[L’intervista esclusiva] "Siamo vicini alla verità sul caso Moro. Ecco tutti i pezzi che mancavano". La clamorosa svolta

Beppe Fioroni, presidente della commissione Moro: "Dopo 40 anni faremo luce sulla strage e sul rapimento". Dalle pressioni internazionali alle trattative deboli , dalle presenze esterne in via Fani fino ai nuovi covi nelle Br”. I risultati della relazione

[L’intervista esclusiva] 'Siamo vicini alla verità sul caso Moro. Ecco tutti i pezzi che mancavano'. La clamorosa svolta
Via Fani dopo la strage della scorta di Moro e il rapimento dello statista

Beppe Fioroni ha consegnato al Parlamento una relazione sui lavori della commissione Moro da lui presieduta. La relazione, resa pubblica a fine dicembre, riapre la vicenda del sequestro e della morte di Aldo Moro, statista, dirigente della Democrazia Cristiana, che sembrava consegnata agli storici.

Presidente, la magistratura ha nuovi materiali su cui lavorare?

«Io ritengo che la Commissione abbia scoperto numerosi elementi nuovi, che hanno cambiato il quadro delle conoscenze sulla vicenda Moro in diversi punti importanti. Di questi elementi nuovi, alcuni hanno un significato storico-politico, che non va sottovalutato. Il buco nero che ha a lungo avvolto la vicenda Moro non è infatti solo giudiziario, ma anche culturale e politico. Detto ciò, ci sono diverse acquisizioni che la Commissione ha ritenuto opportuno segnalare all’Autorità giudiziaria, con la quale c’è stata sempre grande collaborazione. Le principali sono: le acquisizioni sulla scena del crimine di via Fani; il filone di indagine relativo alla presenza di una base brigatista nell’area della Balduina e alla latitanza di Prospero Gallinari; l’approfondita indagine compiuta in relazione a un cartellino fotosegnaletico intestato al latitante (e mai arrestato) Alessio Casimirri e alle protezioni di cui poté godere quel brigatista, tuttora latitante».

C’ė un passaggio della sua relazione che colpisce perché apre scenari inediti, anche se sussurrati in tutti questi anni: “Alla luce delle indagini compiute, dunque il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro non appaiono affatto come una pagina puramente interna dell’eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale”.  Può essere più chiaro?

«La Commissione ha lavorato molto sul tema della dimensione internazionale della vicenda Moro, anche se con due limiti, quello delle risorse esigue di cui la Commissione poteva disporre e quello della indisponibilità di documentazione di Servizi esteri. In particolare è stata approfondita la dimensione mediterranea e mediorientale della vicenda Moro, che è un asse centrale per comprendere quel periodo. Sono così emerse le informative del Centro di Beirut del SISMI che preannunciavano un’azione terroristica, i documenti relativi ai rapporti di collaborazione tra i nostri Servizi e quelli palestinesi, le notizie sulla circolazione di armi tra Medio Oriente e Italia, un possibile uso degli “interrogatori” di Moro da parte delle Brigate rosse come merce di scambio con i movimenti palestinesi. Detto in breve, è stata gettata nuova luce non solo sulla vicenda delle trattative per una liberazione di Moro e sul tema dei canali di comunicazione con i brigatisti, ma anche sui condizionamenti della vicenda Moro che poterono derivare dalla collocazione internazionale del nostro Paese e dal suo essere crocevia di traffici di armi con il Medio Oriente, spesso tollerati per ragioni geopolitiche e di sicurezza nazionale».

Presidente quali sono i punti ancora da chiarire? Sulla base del lavoro della sua commissione, si può dire che il sequestro e l’omicidio Moro fu opera delle Brigate Rosse, una organizzazione che affondava le sue radici nella storia del Pci e che praticava la lotta armata come mezzo per la conquista del potere?

