L’Arabia Saudita lancia bombe fabbricate in Italia contro i civili yemeniti

Studi di Amnesty International e IRIAD dimostrano che fra il 2015 e il 2016 il nostro Paese ha fornito ai sauditi le MK tedesche fabbricate a Domusnovas (Sardegna)

di Paolo Salvatore Orrù   -   Twitter: @OrruPaolo   Facebook: Folgore

"Si tratta di una realtà quotidiana per noi; le bombe cadono dal cielo giorno e notte e non sappiamo dove rifugiarci. Qualche giorno fa, una bomba è caduta nel mezzo della rotonda fuori del nostro negozio. Come possiamo proteggere i nostri bambini e noi stessi? Non possiamo finché i bombardamenti sono così indiscriminati, giorno e notte": ha detto ad un operatore di Amnesty International un giovane commerciante yemenita dopo uno dei tanti bombardamenti lanciati - su richiesta del governo ufficiale dello Yemen - dalla coalizione guidata dall’Arabia saudita contro la città di Sa’da.  Bombardamenti che non hanno nulla di chirurgico e che, anzi, cadono su scuole, ospedali, rifugi e luoghi di culto.

Ordigni di design Usa

Nella maggior parte dei casi, lo spezzonamento avviene con bombe MK (80-81-82-83-84). Una parte di questi ordigni, di design Usa, sono prodotti in Italia. Alcuni studi effettuati da Amnesty hanno dimostrato che fra il 2015 e il 2016 il nostro Paese ha rifornito le MK ai sauditi. “A partire dall’ottobre scorso due spedizioni sono avvenute via aereo cargo, altre due sono state effettuate imbarcando le bombe ai porti di Olbia e Cagliari”, ha detto Donatella Rovera, senior crisis response adviser dell'organizzazione non governativa.

Nel video il dramma yemenita

Le munizioni potrebbero essere quelle prodotte dalla RWM Italia, azienda tedesca del gruppo Rheinmetall con sede legale a Ghedi (Brescia) e stabilimento a Domunovas (Carbonia-Iglesias) in Sardegna, ha spiegato ancora Rovera. L’ultimo carico, “almeno sei partite di bombe” ha rivelato è decollato il 19 novembre dall’aeroporto di Elmas (Ca): destinazione la base dell’aeronautica militare saudita di Taif. Tutto questo, pur sapendo che i sauditi le usano “senza selezionare fra obiettivi militari e obiettivi civili”.

I trattati internazionali

L’Ong ha tentato di porvi rimedio pretendendo dall’Arabia Saudita il rispetto dei trattati, senza però aver mai ricevuto alcuna risposta e senza cambi di rotta. La produzione e la vendita di questi ordigni “non è proibita”, ha spiegato Rovera, ma il nostro governo dovrebbe far rispettare una legge dello Stato: “La 185/90 vieta non solo l’esportazione di armamenti verso paesi in guerra ma anche verso paesi che violano i diritti umani”.

Il mancato rispetto delle regole

Le prove di questi “reati” le ha fornite al mondo la stessa Rovera: “Dove ci sono stati attacchi ho sempre rinvenuto schegge di bombe MK”. Che, senza dubbio, potrebbero essere state prodotte da qualunque altra parte del mondo, più probabilmente però in Italia. “Le MK possono essere lanciate solo da arei, in questo caso dagli Eurofighter Typhoon (prodotti da Alenia Aermacchi, Airbus Group e BAE Systems ndr), che in quel teatro di guerra possono essere utilizzati solo dall’Arabia Saudita”, conclude Rovera.

L’export delle linee MK

Gli analisti hanno anche rilevato che i ricavi dell’export di MK non appaiono nella relazione annuale del presidente del Consiglio. “Questa famosa relazione, tra l’altro, è redatta in modo tale che non si capisca che cosa, a chi è stato venduto e qual è la ditta che realizzato il prodotto”, spiega Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell'Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD). Lo scorso mese di ottobre Simoncelli, in un incontro avuto con il sottosegretario di Stato del Ministero degli Esteri Benedetto Della Vedova ha chiesto maggior trasparenza, senza peraltro ottenere alcunché.

"Le autorizzazioni sono regolari"

La ministro Pinotti è stata ancora meno chiara: “l’Italia non vende bombe ai sauditi” e che “è tutto regolare per quanto riguarda le autorizzazioni”. Tuttavia, il made in Italy da qualche parte fa stragi. Dove? I politici tacciono e producono documenti non interpretabili. Quanto guadagna l’Italia dalla vendita di armi? “Il ministero delle finanze è socio al 30% di Finmeccanica, la holding del settore, tenendo presente che qualche giorno fa c’è stata una commessa di Eurofighter dal Kuwait, si ipotizzato un guadagno netto intorno a 8 miliardi: quattro per il valore degli aerei, quattro per l’addestramento e per i pezzi di ricambio”.

Il ruolo di Finmeccanica e Banche

Finmeccanica - che un tempo si preoccupava anche di energie alternative e trasporti - nell’ultimo ventennio si è concentrata soprattutto sul settore militare: il commercio delle armi è, difatti, aumentato del 24% in 5 anni. Fondamentale l’apporto degli istituti di credito. Le banche più attive sono Bnl, Bnp Paribas, Unicredit Group e Intesa San Paolo, insieme a tutti i gruppi assorbiti da esse. In un attacco aereo Hasan Mohamed Masafi, padre di cinque figli, ha perso un figlio di otto anni: “Mio figlio andava al mercato tutti i giorni. Non siano riusciti a recuperare tutto il corpo, solo la gamba destra", ha raccontato Hasan ad Amnesty International. Storie di ordinaria follia.