Pronto il dossier di Bossetti per annullare la sua condanna. "Non confesserò mai un delitto che non ho commesso"

Trecentosessanta pagine per smontare la sentenza di primo grado e chiedere una nuova perizia del Dna alla presenza degli avvocati della difesa

Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre 2010, e Massimo Bossetti
Yara Gambirasio, scomparsa il 26 novembre 2010, e Massimo Bossetti
Redazione Tiscali

Sono 360 pagine. Di cui 102 presentate più di recente a Brescia dai legali di Massimo Giuseppe Bossetti, pronti per il processo di appello che si apre il 30 giugno e in cui il muratore di Mapello, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, intende tramite i suoi avvocati smontare pezzo per pezzo il verdetto dello scorso 1 luglio. Bossetti continua a battere sempre sullo stesso punto: la perizia sul Dna che finora gli è sempre stata negata, quel Dna "compatibile al 99%" con il suo che lo ha inchiodato a una sentenza di colpevolezza. "Fatemi vedere che quel Dna è mio in una perizia con i miei avvocati e taccio per sempre" ha rilanciato, parole che sono state trasmesse alla stampa dall'avvocato Claudio Salvagni che lo ha visitato nel carcere di Bergamo.

Il Dna nucleare e quello mitocondriale

La difesa di Bossetti intende smontare pezzo per pezzo l'intero impianto accusatorio che ha portato alla sentenza dell'anno scorso: dal movente all'alibi, fino alle immagini del furgone, alle testimonianze, alla traccia mista di Dna che mescola quello della tredicenne Yara, trovata senza vita, a quello del muratore. Il punto più controverso è però la questione del Dna. Nell'analisi delle tracce genetiche trovate sugli slip di Yara, il Dna nucleare (cioè trasmesso per il 50% dal padre e per l'altra metà dalla madre di Bossetti) sono risultati coincidenti con quello del muratore poi condannato per il 99,99999987%. In base a questo responso, Bossetti corrisponde al cosiddetto ignoto Numero 1 ricercato per l'omicidio di Yara. Ma il Dna mitocondriale, cioè trasmesso dalla madre al figlio, non corrisponde a quello di Bossetti. Come è possibile? Bisogna tener presente che, proprio durante le indagini genetiche, lo stesso Bossetti ha scoperto di non essere figlio dell'uomo che lo aveva cresciuto come padre, ma di essere stato concepito dalla madre Ester Arzuffi con il defunto Giuseppe Guerinoni, autista con cui la donna aveva avuto una relazione. La difesa ripartirà proprio da questo scenario.

"Come amico mi è rimasto il sole"

Intervistato di recente da Panorama, Bossetti ha ribadito: "Sono disposto a rimanere in carcere per il resto dei miei giorni, ma nessuno mi convincerà  a confessare un delitto che non ho commesso. Nessuno!". Conferma la durezza della carcerazione, dove nonostante la buona condotta, come amico dice, "mi è rimasto il sole, che mi migliora". E ribadisce di avere piena fiducia che la sentenza di appello ribalterà il durissimo verdetto di primo grado. Il condannato per l'omicidio di Yara parla anche della disumanità del trattamento ricevuto, da quello dei carabinieri che lo costrinsero a inginocchiarsi e a guardare in basso al momento dell'arresto, al pm che per farlo crollare gli rivelò i tradimenti della moglie, poi resi pubblici a tutta stampa. Non trascura di sottolineare il tentativo di togliersi la vita in carcere, e conferma che il suo più grande cruccio sono i figli, di cui per effetto della sentenza gli è stata tolta la patria potestà. Fin qui la versione della difesa. L'accusa ripartirà dalla prima condanna, dal peso di una prova come il Dna misto di Yara e del suo assassino, trovato sugli slip tagliati alla ragazzina in un contesto di aggressione sessuale. Poi ci sono gli altri dettagli: le telefonate, i movimenti del furgone, la calce trovata sulle ferite di Yara, il movente sessuale potenziato dalle frequentazioni informatiche di Bossetti con video porno che hanno per protagonista ragazzine "con vagina rasata". Dettaglio che torna nelle lettere scritte dal condannato da una detenuta, la 46enne Gina.