[L’analisi] Esaltare una camorra invincibile senza lo Stato a combatterla. È questo il grande errore di “Gomorra-La serie”

In Gomorra il confronto con le azioni di contrasto al fenomeno criminale è assolutamente marginale e insignificante, sia per quanto riguarda le istituzioni (forze di polizia, magistratura) sia la società civile la cui azione è spesso determinante per rendere più forte quella dello Stato. Ma così non è nella realtà. E la società civile questo ha il dovere di raccontarlo sempre

[L’analisi] Esaltare una camorra invincibile senza lo Stato a combatterla. È questo il grande errore di “Gomorra-La serie”

Ho deciso di prendere carta e penna dopo aver letto sul Corriere della Sera di alcune dichiarazioni fatte da uno degli attori protagonisti di “Gomorra-La serie” in replica alle osservazioni di alcuni magistrati e, in particolare, a quelle del procuratore aggiunto di Napoli Giuseppe Borrelli. L’attore Marco D’Amore, interprete del personaggio di Ciro Di Marzio, ha denunciato “il rischio di scivolare verso la censura”, concludendo seraficamente: “Le polemiche le lascio a chi ha voglia di farle”. L’evocazione della censura appare decisamente sproporzionata e, per alcuni aspetti, pericolosa. Sproporzionata rispetto alla pacata riflessione del giudice Borrelli il quale, con la competenza di chi è da anni impegnato nel contrasto giudiziario alla vera gomorra, ha sottolineato come la camorra rappresentata dalla fiction televisiva “è folkloristica e antica.

Oggi la camorra è cambiata, non è quella emarginata, direi quasi marziana che Gomorra racconta”. Se non si riconosce che la camorra “vive tra noi tutti”, l’effetto paradossale, vera eterogenesi dei fini, è che questa mafia appare nella sua rappresentazione come “un’entità tranquillizzante, perché consente di differenziarsi”, quindi come qualcosa di rassicurante. Poi, c’è l’altro aspetto: se si richiama la censura di fronte ad una legittima critica, se si reagisce così solo perché si è detto che la fiction “non coglie alcun aspetto della camorra di oggi”, il pericolo è quello di indebolire la straordinaria forza dell’opera di Roberto Saviano che più di dieci anni fa con Gomorra ha aperto uno scenario di nuova e concreta opposizione ad una mafia fino a quel momento conosciuta solo nell’ambito degli addetti ai lavori. Un’opera letteraria, un prodotto artistico è tanto più credibile quanto più è aperto alle critiche e anche alle polemiche. La chiusura intellettuale che trasforma in tabù tutto ciò che è riconducibile a Gomorra (libro, film, serie televisiva) rende semplicemente più debole la battaglia contro tutte le mafie, che è sempre una battaglia di libertà- non lo si dimentichi mai-, anche nelle critiche.

Giovanni Falcone, in quello straordinario libro scritto con Marcelle Padovani, mette in guardia dal rischio di esorcizzare il male proiettandolo su comportamenti radicalmente distanti dai nostri: “Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia”. Quello che Giuseppe Borrelli con lucidità ha rimproverato alla fiction. Del resto, se ancora oggi siamo chiamati a confrontarci con un fenomeno di durata secolare è perché le mafie sono un fattore intrinseco alle nostre società e in particolare, come già scrisse Leopoldo Franchetti nel  lontano 1876, ad una parte delle classi dirigenti. Se le tante indagini, i tanti arresti, i processi, le condanne non hanno potuto eliminare del tutto questo fenomeno una delle ragioni risiede sicuramente nel fatto che pezzi significativi di società traggono motivi di convenienza dall’esistenza della mafia. E quando parlo di convenienza non mi riferisco a quelle relazioni di complicità e di scambi consapevoli e reciproci, ma a quelle reti, soprattutto nel mondo delle relazioni economiche, promosse dalle organizzazioni mafiose allargate ai “non” criminali. La forza oggi delle mafie risiede proprio qui, nella convenienza che settori di mondo imprenditoriale ricavano, pur non appartenendo alla mafia né essendone apertamente complici: è una convenienza ambientale. 

