile di equivoci se non ben compreso nel contesto: “Questi ragazzi li considero altrettante vittime. Il dolore lo ha provocato chi ha permesso questo. Loro sono l’ultimo anello della catena”. “Ho fatto una forzatura quando mi ha chiamato il giudice prima di decidere sulla libertà vigilata per Antonio. Ma ho fatto la cosa giusta. Se Antonio fosse finito a Poggioreale sarebbe stata una sconfitta per tutti noi. Per fortuna a Nisida si lavora bene, ci sono operatori che credono nella possibilità di riabilitazione, per Antonio è stato determinante stare in quell’ambiente”. In conclusione è indispensabile un Post Scriptum, magari una riflessione autocritica. Con il nostro impegno negli anni abbiamo contribuito, a volte anche direttamente, alla condanna di migliaia di mafiosi. Dopo le sentenze abbiamo considerato chiusa la partita con quegli imputati, del tutto indifferenti al loro destino carcerario, se non per invocare, spesso giustamente, una rigorosa applicazione del carcere duro (art.41 bis del regolamento carcerario). Ma è giusto considerare in questo modo esaurito il nostro impegno? Credo, al contrario, che proprio per rendere più efficaci le nostre battaglie abbiamo l’obbligo di occuparci anche di ciò che accade in carcere e come si realizzano i percorsi di rieducazione soprattutto quando i colpevoli sono minorenni. Queste non sono suggestioni utopiche, appartengono alla concreta prospettiva di liberazione dalle mafie, come Lucia e Antonio ci stanno insegnando. Se in noi prevale la giustizia come vendetta, se a prevalere è il “bisogno di rivalsa”, uno sguardo collettivo infettato “di risentimento”, come scrive Fassone, è difficile condividere la speranza e l’amore di Lucia. La nostra insofferenza per il destino del carcerato alimenta e si alimenta nell’ "industria della paura" che alla fine diventa misero strumento di consenso politico.