Elettrodo di oltre 7 centimetri lasciato nell’aorta di un paziente operato al cuore. L’ospedale si difende: “Non è dimenticanza ma necessità”

Il grido dell’uomo: “Rischio di morire, voglio un risarcimento di 500mila euro”. Ma l’assicurazione gli propone un rimborso di poche migliaia di euro

Paolo Fagni con la moglie Sonia Carli
Paolo Fagni con la moglie Sonia Carli
Redazione Tiscali

Viene sottoposto a un’operazione di cardiochirurgia all’ospedale del cuore Massa, uno dei centri di eccellenza per questo tipo di interventi, ma quando i medici concludono l’intervento lasciano nel suo sistema cardiocircolatorio, un elettrodo - simile a quelli che vengono applicati sul cuore, nella fase extra corporea - di circa sette-otto centimetri. E’ quanto è capitato a Paolo Fagni, un 76enne dal quadro clinico particolarmente delicato, a cui lo scorso 17 novembre sono stati impiantati due bypass e sostituita la valvola mitralica. L’uomo, ex infermiere, è stato ricoverato una seconda volta all’ospedale di Livorno, per una sospetta infezione del defibrillatore. I medici, dopo averlo sottoposto a due Tac per verificare l’origine di quelle strane complicanze, hanno individuato il corpo estraneo nell’arco aortico, identificando lo stesso come un elettrodo.

Un elettrodo di oltre 7 centimetri nell'aorta

“Abbiamo iniziato a chiedere spiegazione - racconta sulle pagine de Il Tirreno la moglie, Sonia Carli - la prima domanda che abbiamo fatto quando siamo tornati all’ospedale di Massa è stata quella di capire come un corpo estraneo come quella potesse essere finito nel sistema circolatorio dell’aorta. A distanza di un anno nessuno ci ha risposto. Anzi ci hanno raccontato delle barzellette o peggio si sono negati”. I medici dell’ospedale, gestito dalla fondazione Monasterio, si difendono spiegando che “l’elettrodo lasciato nel cuore del paziente può non essere una dimenticanza, ma una necessità che viene presa in considerazione in alcuni interventi”. Una scelta cardiochirurgica ponderata dunque, anche se nessuno al momento sembra aver voluto spiegare come sia stato possibile, per quel corpo estraneo di certo non piccolissimo, migrare fino a raggiungere l’arco aortico, mettendo a rischio - secondo i familiari - la vita del paziente.

La famiglia Fagni chiede 500mila euro di risarcimento

“Ad aggravare la disperazione dei miei clienti - interviene l’avvocato Pino Conti - ha contribuito anche il contenuto del referto concernente l’esito della Tac. In esso non compariva alcuna valutazione di merito ma si esprimeva solo la generica necessità di ulteriori accertamenti, da parte di specialisti cardio chirurghi. E così, dei clinici cardio chirurghi, che pure avevano effettuato l’intervento al cuore del signor Fagni, dichiaravano esplicitamente la loro incompetenza professionale, rinviando ad altri colleghi, più bravi di loro, la soluzione del problema. Lasciando perdere ogni ovvio ed intuitivo commento la considerazione è: perché non venne indicato chi erano e dove si potevano trovare quegli specialisti? La mancanza di ogni indicazione al riguardo, delinea chiaramente il senso del comportamento dei medici di Massa: essi non hanno mai avuto la minima idea di come rimediare alla situazione ed hanno deciso di lavarsene le mani piuttosto che assumersi le loro responsabilità”. La famiglia del 76enne ha dunque deciso di passare dalla richiesta informazioni ad una più concreta richiesta di risarcimento danni, pari a mezzo milione di euro.

L'ospedale offre un risarcimento di pochi migliaia di euro

“Ci hanno risposto - fa sapere ancora il legale - che di eventuali transazioni si occupa direttamente l’assicurazione”. Generali si è immediatamente avvalsa del supporto di un medico legale. “E’ stata fatta un visita al paziente e la risposta - sottolinea Conti - è stata che si tratta di un danno potenziale per il quale si parla di un risarcimento di qualche migliaia di euro”. Inutile dire che Paolo Fagni e sua moglie pretendono ora giustizia. “Mio marito - conclude la signora Carli - soffre di diabete, ha una broncopatia e il cuore funziona al 25 per cento. Si tratta di un paziente ad altissimo rischio. Da quando ha saputo di aver un elettrodo nell’arco aortico non esce più di casa, non sta in piedi. Al minimo dolore al petto sbianca perché è conscio che nel caso si rompa l’aorta in trenta secondi muore. È un’ingiustizia, lui ha diritto a una vita di qualità e non di quantità. Ecco perché preferisce morire sotto i ferri che affogato”.