[La storia] Denunciò l'inquinamento dell'Eni, poliziotto ridotto a guardia di un museo. Ma aveva ragione lui

Giuseppe Di Bello per primo puntò il dito contro le multinazionali del petrolio. Oggi denuncia la sua condizione: "Rivoglio la mia dignità"

Giuseppe Di Bello
Redazione Tiscali

Si chiama Giuseppe Di Bello e la sua storia è di quelle che in un altro Paese, forse, avrebbero avuto un esito diverso. Perché l'uomo che può vantare anni di onorato servizio da ufficiale di polizia ha fatto semplicemente quello che il dovere di cittadino e sicuramente la divisa che indossa gli impongono: far rispettare la legge. Quella stessa legge che impone a un'azienda di non inquinare l'ambiente e mettere a rischio la salute dei cittadini. Ma la denuncia della presenza di quantità enormi di bario e metalli pesanti, tutti derivanti da idrocarburi, nell'invaso del Pertusillo - che disseta la Puglia e irriga i campi della Lucania - non ha reso l'onore e i giusti ringraziamenti. Forse perché l'inquinamento causato dal polo petrolifero della Basilicata, dove estrae idrocarburi anche l'Eni, non andava denunciato? Eppure le inchieste nate in questi anni proprio contro l'inquinamento irresponsabile delle multinazionali del petrolio gli danno indirettamente ragione, come già hanno fatto ben due sentenze della Cassazione. Fatto sta che Di Bello oggi si ritrova a fare il custode in un museo senza più divisa o avanzamenti di carriera e con uno stipendio ben più basso. 

La vicenda

La vicenda è lunga e ha inizio nel 2010, quando il poliziotto nota che la ghiaia dell'invaso ha un colore strano: marron piuttosto che bianco. Fa fare delle analisi e i risultati confermano che le acque sono inquinate. Affida i dati non all'Arpab, di cui non si fida, ma ai Radicali lucani e alla procura, a cui presenta un esposto. Non finisce lì perché insieme a una biologa fa fare ulteriori analisi nei luoghi dove è l'Eni a gettare i suoi scarichi, i residui delle estrazioni petrolifere. I dati sonon allarmanti: 559 milligrammi per chilo, alluminio pari a 14500 grammi per chilo. Ma non è tutto, perché dalle analisi risulta che sono presenti anche cadmio, nichel, piombo e manganese. Ed è qui che comincia il dramma personale di Di Bello.

Il calvario giudiziario e la perdita del lavoro

Il primo atto nei suoi confronti è la denuncia per "procurato allarme" da parte di un assessore regionale del Pd. L'ipotesi di reato si trasforma poi in divulgazione di segreti d'ufficio. Viene sospeso dall'incarico e dallo stipendio, viene revocato "per disonore" dalla qualifica di agente di pubblica sicurezza e obbligato a consumare le ferie. Subisce un procedimento disciplinare per aver leso l'immagine della polizia. Quindi processato, viene scagionato in Cassazione dove viene riconosciuta "l'utilità" della sua denuncia. 

Durante una conferenza in Senato parla del suo caso emblematico. Di Bello chiede semplicemente di venire reintegrato nel suo lavoro. "Sono un tenente non un ex e voglio che almeno questo mi venga riconosciuto", dice. Del suo caso si è interessato anche il senatore di Sinistra italiana, Giovanni Barozzino, che ha presentato diverse interrogazioni rimaste senza risposta. "Rivoglio il mio lavoro e la mia dignità", dice ricordando che da otto anni, nonostante la giustizia gli abbia dato ragione, fa il custode di un museo, lontano dalla sua divisa e dalla sua vita.