Adriana Faranda su Moro: "Il rapimento, gli agenti uccisi e la prigionia del politico Dc. Fu tutto terrificante"

L'ex terrorista ricorda quei 55 giorni che cambiarono la storia d'Italia in una intervista a Francesca Fagnani. "Ci sentivamo in guerra". Il peso di quelle scelte, la contrarietà all'esecuzione per la quale tuttavia non si poteva dire di no. Le lettere dell'ostaggio e quell'ultima telefonata

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"L'annientamento della scorta di Aldo Moro era previsto e condiviso da tutti?", chiede Francesca Fagnani ad Adriana Faranda. "Questo è un tema molto delicato - risponde l'ex brigatista -. Nel senso che noi non immaginavamo che gli uomini della scorta fossero così sorpresi". I brigatisti, infatti, scoprirono solo dopo che alcune armi erano nel portabagagli dell'auto. Da mercoledì 14 marzo alle 23:30 sul canale Nove di Discovery Italia arrivano le "Belve", donne straordinarie che si raccontano alla giornalista Francesca Fagnani, mostrando, senza filtri, i lati più volitivi del proprio carattere. Sono Belve che non è necessario amare, ma che vale la pena ascoltare perché nel vissuto di ogni singola donna che ha accettato di raccontarsi c'è una rappresentazione del mondo che loro stesse hanno contribuito a creare.

L'ex brigatista

Tra le ospiti della prima puntata l'ex brigatista rossa Adriana Faranda, che partecipò al rapimento di Aldo Moro esattamente 40 anni fa. La Faranda racconta come andò, la mattina del 16 marzo 1978, quando un nucleo armato delle Brigate Rosse bloccò l'auto che trasportava Aldo Moro. In pochi minuti, i brigatisti uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro, i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. "Credevate, quindi, che rispondessero al fuoco?", chiede ancora Fagnani. "Credevamo che si aspettassero una cosa del genere - ricostruisce Faranda - Noi puntavamo sulla sorpresa, ma non sapevamo se ci sarebbe stato qualche morto anche dalla nostra parte". I morti, però, furono tutti vittime di Stato.

Il peso

"Quando ha saputo che gli agenti erano morti tutti e invece dei vostri nessuno, come si è sentita?", insiste la giornalista. "In quel momento – risponde Faranda - da una parte, mi sentii sollevata, ma dall'altra ho sentito immediatamente il peso di quello che era avvenuto".

Del resto “non ricordo alcuna discussione in cui è stato detto: bisogna ucciderli”, racconta lìex terrorista. Ma “non sapevamo se ci sarebbero stati morti anche dalla nostra parte”.

La guerra

Poi la giornalista le chiede se condivide il punto di vista di Barbara Balzarani che ha detto di “non sentirsi una assassina perché sostanzialmente quella era una guerra”. “Non giudico la Balzarani e nessun altro mio ex compagno di allora”, risponde lei.

Adriana Faranda

Però poi afferma che in effetti “in quel momento noi ci sentivamo in guerra, al di là che questa fosse reale o meno. E la guerra è spietata e cinica, la guerra uccide”. E a chi le fa notare che loro combattevano per liberare il popolo oppresso ma il giorno dopo il rapimento Moro ci fu un grande sciopero contro il terrorismo, Faranda risponde che “un minimo dubbio (su quello che facevano, ndr) c’era sempre ma non era sulle manifestazioni organizzate dal Pci. Non ci stupiva riuscissero a mobilitare tante persone”.

"Ci ritenevamo un'avanguardia"

Riconosce che “la gente non era con noi. Però cosa significa essere con noi? Pensavamo di essere una avanguardia che innescava un processo…”.

Faranda

Le lettere

Quanto al rapimento del politico della Dc lei dice di “non aver mai frequentato” il covo di via Montalcini , la “prigione del popolo” e di non aver mai incrociato il presidente. “Soltanto – afferma – durante l’inchiesta preliminare al sequestro”. Lei con Valerio Morucci (in quel momento suo compagno di vita) avevano il ruolo di recapitare “la posta, le lettere che scriveva Moro”. Sul Fatto Quotidiano che riporta una parte dell’intervista si parla di “36 lettere”,  ma la Faranda osserva che “Moro sicuramente ne scrisse di più. Ma …non tutte furono inviate ai destinatari”. In quelle lettere c’era il tentativo di aprire degli spiragli politici che avrebbero potuto significare la sua liberazione, quelle private “lo spogliavano gradatamente di quella che era la sua funzione, quella per cui era stato catturato”. E lei come si sentiva, le chiede l’intervistatrice. “Male”, risponde la ex terrorista. Ma la pietà “non poteva avere spazio politico”.

Contrari all'esecuzione

Come la storia di quel periodo riporta, la Faranda e Morucci si opposero all’esecuzione di Moro. “Per motivi politici ed etici”, afferma Faranda. Per non “Reintrodurre la pena di morte”, come affermava Moro. E poi  “per noi la sua liberazione, anche senza contropartita, era una prova di forza e, se vogliamo, anche di eticità maggiore di quella che stava dimostrando lo stato”. Riconosce però che anche uccidere persone per strada equivale alla pena di morte. “Assolutamente sì”, ripete due volte. L’unico modo, forse, per salvare la vita di Moro era “denunciare”. Ma “a quei tempi non si poteva assolutamente neanche immaginare una cosa del genere”.

La telefonata 

E così la Faranda accompagnò Morucci “nella telefonata all’assistente di Moro per comunicarle dove avrebbero ritrovato il cadavere”. Quello “è stato un momento durissimo – spiega la ex terrorista – A Valerio costò moltissimo fare quella telefonata. Annunciare una morte è sempre una cosa terrificante, ancora di più se non la condividi”.

Del resto tutti quei 55 giorni furono “terrificanti”. Ogni momento era “terrificante”. Terrificante anche “quando si decise che non si poteva più aspettare”. Tranne “forse – spiega Faranda – quando si sperava ci fossero delle aperture”. Ma le cose presero un altro corso, come sappiamo.