Un nuovo impegno per i giornalisti europei: eliminare dai i razzisti dai social

Il tema è stato rilanciato dal sito di Carta di Roma, l’associazione che vigila sul rispetto del codice deontologico in materia di immigrazione

Un nuovo impegno per i giornalisti europei: eliminare dai i razzisti dai social
Redazione Tiscali

E’ cominciata così’. Il 9 agosto il quotidiano La Stampa pubblica sulla sua pagina Facebook il link di una di quelle notizie che nel linguaggio giornalistico vengono definite di “cronaca bianca”. Una notizia curiosa e interessante. Una bambina inglese di 12, Nicole Barr, si è sottoposta ai test d’intelligenza del Mensa, l’associazione mondiale che raccoglie i cervelloni del Pianeta. Nel mondo il quoziente intellettivo medio è 100 e per entrare nel club bisogna raggiungere almeno 132 (solo il 2 per cento della popolazione mondiale ci arriva). Nicole ha conseguito un punteggio record: 162. Più di Albert Einstein.

  C’è un altro particolare. Nicole – in piccolo genio inglese – è una bambina rom. Vive in una roulotte ad Harlow, a 50 chilometri da Londra. E’ questo a scatenare i cyber-razzisti che inondano la pagina Facebook de La Stampa di insulti xenofobi. Non è sorprendente. Succede quasi sempre agli articoli che trattano di immigrazione, di diversità, di multiculturalità. Molto probabilmente succederà anche a questo che state leggendo. Solo che con gli insulti a Nicole si superano tutti i limiti della decenza e anche quelli dell’indecenza. In un certo senso, i cyber-razzisti “confessano”. Chiariscono che a scatenarli non sono solo le notizie dove lo straniero è protagonista di azioni negative, di fatti di criminalità. Il loro è un odio assoluto verso il diverso in quanto tale. E quando eccelle, l’odio si mescola alla rabbia e al dispetto.

Fatto sta che il Social Media Team de La Stampa decide di pubblicare un avviso. Annuncia che gli autori di commenti razzisti saranno “bannati” – cioè espulsi dalla pagina – e invita i lettori a non rispondergli ma, eventualmente, a segnalarli alla redazione per posta privata. Un atto di responsabilità giornalistica che scatena una reazione a catena. Il quotidiano on-line Giornalettismo riprende la notizia con un servizio intitolato: “«Razzismo: la lezione de La Stampa che tutti dovremmo imparare. Noi giornalisti per primi”. Subito il tema viene rilanciato dal sito di Carta di Roma, l’associazione (formata da sindacato e Ordine dei giornalisti e da una ventina di associazioni tra le quali Unhcr, Amnesty International, Arci, Acli e dall’Unar, l’Ufficio nazionale  anti discriminazioni razziali) che ha il compito di vigilare sul rispetto del codice deontologico in materia di immigrazione che i giornalisti italiani si sono dati fin dal 2008.

Il giorno seguente è la Federazione europea dei giornalisti, attraverso il suo segretario generale Ricardo Gutiérrez, a prendere posizione: «Queste reazioni individuali sono salutari. Il giornalista non può restare passivo di fronte ai discorsi d’odio, a rischio di diventarne complice. Ha, al contrario, la responsabilità di denunciare le affermazioni razziste. Ma sono soprattutto i media a dover attuare le procedure di moderazione che consentono di sopprimere i commenti d’odio e di bannare i loro autori». E Giuseppe Giulietti, portavoce dell’Associazione articolo 21, pone una domanda alla categoria: se tutelare la libertà di opinione significhi anche “dare spazio sul proprio sito a ogni sorta di insulti, bestemmie, volgarità, istigazione al nazismo, al razzismo, alla omofobia?”.