Libertà di stampa, l'Italia al 77mo posto nel mondo

Ma crescono i dubbi sulla classifica di Reporters sans frontieres

Libertà di stampa, l'Italia al 77mo posto nel mondo
di Giovanni Maria Bellu

Per l’Italia è una sorta di appuntamento con la vergogna. E’ il “Rapporto sulla libertà di stampa nel mondo”  che tutti gli anni in questo periodo viene pubblicato da Reporters sans frontieres, la prestigiosa Organizzazione non governativa francese, vincitrice nel 2005 del premio Sakharov per la libertà di pensiero. Quello sul 2016 è stato appena reso noto e abbiamo appreso di essere scesi di quattro posizioni in classifica: dal 73mo posto al 77mo, prima del Benin e dopo la Moldova. Non male, però, rispetto alla catastrofe dell’anno precedente quando passammo dal 49°posto  - che pure avevamo considerato imbarazzante visto che eravamo dietro a paesi come la Namibia - al 73mo.

Ma siamo davvero così mal messi sul fronte della libertà d’informazione? La risposta è complessa. Che non stiamo bene è fuori discussione, ma il dubbio  che comincia a circolare è che altri paesi che ci sovrastano nella classifica in realtà non stiano tanto meglio di noi. Solo che molto meglio di noi nascondono le loro magagne. Nell’ultima classifica, guidata dalla Finlandia, la Germania è al 16mo posto, la Spagna al 34mo, il Regno Unito al 38mo, la Francia al 45mo. Le ragioni della nostra pessima posizione sono il caso Vatileaks (con i “procedimenti giudiziari” contro i giornalisti che ne hanno scritto) e il fatto che “fra i 30 e i 50 giornalisti” sarebbero sotto protezione della polizia per minacce di morte o intimidazioni. Quest’ultimo dato, come quelli che nel 2014 determinarono la perdita di 24 posizioni, Reporters Sans Frontieres li ha ricavati dal’analisi sistematica che viene svolta dall’”Osservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate”, più noto con l’evocativo acronimo di “Ossigeno”.

La situazione della libertà di stampa in Italia - E’ sufficiente andare a visitarne il sito per avere un quadro sempre aggiornato, regione per regione, della situazione della libertà di stampa in Italia.  Si scoprirà che nei primi 108 giorni del 2016 Ossigeno ha documentato minacce a 87 giornalisti e ha reso note minacce ad altri 45 giornalisti per episodi degli anni precedenti conosciuti dall’Osservatorio solo adesso. Andando al “contatore” si verrà a sapere che i casi di minacce rivolte ai giornalisti con le modalità più svariate dal 2006 a oggi sono stati 2805. Ma quante sono state invece le minacce contro i giornalisti francesi o inglesi, tedeschi o spagnoli, nei primi mesi di quest’anno e negli ultimi dieci anni? E’ una domanda a cui nessuno è in grado di rispondere. Ossigeno per l’informazione, infatti, esiste soltanto in Italia. Ed ecco una delle ragioni - non è infatti la sola - che suscitano qualche dubbio sulla piena attendibilità della classifica di Reporters sans frontieres e sulla correttezza sostanziale del trattamento che ci viene riservato.

Dubbio condiviso anche da Alberto Spampinato, il direttore dell’Osservatorio. “Che la libertà di stampa in Italia sia malata non c’è alcun dubbio, ma non credo che gli altri paesi europei stiano molto meglio di noi. La differenza è che gli atti di intimidazione contro i giornalisti altrove non vengono registrati, a meno che non siano accompagnati da eventi gravissimi. E’ come se si valutasse il problema della criminalità in Europa prendendo in considerazione solamente gli omicidi e quello della criminalità in Italia considerando tutti i reati, dagli omicidi in giù. E’ del tutto evidente che se Reporters sans frontieres non tenesse conto dei nostri dati, l’Italia farebbe una figura migliore. Quel che davvero non si comprende è questa ostinazione a stilare classifiche paragonando ciò che non è paragonabile”.

Il problema potrebbe essere risolto rendendo europeo il metodo di Ossigeno. E qualche primo passo in questa direzione è stato fatto. Proprio oggi Spampinato era a Strasburgo per un’audizione davanti alla Commissione Cultura del Consiglio d’Europa che sta  redigendo un rapporto per dare suggerimenti su come i Parlamenti nazionali possono collaborare con il giornalismo d’inchiesta allo scopo di combattere più efficacemente  la corruzione. Il giornalismo d’inchiesta è, contemporaneamente, il “patrimonio” che Ossigeno tutela e il metodo che utilizza. “Usiamo il giornalismo d’inchiesta - dice Spampinato - per aiutare i cronisti in difficoltà e anche per dimostrare che in Italia gli operatori dei media che subiscono abusi e minacce sono cento volte di più di quelli di cui scrivono i giornali”.

L’utilizzo di dati disomogenei non è il solo rilievo che viene rivolto alla classifica di Reporters sans Frontieres. E’ il metodo generale a essere discusso, a partire dai risultati. Alcuni di essi sono davvero sorprendenti. Per esempio - ha fatto notare di recene il Post - il 58mo posto di  El Salvador, il paese con il più alto tasso annuale di omicidi al mondo (cento omicidi ogni 100 mila abitanti: cento volte il tasso italiano). Un paese dove diversi giornalisti sono stati assassinati. Come è possibile che nella classifica di RSF superi l’Italia di ben 14 posizioni? Non è che un esempio. Ci sono anche il 42mo posto del il Burkina Faso (un paese dove negli ultimi mesi si sono succeduti colpi di stato e  attacchi di al Qaida) e il 76mo posto (quello immediatamente prima di noi) della Moldova, uno dei paesi più corrotti d’Europa. Il problema sta nel fatto che per stilare la classifica Reporters Sans Frontieres utilizza un questionario che distribuisce ad associazioni collegate che si trovano in tutto il mondo. I voti vanno da uno a 10.

Ma la domanda è: un 4 dato in Italia a partire dai parametri italiani è paragonabile allo stesso voto dato in un paese governato da una dittatura? La correzione dovrebbe essere effettuata attraverso una complessa formula matematica. Ma i risultati suscitano forti dubbi sul fatto che sia sufficiente a uniformare le valutazioni secondo un unico criterio. Ai risultati ottenuti con queste “pagelle” vengono poi affiancati i dati sui giornalisti uccisi o minacciati in ogni singolo paese. E qua si torna al problema posto da Ossigeno: solo in Italia tutte le minacce vengono registrate e classificate.