«Anche questa domanda richiederebbe una risposta complessa. Tra gli anni ’80 e i primi anni ’90 è stata costruita, anche in sede pubblicistica, una versione “minimalista” della vicenda Moro, fondata principalmente sulle dichiarazioni del dissociato Morucci e sul libro-intervista di Moretti. Si sono accertati con ragionevole certezza una serie di snodi del sequestro, che peraltro anche le indagini della Commissione hanno in diversi casi confermato.
Mancano però numerosi elementi. Ad esempio, tutta la ricostruzione di via Fani e della fuga presenta diverse incongruenze, come quella dell’abbandono delle auto. Il minimo che si possa pensare è che ci fossero altre persone in appoggio, anche “irregolari”, come i due che ospitarono Gallinari. Sulla morte di Moro, le stesse sentenze hanno espresso riserve e dubbi sulle versioni “politiche” e “di comodo” di Maccari e Moretti.
Per tornare alla domanda, i lavori della Commissione non portano a negare che le Brigate rosse abbiano condotto il sequestro o ad affermare che siano state eterodirette. Evidenziano però le incongruenze di una versione che riduce il sequestro Moro all’operazione di una decina di persone che operarono pressoché in solitudine. Anche affermare, nella linea di Moretti e della Rossanda, che le Brigate rosse affondano le radici nella storia del PCI è molto limitativo. Durante il sequestro Moro, le Brigate rosse, e specialmente la colonna romana, appaiono parte di un più vasto partito armato e mantengono rapporti, talora dialettici, talora di collaborazione, con altre formazioni, anche internazionali, con una vasta area di contiguità e con soggetti non brigatisti. Proprio questi rapporti necessitano ancora di seri approfondimenti, che non possono essere solo di tipo giudiziario».

Sono legittimi i dubbi sulla dinamica del sequestro? In via Fani c’erano anche altri soggetti di altre entità, come la Ndrangheta, esponenti di forze speciali, servizi segreti esteri?

«La Commissione ha raccolto numerosi elementi, che sono attualmente al vaglio dell’Autorità giudiziaria, che, d’altra parte, sta indagando autonomamente su questi temi. Tra gli elementi raccolti cito, ad esempio, la vicenda del Bar Olivetti, dietro le cui fioriere si nascosero i brigatisti. Attorno al bar e al suo gestore si svolgevano traffici, anche di armi, che chiamavano in causa la criminalità organizzata e che possono spiegare la scarsissima attenzione con cui si è guardato a quel locale, come pure la presenza di ‘ndranghetisti in via Fani. Altri elementi sono emersi in relazione all’attivazione di esponenti della criminalità organizzata nel corso del sequestro e in relazione alla circolazione delle carte di Moro. Allo stato, non si può tuttavia dire che soggetti diversi da quelli noti abbiano partecipato al gruppo di fuoco di via Fani».

Chi voleva Aldo Moro morto? Per chi rappresentava un problema?

«Non c’è dubbio che Moro avesse molti nemici. Già nei primi anni ’70 incontrò una forte ostilità di forze di destra italiane e non, che si opposero a una sua possibile elezione a Presidente della Repubblica. Anche le sue posizioni coraggiose in difesa della democrazia italiana e a favore di una ricostruzione del quadro istituzionale sulla base di un confronto con il Partito comunista suscitarono le ostilità più diverse, da destra e da sinistra. Se posso esprimere un’opinione personale tutte queste forze non erano certo molto motivate a “salvarlo” durante il rapimento. Non bisogna tuttavia dimenticare che Moro era un problema soprattutto per coloro che combattevano un processo di rifondazione e sviluppo della democrazia italiana che aveva in Moro il suo perno, cioè in primo luogo i terroristi, di sinistra e di destra».

Quarant’anni dopo, ritiene che la linea della fermezza sia stata l’unica strada percorribile?

