Imprenditori all'estero o morti per legge: ecco che fine hanno fatto gli ex terroristi latitanti

Le storie di otto ex brigatisti milanesi di cui il Corriere della Sera ha seguito le tracce. Per sfuggire al carcere si sarebbero trasferiti Oltreconfine, soprattutto in Sud America e in Francia. C'è chi poi è scomparso completamente e chi ha avviato con successo un'attività aziendale

Battisti, Baldesseroni e Baragiola
Battisti, Baldesseroni e Baragiola
di I.D.

Oltre agli ex terroristi, che appesa la P38 al chiodo e affrontato il carcere sono riemersi nella società civile rifacendosi una vita, ce ne sono altri che hanno scelto la via della latitanza. Seguendo le tracce lasciate dagli ex re del terrore si arriverebbe a un elenco di 36 nomi di ricercati scappati oltre i confini italiani. Che fine hanno fatto?  Tra loro ci sono – come riporta il Corriere della Sera – alcuni milanesi la cui vicenda esistenziale è sfociata spesso nell’oblio, nella morte presunta o - talvolta - in qualche attività di successo.

Tra i “milanesi”, ancora ricercati ufficialmente, figura ovviamente anche Cesare Battisti, l’ex brigatista arrestato qualche giorno fa nella città di Corumbà, in zona di frontiera, mentre sembrava in procinto di lasciare il Brasile per la Bolivia, e poi rientrato a casa. Ma non è l’unico ad essersi rifugiato all’estero per evitare la prigione e magari l’ergastolo . E si tratta sempre di persone che durante gli anni di piombo si sono macchiati di crimini importanti, seminando morti e lasciando intatta la sete di giustizia dei parenti delle vittime. Andrea Galli fa un affresco della situazione riportando nomi e notizie.

Il primo ad essere citato è Paolo Ceriani Sebregondi, nobile che imboccò la strada del terrorismo, definito un “killer delle Br da tempo latitante", che avrebbe trovato la sua dimensione a Parigi. Sebregondi si beccò l'ergastolo per l'omicidio (era il 4 gennaio 1978) di Carmine De Rosa, responsabile del servizio di sorveglianza della Fiat di Cassino, e per la strage di Patrica - in Ciociaria - in cui furono ammazzati il giudice Fedele Calvosa e due agenti: l'autista Luciano Rossi, di appena 24 anni e l'agente di scorta Giuseppe Pagliei, di 29.

Maurizio Baldesseroni, 66 anni, invece non si sa bene se sia ancora vivo oppure sia morto. Esponente di spicco di Prima Linea è stato condannato per la strage di via Adige, nel capoluogo lombardo. In quel 1 dicembre del 1978, in quel locale dove spararono con pistole e fucili caricati a pallettoni per cinghiali, il bilancio fu di tre morti. "Nessun movente politico", accertarono le indagini e i pentiti. Un atto spietato, condannato perfino dalla stessa organizzazione terroristica che arrivò per questo ad espellere gli autori. Baldesseroni è stato dichiarato ufficialmente morto ma non esiste una prova definitiva. Si dice sia stato per molto tempo in Perù e abbia avuto a che fare col traffico di droga. 

Insieme a Baldesseroni nella sanguinaria azione di via Adige ci sarebbe stato Oscar Tagliaferri, un altro ex terrorista di cui si sono smarrite le tracce.

In genere i latitanti hanno scelto di accasarsi in Sud America oppure Oltralpe, in Francia. Secondo un articolo di Bergamopost.it del 2015, sono “almeno 30 gli ex terroristi che vi risiedono” nel momento in cui viene scritto il pezzo. Tuttavia,  “ad onor del vero, occorre sottolineare come siano almeno 500 coloro che, per scongiurare la cattura, dal 1978 ad oggi hanno deciso di rifugiarsi in terra transalpina, ma molti di questi o sono già morti oppure se ne sono perse definitivamente le tracce”, precisa il servizio giornalistico.

In Francia sarebbe approdato anche Ermenegildo Marinelli, ex del Movimento Comunista Rivoluzionario, che nella cittadina di Vincennes avrebbe messo su, a suo tempo, una società che si occupa di commercio all’ingrosso. Allo stato attuale non si sa molto di lui, tanto che secondo l’autore dell’articolo sul Corriere potrebbe essersi ritirato dall’attività o essere finito al cimitero.

Stessa cosa per Sergio Tornaghi, ex esponente della colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse, condannato all’ergastolo. La Walter Alasia fu considerata responsabile dell’uccisione del direttore del Policlinico Luigi Marangoni e del maresciallo degli agenti di custodia di San Vittore Francesco Di Cataldo. Di Cataldo fu ucciso da due terroristi che gli spararono due colpi alla testa e quattro nella schiena, mentre altri due terroristi aspettavano in auto per favorire la fuga dei killer. 

L'omicidio del maresciallo De Cataldo

Uno dei fondatori di Prima Linea, Franco Coda, invece sparì all’estero ma ricomparve – come ricorda l’avvocato della sua famiglia – a Milano per “affidare ai due fratelli una procura relativa all’eredità di un appartamento “. La sua sorte successiva è stata decretata da una dichiarazione di morte, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. A leggere i suoi dati biografici si trattava di uno dei “massimi esperti di esplosivi e uno dei più pericolosi terroristi latitanti”. La sua attività viene collegata attraverso le attività di indagine e le sentenze “all’omicidio dell’agente Fausto Dionisi, ucciso durante la rivolta nel carcere delle Murate a Firenze nel 1978, nel corso di un tentativo di evasione di detenuti di Prima Linea”. Le ultime informazioni lo davano in Sudamerica, tra Brasile, Venezuela e Cuba, oppure in Spagna. Ma ormai non se ne sa più nulla ed anche i fratelli avrebbero smesso di cercarlo.

Alvaro Loiacono Baragiola, uno dei più efficienti killer delle Brigate Rosse, un vero freddo cecchino, come lo descrive il quotidiano milanese, condannato per la strage di via Fani e nelle indagini per l’assassinio del giudice Girolamo Tartaglione, fu scovato dalla polizia svizzera e dai carabinieri di Milano in un bar a pochi chilometri da Lugano. Ma non accadde nulla. Dicono (come riporta il Corriere) che la potenza dei suoi soldi con la rete di relazioni della sua famiglia abbiano giocato un ruolo fondamentale. Si scoprì in seguito, scrive sempre il quotidiano, che “nella lussuosa villa della madre vennero organizzati dei party e tra gli invitati figuravano influenti membri del Consiglio di Stato”. Finì per un po’ in prigione ma non vi restò a lungo. Scarcerato, l’ex terrorista amante delle “belle compagnie e del lusso, scomparve. Fu ritrovato e identificato su una spiaggia corsa nel 1990, ma alla fine non venne estradato”.

Infine Massimo Carfora, trascorsi in Lotta continua e Prima linea, fu classificato dalle forze dell’ordine, nel 1983, come appartenente al gruppo di Sergio Segio, uno degli ultimi e inafferrabili big del terrore. Collaborò con i Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria e i Nuclei Comunisti, che avevano come scopo principale la liberazione dei compagni imprigionati e l'attacco alle carceri speciali. Anche Carfora vivrebbe attualmente all’ombra della Tour Eiffel e avrebbe messo su “una casa editrice che nel 2016 avrebbe fatturato più di un milione e mezzo di euro”.