Quel papà speciale trovato dalla bimba down che nessuno voleva adottare. Una lezione d'amore

La piccola è stata abbandonata subito dopo il parto. Tutti falliti i tentativi di adozioni proposti a una serie di coppie. Poi la svolta, che racconta molto dell'Italia di oggi

Quel papà speciale trovato dalla bimba down che nessuno voleva adottare. Una lezione d'amore
di Cristiano Sanna   -   Facebook: Cr.S. su Fb   Twitter: @Crikkosan

Da dove cominciamo? Dal fare tutto il contrario di quel che va per la maggiore sui tribunali e le cacce al colpevole allestite in fretta sui social network. Perché in questa storia c'è uno spaccato dell'Italia di oggi, e a usare accortezza, e un po' di delicatezza, si può fare il discorso più importante. Quello sull'amore per i nostri figli. Il nostro domani. Un discorso che rischia di essere schiacciato dalla retorica e dai facili giudizi. Questi i fatti: a Napoli nasce una bimba down, ancora mentre scriviamo non si sa chi siano il padre e la madre. Quest'ultima dopo il parto ha lasciato l'ospedale, prima ancora di riconoscere sua figlia. Dall'ospedale la piccola viene portata all'attenzione del Tribunale dei minori, che avvia le procedure di adozione. L'inizio di un calvario.

Nessuno la vuole, tranne lui

Sette tentativi di adozione vanno a finire nel nulla. Nell'Italia che sogna i figli, che li vuole ma ha paura di averli per mille ragioni variamente commentabili, la piccola down resta senza papà e senza mamma. Sette coppie di genitori che pure aspettavano un figlio da adottare si ritraggono, spaventati. Qui entra in campo la legge 184 del 1983, che stabilisce, e giustamente, che nel caso di minore senza i genitori con grave disabilità, o in quello di orfano di entrambi i genitori che abbia stabilito un rapporto di fiducia con una persona disposta a prendersene cura, l'adozione possa essere accordata a chi non ha un compagno. Come è accaduto. La bambina ha un papà single, almeno per dieci mesi. Poi sarà il giudice e verificare che la piccolina sia nella condizione giusta per crescere felice e protetta, come tutti i figli dovrebbero essere. E' un primo finale felice, che apre su una serie di riflessioni sulla società che vogliamo.

Ti amo ma solo se rispetti gli "standard"

La decisione del Tribunale dei minori di Napoli, e la sua accettazione da parte del papà single, è una preziosa eccezione nella realtà italiana. Come giudicare le sette coppie desiderose di un figlio che hanno detto no alla bambina disabile abbandonata? Bisognerebbe conoscere le loro condizioni economiche, e piuttosto che giudicare, provare a capire quali paure agitino chi pur desiderando un figlio non se la sente di affrontare il percorso genitoriale con un bambino che ha bisogno di ancora più amore, attenzione e protezione. Poi c'è il coraggio dell'altruismo, quello che scaturisce dall'amore capace di vincere le paure e gettarsi in un'autentica missione, che a ben vedere è quella di tutti i genitori che abbiano ben presente il loro ruolo. Ancora più coraggio e amore, appunto, per vincere la battaglia con la vita, in una società che dibatte sulle coppie di fatto, sulle adozioni gay, che si interroga se davvero esista un concetto naturale, "normale" di famiglia, mentre le famiglie (di tutti i tipi) vengono falcidiate da separazioni, tradimenti, incuria l'uno verso l'altro e/o verso i figli. Una società che si scopre più spaventata da tutto ciò che è "fuori standard". Anche nella scuola e nelle istituzioni.

Restare umani, e perciò vincere la paura

Diversa cultura, diversa condizione di salute, differente colore della pelle, con lo spettro, sempre presente, della crisi economica che blocca la voglia di immaginare e progettare un futuro, che vede ancora svantaggiate le donne che vogliano essere mamme e anche professioniste riconosciute con pari diritti a quelli dei maschi nel mondo del lavoro. Il diverso, si sa, fa paura. Quel che ora possiamo realizzare, è che esistano diversi tipi di amore pronti ad esprimersi, le differenti facce dell'amore. Come quella di un papà che di fronte alla bimba down rifiutata, ha deciso di mettere in gioco quanto di più importante ha. Per sentirsi pienamente umano.