[L’analisi] Il nuovo “editto bulgaro” di Berlusconi contro i tre giornalisti populisti è pericoloso ed inutile

Un nuovo "Editto bulgaro", come quello dell'epurazione della Rai nel 2002. Berlusconi, anche se sul viale del tramonto, in Mediaset emargina i tre giornalisti più "populisti": Belpietro, Del Debbio e Giordano. Perché avrebbero favorito l'ascesa di Lega e 5 Stelle. Una decisione immotivata e pericolosa per la libertà di informazione

Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e Mario Giordano
Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e Mario Giordano
di Ruben Razzante, docente di diritto dell’informazione

Le tensioni internazionali e il muro contro muro tra i partiti per la formazione del nuovo governo hanno fatto passare in secondo piano un’altra notizia, che invece meriterebbe di essere approfondita perché tocca direttamente il tema della libertà di informazione e quindi della sostanza della democrazia.


Nell’ambito di una ristrutturazione dei programmi di informazione (così è stata presentata), Mediaset ha deciso di chiudere alcuni programmi e di mettere nell’angolo i loro conduttori. Si tratta di Paolo Del Debbio (Quinta Colonna), Maurizio Belpietro (Dalla vostra parte) e Mario Giordano (sollevato dalla responsabilità editoriale della striscia Stasera Italia). Qualcuno ha letto queste decisioni come una sorta di replica dell’”Editto bulgaro” del 2002, attribuito all’allora premier, Silvio Berlusconi che, neppure troppo velatamente, chiese alla dirigenza Rai di epurare i giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro e il comico Daniele Luttazzi. Quell’esternazione di Berlusconi destò scalpore, considerato il suo ruolo di Presidente del Consiglio, e fu vista come l’ennesimo esempio di politica che entra a gamba tesa nell’informazione per condizionarla.


Oggi l’ex Cavaliere è sul viale del tramonto, ma ha ancora tre reti televisive che accusa di aver tirato la volata a Matteo Salvini e ai Cinque Stelle con trasmissioni troppo populiste. Ma è davvero così? Quei contenitori di approfondimento, ossessivamente incentrati sui temi della povertà, del disagio sociale e dell’odio verso gli immigrati hanno effettivamente rafforzato il consenso di chi ha vinto le elezioni, penalizzando forze più moderate come Forza Italia? La sensazione è che Berlusconi stia cercando di scaricare sugli altri quelle che sono sue colpe evidenti nella strategia di comunicazione portata avanti in campagna elettorale, con messaggi stereotipati e slogan fermi a 20 anni prima, mentre l’agenda dei temi in Rete e sui social segnalava istanze, aspettative e linguaggi ben diversi e decisamente più evoluti.


Lo scopo delle trasmissioni “censurate” non era evidentemente quello di fare propaganda a Lega e Cinque Stelle, bensì quello di fare ascolti, spesso in modo populista e demagogico, nella speranza di recuperare fette di indecisi, astenuti e disgustati dalla politica, ai quali altre televisioni nazionali difficilmente davano spazio. Far parlare gente esasperata nei quartieri delle grandi città finiti nelle mani di rom e immigrati irregolari non si traduce necessariamente in un voto per le forze di protesta. Paolo Del Debbio, che per un certo periodo è stato perfino tra i papabili per la leadership di Forza Italia, ha spesso ospitato anche Matteo Renzi, mentre era premier, e anche quando non lo era più, e nonostante questo il Pd è crollato elettoralmente. Negli studi Mediaset e nei collegamenti esterni con gli inviati erano sempre rappresentati tutti i partiti e i concetti ribaditi in quelle puntate erano concetti di buon senso, a volte qualunquistici e superficiali, che miravano alla pancia più che alla testa degli elettori. Di questo, però, Mediaset si è giovata, facendo ascolti e incrementando gli introiti pubblicitari. Se il centrodestra avesse vinto le elezioni e Forza Italia avesse preso più voti della Lega, i tre conduttori ora epurati verrebbero osannati anziché crocifissi. E se i vertici azzurri avessero avuto percezione di questa deriva populista già nei mesi antecedenti la campagna elettorale che cosa avrebbero fatto? Avrebbero chiuso immediatamente quei programmi?


Tutti interrogativi senza risposta, che però ripropongono una domanda centrale per il Paese, a prescindere da come la si pensi politicamente. Se l’estromissione di tre giornalisti dai palinsesti Mediaset fosse figlia di una valutazione di natura squisitamente politica, non sarebbe questa l’ammissione che la televisione anche in passato è stata usata per finalità elettorali e per orientare e manipolare le scelte elettorali dell’opinione pubblica? Se il flop elettorale di Forza Italia è figlio di un uso “masochistico” delle tv del Biscione, significa che il merito dei trionfi berlusconiani dal 1994 in poi è della propaganda televisiva? Il Presidente Fedele Confalonieri diceva da tempo che le trasmissioni in questione stavano esagerando nei toni, ma imputare a tre conduttori popolari di aver indotto i telespettatori a non votare Forza Italia appare un po’ azzardato.


Quando Berlusconi prendeva milioni di voti e vinceva le elezioni, aveva gran parte dell’informazione schierata contro di lui e neppure si sognava di utilizzare Mediaset per finalità elettoralistiche. Michele Santoro, Enrico Mentana e altri giornalisti e conduttori di successo, che certamente non erano berlusconiani, hanno potuto tranquillamente lavorare nelle tv di Cologno Monzese senza ricevere diktat o censure. Al contrario, se oggi il fondatore di Forza Italia avesse anche tutta l’informazione piegata ai suoi voleri, non prenderebbe neppure un voto in più di quelli che ha preso il 4 marzo, perché il clima italiano è cambiato, la figura dell’ex Cavaliere può considerarsi tramontata e l’incapacità di Forza Italia di rinnovarsi davvero ha indotto gran parte dell’elettorato di centrodestra a votare Salvini e, in qualche caso, Di Maio. Semmai sono stati Urbano Cairo, La7 e in parte anche il Corriere della Sera dare credito e spazi crescenti ai Cinque Stelle come forza politica alternativa, non necessariamente di protesta, e a favorirne l’ascesa. Ma anche su questo si tratta solo di opinioni, difficilmente dimostrabili. La verità è che sui social, dove Salvini e Di Maio sono attivi mentre Berlusconi è assente, si gioca il confronto decisivo di opinioni e si modellano davvero i punti di vista e le percezioni della realtà.


Ecco perché queste cancellazioni di trasmissioni dai palinsesti Mediaset non serviranno in alcun modo a Berlusconi per risalire la china dopo la deludente prova elettorale del 4 marzo. Forse potrebbero servirgli come segnale al mercato e al Palazzo, per far capire che il vento in azienda sta cambiando e che se anche Cinque Stelle e Lega dovessero andare al governo, ben difficilmente potrebbero usare le sue televisioni come un loro altoparlante.