«Sulla linea della fermezza occorre, credo, andare oltre la contrapposizione rigida che – comprensibilmente – c’è stata nel corso del sequestro e – assai meno comprensibilmente – negli anni successivi. Credo che l’impostazione giusta sia quella che ha dato anche recentemente Giovanni Moro, insistendo sul tema della “non decisione” che caratterizzò tutta la gestione della vicenda. Da un lato si scelse – anche comprensibilmente – di non intavolare una trattativa, dall’altro però non si misero in opera tutti gli strumenti necessari per scoprire il covo e catturare i brigatisti. Al di là di una certa impreparazione delle forze dell’ordine, colpisce la carenza di iniziativa dei vari comitati che coadiuvavano il Ministero dell’Interno, una generale passività che in certe fasi ridusse la linea della fermezza a una sorta di liturgia, a un prendere tempo in attesa che la vicenda si risolvesse, anche nella maniera più tragica».

Riaffiorano i dubbi anche sulle prigioni di Aldo Moro. Lo statista democristiano fu detenuto solo in via Montalcini o avete ipotizzato anche l’esistenza di altre prigioni?

«E’ stata indagata la presenza di altre prigioni. Oltre a un possibile uso di un appartamento nella zona della Balduina, è stata indicata un’ulteriore possibile base terrorista, legata a una brigatista appartenente alla brigata universitaria».

Un tema che si ripropone da quarant’anni è quello degli infiltrati. Le prime Br sicuramente furono infiltrate tanto che Frate Mitra riuscì a fare arrestare i capi Curcio, Franceschini e altri.

«Un elemento che mi ha sempre colpito è che le Brigate rosse furono infiltrate, con relativa facilità, negli anni precedenti il sequestro Moro e poi ancora nei primi anni ’80. Il generale dei Carabinieri Domenico Di Petrillo, audito dalla Commissione, ha ricordato che nel 1979 Ugo Pecchioli offrì la disponibilità di un militante comunista da infiltrare e che questa infiltrazione fu decisiva per il grande colpo alla colonna romana delle Brigate rosse del maggio 1980.
Per il periodo del sequestro non sono stati individuati – almeno fino a oggi - specifici infiltrati, anche se voglio ricordare che un importante esponente del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Bassam Abu Sharif, ha affermato che era per lui notorio che le Brigate rosse morettiane erano infiltrate.
Bisogna poi dire che, anche se non sono stati identificati infiltrati, le Brigate rosse, anche nel corso del sequestro Moro, erano assai più permeabili a soggetti esterni di quanto non abbiano voluto rappresentare. Pensiamo ad esempio ai colloqui di Morucci e Faranda con Pace e Piperno, due soggetti che si muovevano a cavallo tra la politica extraparlamentare e la vera e propria banda armata e che mantenevano a loro volta rapporti con  il mondo politico (e potevano essere facilmente pedinati)».

Presidente, la sensazione è che la politica di oggi non sia in grado di gestire una richiesta di approfondimento di quel contesto internazionale e istituzionale testimone o protagonista del sequestro Moro. Cosa si può fare?

«E’ una sensazione che condivido in parte. Oggettivamente, molti passi avanti sono stati compiuti, ad esempio, nella declassificazione di atti riservati, ma rimane il limite della conoscibilità di documentazione di Stati esteri, limite che purtroppo ha riguardato anche altri episodi di stragi. Un altro limite è dato dal fatto che molti dei soggetti coinvolti, i brigatisti in primo luogo, non hanno ritenuto di fornire alcun contributo di verità, limitandosi a rilanciare in sede pubblicistica il mito di una presunta “purezza rivoluzionaria”. Un altro limite è naturalmente dato dalla scomparsa di molti protagonisti della politica italiana e dei servizi di intelligence, perché è evidente che non tutte le scelte e le decisioni furono messe per iscritto. Credo che l’approfondimento del contesto istituzionale e internazionale sia ancora possibile purché si determini una forte spinta politica e culturale. Non è un fatto soltanto politico. Si tratta di affermare una consapevolezza che è interesse prioritario del nostro Paese colmare le lacune di verità della vicenda Moro e di altre pagine della storia italiana recente».