[L'analisi] La guerra di mafia e sangue che uccide la perla turistica del Sud. I malacarne preferiscono farsi uccidere che pentirsi

Nell’attuale scenario colpisce come molti mafiosi foggiani sanno bene d’essere nel mirino dei nemici della cosca avversa, eppure stanno lì in attesa, invece di offrire a se stessi e ai propri familiari un diverso destino con l’aiuto dello Stato. Forse questo è il sintomo più preoccupante della debole credibilità delle istituzioni

L'autoveicolo sforacchiato dai colpi e una delle vittime della strage della mafia pugliese
L'autoveicolo sforacchiato dai colpi e una delle vittime della strage della mafia pugliese

Non c’è dubbio che la presenza del ministro dell’Interno Marco Minniti a Foggia, all’indomani della strage di San Marco in Lamis, ha un valore simbolico e probabilmente anche operativo. Apprezziamo gli impegni assunti, nuovo personale inviato da subito, nuovi mezzi; ma vogliamo mantenere qualche cautela nei giudizi rispetto a qualche affrettato entusiasmo. 

L'allarme era già evidente

La prima riflessione riguarda i tempi dell’intervento. Perché bisogna giungere solo dopo le tragedie e non prima quando queste si possono scongiurare? C’è un dato certo: che quello che è accaduto mercoledì non è stato un fatto imprevedibile o improvviso. C’erano, purtroppo, da tempo tutte le condizioni perché il titolare dell’Interno si precipitasse nella provincia pugliese. Solo per restare agli ultimi giorni: giovedì 27 luglio in una delle vie più frequentate di Vieste, nelle primissime ore del pomeriggio, un commando uccide un ristoratore, un delitto in mezzo a tanta gente e a tanti turisti; per la prima volta si uccide in piena estate e in pieno centro; non ci vuole molto per dedurre da questa inedita aggressività un salto di qualità, la possibilità -ahime!- del coinvolgimento di vittime innocenti. Dopo meno di due settimane perdono la vita due onesti lavoratori, i fratelli Luciani, colpevoli di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Non ci voleva molto per capire cosa sarebbe accaduto: tra le persone accorte la domanda, negli ultimi mesi, è “chi sarà il prossimo, se Tizio o Caio, o se prima Caio o Tizio”. Il 29 luglio si è riunito il Consiglio comunale di Vieste in seduta straordinaria e dopo un’ampia e preoccupata discussione ha concluso i suoi lavori chiedendo un incontro urgente al Ministro, non per chiedere l’invio dell’esercito, ma semplicemente per riconoscere la gravità della situazione.

Il muro di gomma

Sono i fatti che ci obbligano alla cautela. Negli ultimi anni si sono susseguiti preoccupati allarmi sulla mafia del Gargano: la presidente della Commissione antimafia Rosy Bindi, il questore, il procuratore distrettuale Volpe, il procuratore nazionale antimafia Roberti, solo per fare alcuni nomi. Articoli e inchieste giornalistiche periodicamente provano a richiamare l’attenzione su questa parte del nostro sud. Eppure, tutto era chiaro, tutto era stato detto, ma tutto rimbalzava nel muro di gomma dell’indifferenza se non nel fastidio.

I corpi a terra e sulle prime pagine

Solo dopo la tragedia delle due vittime innocenti, solo dopo le prime pagine agostane, solo adesso si proclama l’emergenza nazionale. Solo dopo la tragedia, ratificata sulle prime pagine dei media, l’emergenza diventa “reale”. Noi apparteniamo a chi pensa che i buoni governanti sono quelli che intervengono prima, non quelli che appaiono ai funerali. Ci saranno nuovi uomini e mezzi. Una notizia positiva, ma attenzione: gli osservatori più attenti, a ragione, ritengono questione prioritaria la dimensione investigativa. Da ben otto anni almeno questo è il tema principale, avere un qualificato e compatto nucleo di investigatori in grado di offrire prove concrete e convincenti all’autorità giudiziaria.

Sottovalutati diventano più potenti

Ci sono due fattori che spiegano la forza dell’attuale mafia foggiana. Il primo riguarda la sottovalutazione, a livello politico, a destra e a sinistra, e purtroppo anche nelle aule di giustizia con le sentenze che negano l’esistenza di organizzazioni mafiose, per essere a loro volta negate subito dopo dai colpi di mitra sparati daicommando. Il secondo, l’assenza di collaboratori di giustizia. La storia della lotta a Cosa nostra in Sicilia nei primi anni novanta ci ha insegnato che i “pentiti” giungono quando i mafiosi sentono d’aver perso, di non aver più vie d’uscita, di avere un destino carcerario duro e certo. Solo quando lo Stato dimostra di voler combattere fino in fondo, allora e solo allora i mafiosi percorrono la strada della collaborazione. Nell’attuale scenario colpisce come molti mafiosi foggiani sanno bene d’essere nel mirino dei nemici della cosca avversa, eppure stanno lì in attesa, invece di offrire a se stessi e ai propri familiari un diverso destino con l’aiuto dello Stato. Forse questo è il sintomo più preoccupante della debole credibilità delle istituzioni.

La posta in gioco è altissima

Tutti devono sapere, lo abbiamo scritto dopo l’ultimo omicidio di Vieste, che la posta in gioco è immensa, riguarda la possibilità di salvaguardare una delle economie turistiche più importanti del nostro Paese. In queste terre, purtroppo, non basta più essere onesti lavoratori. Lo ha spiegato, con parole chiarissime, la moglie di Luigi Luciani: “ Mio marito Luigi, suo fratello Aurelio, hanno avuto la sola colpa di andarsi a spaccare la schiena in campagna, una mattina d’agosto. Pensavamo che essere gente per bene, che nella famiglia e nel lavoro trova la propria felicità, bastasse per essere sereni. Invece, non è bastato” (La Repubblica dell’11 agosto). Anche per rispetto a questo dolore la cautela è un dovere. Fiduciosi aspettiamo le risposte dello Stato nelle prossime settimane