Affrontare il tema della mafia attraverso la finzione televisiva non sempre garantisce risultati efficaci per chi è impegnato nella concreta azione di opposizione, probabilmente perché legittimamente si tratta sempre di prodotti commerciali e quindi non indifferenti alle sensibilità dei “clienti”-spettatori. Accadde già con la Piovra. E “Gomorra-La serie” ci è sempre apparsa speculare ad essa. In entrambi i casi la rappresentazione delle mafie è assolutamente parziale. Questa parzialità diventa un serio problema quando si confonde l’uno per il tutto, quando ad un’opera artistica si attribuisce un peso e una funzione che non può avere. Ma poiché tutto il marketing della fiction ruota attorno all’opera di Saviano, allora diventa inevitabile sottoporsi ad una critica che non è solo estetica, ma coinvolge il modo di combattere le mafie. Per un altro aspetto ciò è inevitabile, indipendentemente dall’intenzionalità dei produttori e dei registi: tanto maggiore è il successo tanto maggiori sono gli effetti sulla vita fuori dallo schermo. Non a caso, un altro magistrato, assai famoso e bravo, Nicola Gratteri, ha espresso una fondata preoccupazione: “Se davanti alle scuole vediamo dei ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni degli attori e dei personaggi di questi film che trasmettono violenza su violenza, mi pare che il messaggio non sia positivo”.

La Piovra e la serie di Gomorra rappresentano due estremi opposti, entrambi sbagliati. Nella serie del commissario Cattani si ha una personalizzazione dello scontro con la mafia, secondo un’impostazione eroica e salvifica del protagonista, un eroismo velleitario: la conseguenza è quella di offrire un modello di lotta alla mafia quanto mai errato. L’opposizione alle mafie non può mai, se vuole essere incisiva, ridursi all’opposizione eroe/male, questa prospettiva non può che essere perdente. Gomorra, seguendo un punto di osservazione totalmente opposto, sortisce un effetto analogo, una prospettiva di invincibilità radicata nelle dinamiche camorriste. In entrambi i casi a prevalere è la sconfitta (la Piovra) o l’irrilevanza dell’antimafia (Gomorra).

Gli autori di Gomorra hanno, giustamente, difeso la scelta artistica di rappresentare quel mondo e di farlo in quel modo. Legittimo,come è legittima anche la nostra perplessità. La cosa che più colpisce è la scelta, meditata e convinta, di esprimere un mondo tutto chiuso all’esterno: la camorra viene definita come un mondo a se stante, autonomo, una monade. Ma così non è nella realtà. Il fenomeno mafioso si definisce necessariamente nel confronto con l’azione di contrasto, questa incide inevitabilmente sulle stesse dinamiche interne. In Gomorra questo confronto è assolutamente marginale e insignificante, sia per quanto riguarda le istituzioni (forze di polizia, magistratura) sia la società civile la cui azione è spesso determinante per rendere più forte quella dello Stato.

In questi giorni, dopo la morte di Totò Riina, si discute di come sia cambiata Cosa nostra rispetto ai tempi del dominio assoluto dei corleonesi. Se le mafie sono oggi più deboli rispetto al tempo delle stragi del 1992-93 è perché sono state più combattute da stato e società civile. Se la mafia siciliana è cambiata è stato per effetto di un contrasto che non ha avuto precedenti, è questo contrasto che “costringe” le mafie a cambiare (ad esempio, ad abbandonare la linea stragista e dello scontro frontale con le istituzioni e la società). Questo è il limite concettuale di Gomorra che può condurre, lo ripeto, specularmente alla Piovra, alla stessa idea dell’ineluttabilità della camorra. Per questo, con tutto il rispetto per l’opera d’arte, non si può restare silenti.