[La polemica] L’algoritmo di Ikea e la mamma del disabile che da lavoratrice modello si trasforma in kamikaze

Le lacrime di Marica ci interrogano sul perché l’Italia sia ora il luogo della ferocia dove il conflitto del lavoro si concluda con la capitolazione del più debole

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Bisogna ascoltarlo il discorso di questa madre, che parla tra le lacrime. Bisogna ascoltarlo come un documento della ferocia italiana, del tempo della spietatezza in cui una donna come Marica Ricutti può essere licenziata malgrado i due figli che deve accudire, e malgrado uno di loro sia disabile. “In diciassette anni - ha detto ieri durante lo sciopero che è stato indetto dai suoi colleghi in segno di solidarietà nei suoi confronti - ho dato la mia vita per questa azienda. Non ho chiesto - ricorda armonica - privilegi particolari... Volevo solo lavorare dignitosamente... chiedevo solo che mi si venisse un pochino incontro, non ho chiesto altro.... siamo lavoratori, dobbiamo lavorare, vogliamo lavorare, ma abbiamo tutti diritto anche a una vita!”. Ha detto e ha ripetuto piangendo: “Ho dato tutta la mia vita all’azienda...”. 

I turni fatti dall’algoritmo

Prima dell’emotività occorre ricordare i fatti, quelli per cui ieri i dipendenti dell’Ikea di Corsico hanno scioperato in segno di solidarietà con Marica, ma anche quelli che hanno portato l’azienda svedese alla misura più drastica. Questa mamma aveva ottenuto per tanti anni un turno che le consentiva di entrare alle 9.00. Poi, un anno fa, l’algoritmo che governava i turni, le aveva assegnato un altro orario, e le imponeva di prendere servizio alle 7.00 del mattino. Marica chiede uno spostamento di orario che - incredibilmente non arriverà mai. Messa con le spalle al muro, malgrado la sua anzianità di servizio, Marica è costretta a scegliere: o abbandona i suoi figli, oppure abbandona il lavoro. Usa tutto quello che ha - permessi e ferie - poi quando deve tornare in ufficio arriva all’estrema forma di protesta: l’autoregolamentazione dell’orario. Che ovviamente Ikea non può accettare. Infatti le comunica dopo due giorni il licenziamento.

L’ufficio stampa tace

Davvero nella filiale di Corsico non era possibile trovare un alto turno? Oppure una deroga alle decisioni partorite dall’algoritmo, che regola la complessa contabilità dei Monte ore di ognuno, non poteva essere fatta per motivi di organizzazione e/o di principio? Mistero. Per giorni l’ufficio stampa dell’azienda non fornisce risposte, nemmeno ai giornalisti che chiedono lumi per poterla difendere. Poi, quando arriva l’annuncio dello sciopero, rende nota la sua linea difensiva con una nota. Le due visioni del problema non sono in alcun modo più conciliabili.

Finalmente la risposta di Ikea

Da un lato i lavoratori del polo di Corsico nel Milanese che organizzano assemblee sindacali seguite da un'ora di sciopero per manifestare la loro solidarietà. Dall’altro il comunicato del 29 novembre con cui il colosso svedese mette finalmente nero su bianco la sua versione dei fatti: «Ikea Italia, a conferma del proprio modo di lavorare che sostiene e sviluppa le proprie risorse interne, ha creduto nel percorso professionale della signora Marica Ricutti che negli anni ha ricoperto ruoli di crescente responsabilità». Poi la nota prosegue: «L’azienda si è sempre dimostrata disponibile a concordare le migliori soluzioni per contemperare le necessità della lavoratrice con le esigenze connesse al suo lavoro. In merito alla vicenda, Ikea Italia desidera precisare le ragioni alla base della propria decisione, che è stata difficile quanto necessaria, nel rispetto dei propri valori e alla luce dei fatti avvenuti».

I motivi della la decisione irrevocabile

Ed ecco il punto su cui l’azienda spiega la decisione irrevocabile: «Negli ultimi 8 mesi la signora Ricutti ha lavorato meno di 7 giorni al mese e, per circa la metà dei giorni lavorati, ha usufruito di cambi di turno e spostamenti di orario, concordati con i colleghi e con la direzione del negozio. Nell’ultimo periodo, in più occasioni, la lavoratrice - per sua stessa ammissione - si è autodeterminata l’orario di lavoro senza alcun preavviso né comunicazione di sorta, mettendo in gravi difficoltà i servizi dell’area che coordinava e il lavoro dei colleghi, creando disagi ai clienti e disservizi evidenti e non tollerabili. Di fronte alla contestazione di tali episodi e alla richiesta di spiegazioni da parte dei suoi responsabili su questo comportamento- scrive l’Ikea - la signora Ricutti si è lasciata andare a gravi e pubblici episodi di insubordinazione. Sulla base dei propri valori, del rispetto dovuto alla totalità dei propri collaboratori e della cura dei propri clienti, Ikea - conclude il comunicato - pur avendo fatto il possibile per andare incontro alle richieste della lavoratrice, ha ritenuto non accettabili comportamenti di questo tipo che hanno compromesso la relazione di fiducia. Alla luce di questa insostenibile situazione - conclude Ikea - l’azienda è giunta alla decisione di interrompere il rapporto di lavoro».

Le risposte che Ikea non sa dare

Anche ad una prima lettura si capisce subito che l’azienda è in imbarazzo sul tema più delicato: perché dopo 16 anni di lavoro in cui dipendente e datore di lavoro non avevano problemi quel turno si stato cambiato. Perché l’azienda non ha voluto accettare la richiesta di ripristinarlo? Mistero. Perché non ha tenuto conto della grave situazione familiare di Marica, che addirittura non viene nemmeno citata nella nota? Mistero. Nel comunicato stampa si parla, ovviamente, delle conseguenze: la madre brucia tutte le possibilità di dilazione di cui dispone con i cambi turno concordati, permessi, ferie, si mette a litigare con chi le dice che il suo turno non può cambiare poi va incontro al licenziamento.

Il potere contrattuale schiaccia il lavoratore

Ecco perché il nodo del rispetto reciproco tra datore di lavoro e dipendente è il vero tema: la differenza fra essere un numero o una persona è in gioco. La possibilità di trovare una soluzione che non trasformi una lavoratrice modello in una kamikaze per necessità è un tema che supera le mura di Corsico, che viaggia sulle lacrime di Marica, e ci interroga sul perché l’Italia si diventata il luogo della ferocia dove il conflitto del lavoro si concluda - troppo spesso - con la capitolazione della parte più debole.