Il senatore mafioso, la sottosegretaria corrotta e il governatore Crocetta. La piovra di Trapani colpisce ancora

Sulla città di tanti misteri tra mafia e affari la procura accende un faro. Come accadde ai tempi di Andreotti

Il senatore mafioso e il sottosegretario corrotto con il rolex. La piovra di Trapani colpisce ancora

La Piovra trapanese travolge tre nomi di spicco della politica siciliana. L'ultimo in ordine di arrivo è quello di Rosario Crocetta, governatore della Regione Sicilia, accusato di corruzione, che si aggiunge alla sottosegretaria del governo Gentiloni Simonetta Vicari e al senatore Antonio D'Alì. 

Ma andiamo con ordine. La cupola del commissario Cattani stava per chiudere i battenti quando la Banca Sicula della famiglia D'Alì Staiti fu venduta alla Banca Commerciale italiana. Trapani proprio grazie alla Piovra era tornata in auge, come crocevia di interessi e affari inconfessabili tra la mafia, la massoneria, la politica. 

Era una provincia ricca, che i giudici Falcone e Borsellino consideravano la Svizzera di Cosa nostra. Una provincia «bianca», per via delle raffinerie di eroina che Cosa nostra impiantò per fare affari con i cugini americani. E, soprattutto, Trapani aveva il primato del maggior numero di sportelli bancari in rapporto alla popolazione.

Qui, lontano dalle luci della ribalta mediatica, prosperavano logge massoniche, come la Loggia Scontrino, nelle quali l'area grigia della città, professionisti e amministratori locali, si fondeva con gli impresentabili di Cosa nostra.

Per certi versi questa storia di Trapani si incrocia con quella dei latifondisti e banchieri dei D'Alì Staiti. E in più di una occasione i destini dei boss si sono incrociati con questa famiglia.

Ieri la Procura di Palermo ha chiesto di applicare nei confronti del senatore Antonio D'Alì la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di Pubblica sicurezza, con l'obbligo del soggiorno nei comune di residenza. Ritenendo, il senatore, mafioso: «Deve ritenersi che Antonio D'Alì appartenga a Cosa nostra e che sussistano le condizioni per applicare nei suoi confronti la normativa in materia di prevenzione».

E ciò nonostante che i giudici lo abbiano prescritto e assolto l'accusa di mafia nei suoi confronti solo perché per le accuse fino al 1994 è intervenuta la prescrizione e per quelle successive, a partire dal voto raccolto nella campagna elettorale per il Senato del 1994, il giudice ha ritenuto non provato «che le condotte fossero un contributo specifico e casualmente rilevante».

Mafia pesante, sostiene la Procura di Palermo: «Ė fondato il giudizio di pericolosità sociale concreto e attuale di Antonio D'Alì». Ma nelle stesse ore della richiesta di soggiorno obbligato per il banchiere senatore, a Trapani esplode una inchiesta che porta agli arresti domiciliari un candidato a sindaco, Girolamo Fazio, deputato regionale, indaga una sottosegretaria di Forza Italia, Simona Vicari, per via dei favori garantiti in cambio di Rolex. E in carcere un armatore, Ettore Morace, che ha nei fatti (con il messinese  Franza) il monopolio della flotta di aliscafi siciliani.

È una storia di corruzione che vede coinvolti funzionari della Ferione a Sicilia per far ottenere l'affidamento alla Liberty Lines di Morace dei servizi di collegamento per le isole Egadi ed Eolie. Un fratello della sottosegretaria Vicari è dipendente della flotta di aliscafi di Morace e lei si sarebbe adoperata per far approvare un emendamento alla legge di stabilità con il quale veniva ridotta l'imposta Iva dal 10 al 5% per i trasporti su navi veloci.

Questa è la Trapani di Antonio D'Alì, e di quella Cosa nostra feroce, che ha partecipato alla stagione stragista dei Corleonesi. Nel direttivo che decise ed eseguī le stragi Falcone e Borsellino, e mise le bombe a Roma, Milano e Firenze c'era Matteo Messina Denaro.

Un boss figlio di Francesco, vecchio campiere delle tenute D'Alì, morto da latitante in un appezzamento di terra della famiglia D'Alì. Un altro fratello di Matteo, Salvatore, fu assunto alla Banca Sicula.

Il senatore è stato indagato e processato per mafia, uscendone assolto.  Ma la Procura di Palermo insiste sulla sua mafiosità e chiede la misura del soggiorno obbligato. Deve avere altre carte in serbo. Nella sua richiesta ricorda anche che D'Alì «si era a lungo impegnsti per far sì che le aziende mafiose attive nel settore del calcestruzzo in provincia di Trapani venissero favorite. E aveva tentato di ottenere il trasferimento dell'allora prefetto di Trapani Sodano e dell'allora capo della Mobile Giuseppe Linares».

Neppure ai tempi del processo Andreotti, in un clima ben diverso nei confronti delle procure rispetto ad oggi, la Procura si spinse a chiedere una misura di prevenzione per Andreotti, essendo stati accertati i suoi rapporti con Cosa nostra fino all'inizio degli anni Ottanta.

Per D'Alì è accertato che nel 1993 cedette la grande «e preziosa tenuta di contrada Zangara senza incassare sostanzialmente alcun corrispettivo». La cedette a un prestanome di Totò Rina per 300 milioni di lire che egli restituì con tranche di 20 milioni (Ultima rata versata il 10 gennaio del 1994).

(Antonio D'Alì e Simonetta Vicari)