Dall'hotel esclusivo Cala di Volpe al Twiga di Briatore: ecco i canoni ridicoli a cui abbiamo ceduto le nostre spiagge più belle

Gli emiri qatarioti pagano in Costa Smeralda solo 500 euro all'anno, a Marina di Pietrasanta l'imprenditore bolognese versa 16 mila euro. Un'inchiesta del Corriere ripercorre lo scandaloso tariffario applicato per le concessioni pubbliche

Uno scorcio della spiaggia di Liscia Ruja
Uno scorcio della spiaggia di Liscia Ruja
Redazione Tiscali

L'hotel Cala di Volpe, uno dei più lussuosi d'Italia, ha in concessione uno dei tratti di costa più belli del Nord Sardegna. La sabbia bianca incastonata in suggestive baie di rocce e ginepri di Liscia Ruja è uno dei più suggestivi tratti di quella rinomata porzione di costa. Eppure il complesso turistico di proprietà di emiri qatarioti e gestito dalla Starwood, con stanze che arrivano a 1000 euro a notte, paga allo Stato solo 520 euro di concessione all'anno. I diritti concessi dal comune di Arzachena sui suoi chilometri di costa, 59 in tutto, fruttano un introito totale di soli 19 mila euro.  E stiamo parlando della Costa Smeralda. Caso emblematico ma tutt'altro che isolato.

Fotografie come questa si rincorrono in tutti i luoghi più belli d'Italia: chilometri e chilometri di coste date in concessione esclusiva e praticamente perpetua a canoni irrisori, per un totale di circa 30 mila lucrose attività imprenditoriali. Coste che, con ogni evidenza, dovrebbero essere valorizzate e diventare una importante risorsa economica per le casse sempre in rosso dello Stato. Tanto più che si tratta di beni pubblici sottratti alla fruizione collettiva e libera dei cittadini. Le concessioni totali nel 2016, rivela uno studio di Nomisma, hanno fruttato solo 101,8 milioni di euro a fronte di un fatturato stimato di almeno 15 miliardi di euro. E non è tutto, perché queste lucrose attività sono date senza gara d'appalto e sulla base di "diritti" che vengono tramandati di padre in figlio, in palese violazione di tutte le norme europee. 

La procedura di infrazione Ue

L'Ue infatti non è stata a guardare e già nel 2009 ha avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia chiedendo la gara pubblica per tutte le concessioni che aprirebbe anche a operatori turistici non italiani le porte delle concessioni sulla base della Direttiva Bolkenstein del 2006. L'Italia fino ad oggi ha fatto melina, prorogando fino al 2020 le concessioni in atto (Dl Costa). L'intervento della Corte di Giustizia europea e da ultimo del Tar della Lombardia hanno bocciato la disposizione succitata, in quanto in palese violazione della normativa europea. Solo da ultimo - governo Gentiloni - è stato emanato un Ddl di riorganizzazione della materia che attende ora l'esame del Parlamento.

I canoni dei luoghi da sogno

Intanto l'inchiesta del Corsera fa un elenco davvero interessante di alcune delle strutture più note d'Italia e relativi allegri canoni. A Marina di Pietrasanta il Twiga di Briatore paga 16 mila euro all'anno per una concessione su 4.485 metri quadri. "Ma Briatore non è titolare diretto della concessione bensì in subaffitto e versa un canone di oltre 200.000 euro alla fortunata società concessionaria". A Otranto il discusso imprenditore ha provato a replicare l'affare, ma la procura di Lecce è intervenuta per verificare eventuali irregolarità. L'elenco è davvero lungo. "A Forte dei Marmi il Bagno Felice versa 6.560 euro per 4.860 metri quadri - scrive il quotidiano milanese -. A Punta Ala, l’Alleluja paga 5.230 euro per 2.420 metri e il Gymnasium 1.210 euro per 2.136 metri. A Capalbio, lo stabilimento l’Ultima spiaggia — assai frequentato anche dai politici — versa 6.098 euro (per 4.105 metri quadri), mentre il lido-ristorante Carmen Bay paga 3.302 euro per i suoi 2.172 metri. Le differenze a volte sono consistenti. Il Luna Rossa di Gaeta sborsa 11.800 euro per 5.381 metri, mentre il Bagno azzurro di Rimini ne versa 6.700".