[L’inchiesta] Il cancerogeno nella cava e i trafficanti condannati. L’inferno infinito della terra dei fuochi

Cromo esavalente e inquinanti nella cava. Allarme ambientale in provincia di Napoli. Ecco le carte esclusive di una emergenza ambientale senza fine

Un 'lago' di Comiziano (Na)
Un 'lago' di Comiziano (Na)

“La terra dei fuochi non esiste. E' una bufala”. “La terra dei fuochi? Un bluff”. Negli ultimi mesi alcuni giornali hanno titolato così per salutare i dati ottimi sulla salubrità dei prodotti agricoli in Campania cancellando, però, i fatti accertati, in questi anni, come la contaminazione di alcune aree della regione. La gioia immensa per i dati sulla bontà dei prodotti non cancella, infatti, zone inquinate e in attesa di bonifica, gli smaltimento di materiale tossico, falde a rischio in alcuni territori e incendi continui di pattume. 

Il cancerogeno nella cava da bonificare

L'ultimo allarme arriva da Comiziano, provincia di Napoli. Nel piccolo comune c'è una cava di proprietà della società Apostolico e Tanagro, imprenditori salernitani. Nel dicembre 2016 la regione Campania, con un decreto dirigenziale, ha prorogato l'autorizzazione alla coltivazione e al recupero ambientale dell'attività estrattiva di tufo grigio. In quel decreto ci sono le prescrizioni per i proprietari soprattutto relativamente alla ricomposizione ambientale e all'uso di materiali idonei e previsti dalla normativa: “non possono essere utilizzati - si legge - materiali provenienti da siti contaminati o parzialmente contaminati”. Nel novembre scorso, però, il sindaco Paolino Napolitano firma un'ordinanza nella quale chiede l'immediata bonifica del sito. Nell'ordinanza viene ordinato ai proprietari di “predisporre gli interventi di messa in sicurezza di emergenza e la successiva bonifica della falda acquifera per la presenza di cromo esavalente di molto superiore alla concentrazione di soglia di contaminazione”.

Cosa è successo? L'associazione ambientalista Ri.Ze-Up ha richiesto, attraverso la procedura di accesso agli atti, l'esibizione di tutti i documenti e posto pubblicamente la questione.  Nei documenti che Tiscali ha letto c'è il verbale di constatazione dello stato dei luoghi eseguito, lo scorso luglio, dai carabinieri nel quale emergono alcuni dati molto interessanti. Il primo è che i materiali vengono conferiti nella cava dall'azienda Edil Cava, una lunga esperienza nel settore, con un piccolo inciampo giudiziario, il titolare Filippo Di Ruocco è stato indagato in una inchiesta giudiziaria lo scorso anno per traffico illecito di rifiuti, ma poi scagionato dalle accuse. 

Il secondo riguarda una inadempienza. I proprietari della cava non sono in possesso, al momento del sopralluogo, della relazione semestrale sullo stato di avanzamento dei lavori di ricomposizione e sulla tipologia dei materiali utilizzati. Una relazione prescritta nella proroga dell'autorizzazione ricevuta. 

Il terzo riguarda proprio i risultati delle analisi, già in sintesi contenute nell'ordinanza del primo cittadino. L'Asl Napoli 3, a fine ottobre, in una comunicazione scrive: “In riferimento alla campagna di analisi effettuata dal Dipartimento dell'Arpa Campania nelle acque di falda dell'area della cava sita nel comune di Comiziano si è evidenziato il superamento dei livelli di concentrazione di soglia di contaminazione per i parametri dei floruri, alluminio, cromo esavalente e tricloroetano”. Il cromo esavalente è un potente cancerogeno, presente in insediamenti industriali, inesistenti nel territorio. 

Il valore del cromo è risultato doppio rispetto al valore massimo stabilito. Nella proroga dell'autorizzazione regionale emerge quanto la società ha versato nelle casse comunali nel 2016: 2 mila euro.

L'azienda ha eseguito analisi affidandosi ad un studio privato, nel report di fine novembre si legge: “Dalle analisi eseguite da mese di agosto a novembre 2017 (…) per le acque di falda i valori rientrano nei limiti di legge per le aree ad uso commerciale e industriale”. L'azienda ha presentato il progetto di ripristino ambientale, a seguito dell'ordinanza del sindaco, nel quale si legge dell'impegno “categorico da parte dell'imprenditore di mettere in sicurezza e recuperare adeguatamente il sito oggetto di potenziale inquinamento e le aree coinvolte negli scavi abusivi”. Ora bisogna attendere i nuovi rilievi dell'Arpa e le decisioni delle autorità competenti, ma soprattutto capire le ragioni della presenza di cromo esavalente oltre la soglia di contanimazione. A pochi km da Comiziano c'è Acerra dove di recente un'altra vicenda relativa ad ambiente e inquinamento è arrivata al termine.  

Acerra, i trafficanti condannati

Ad Acerra per anni i fratelli Pellini hanno operato come imprenditori nel settore dei rifiuti prima di finire coinvolti in una inchiesta, nel 2006, per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Nei giorni scorsi la Cassazione ha reso definitiva la sentenza di appello che ha condannato i Pellini a 7 anni di carcere. Nelle motivazioni vengono ripercorsi i fatti accertati rigettando i ricorsi delle difese. La Cassazione evidenzia: “Una diffusione tale del danno stesso idoneo a esporre a pericolo una collettività indistinta di persone con minaccia per la salute pubblica e la pubblica incolumità”. 

Una condotta illecita che ha reso possibile la movimentazione di tonnellate di rifiuti smaltite illegalmente, l'immissione di percolato da discarica nei regi lagni. Nella sentenza si legge: “Una mole rilevante di rifiuti gestiti contra legem attraverso uno smaltimento illegale e uno sversamento di essi sulle aree e le zone a destinazione agricola”. Una contaminazione dei siti agricoli “realizzata con regressivo accumulo di sostanze anche pericolose nell'ambiente e in violazione delle disposizioni di settore, attraverso la reiterazione di condotte che, per durata e gravità, hanno indotto la compromissione dei beni protetti”. Si parla di milioni di tonnellate diffuse in maniera incontrollata in una parte delimitata dell'ambiente e “senza il rispetto delle minime regole che permettono l'individuazione delle sostanze in essi contenuti, così producendo una lesione all'equilibrio ambientale di proporzioni assolutamente gravi. Si genera, allora, il pericolo per la pubblica incolumità, pur in assenza di eventi di morte o lesioni”. 

Nel 2016 Giovanni Pellini, già condannato, era socio di una ditta impegnata nella raccolta e bonifica dell'amianto. L'altro fratello condannato è Salvatore, ex maresciallo dei carabinieri. Ora, dopo 11 anni, finalmente è stata fatta la giustizia.